venerdì 8 maggio 2015

DI MATTEO: “PER UCCIDERLO ANCHE UOMINI DELLO STATO”

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DI MATTEO: “PER UCCIDERLO ANCHE UOMINI DELLO STATO” (di Sandra Rizza)

Il pentito Galatolo racconta il progetto contro il magistrato: “Misi 360 mila euro per l’esplosivo, mai revocato l’ordine”.
A Fondo Pipitone c’era un viavai di uomini delle istituzioni”. Nel bunker dell’Ucciardone è il giorno di Vito Galatolo e il picciotto dell’Acquasanta non si limita a ricostruire in aula il piano per eliminare il pm Nino Di Matteo, ma scava nei ricordi e rispolvera le frequenti apparizioni di investigatori e 007 nel quartier generale della sua famiglia a partire dagli anni Ottanta: “Veniva Arnaldo La Barbera, veniva Bruno Contrada e si incontravano con Gaetano Scotto, con Nino Madonia e con mio padre: si mettevano dentro la casuzza e parlavano”.
Scende nei dettagli: “Mio padre mi disse che La Barbera era a libro-paga dei Madonia: ci dava informazioni e prendeva soldi”. Poi ricorda di aver visto all’Acquasanta anche l’uomo col volto sfigurato indicato come un killer dei servizi: “Noi ragazzi lo chiamavamo ‘faccia da mostro’. Una volta venne con Contrada”.
Bombe, soffiate e tradimenti. Le relazioni pericolose tra gli uomini d’onore e gli apparati dello Stato sono il filo conduttore dell’intera udienza del processo sulla trattativa Stato-mafia, con il pentito dell’Acquasanta che si spinge a raccontare per la prima volta di aver saputo nel carcere di Parma da mafiosi detenuti al 41-bis come Cristoforo Cannella, Francesco Giuliano e il catanese Enzo Aiello, che in cella arrivavano “continue visite di 007 e uomini del Ros”.
E quando sui giornali viene fuori che Cannella è nell’elenco del cosiddetto Protocollo Farfalla (l’accordo tra Sisde e Dap per la gestione top secret delle informazioni provenienti dalle carceri), è Giuliano che per difenderlo spiega: “Non c’è da preoccuparsi, Ros e servizi vengono per convincerci a collaborare, qua succede sempre così”. Ma il pm Vittorio Teresi chiede indicazioni più precise, e Galatolo ha la risposta pronta: “Uno che in carcere parlava spesso con gli uomini dello Stato era il dottor Antonino Cinà”. E aggiunge di aver appreso da Aiello che i servizi erano venuti “a offrirgli soldi per scagionare Raffaele Lombardo”, l’ex governatore siciliano condannato per mafia.
È il Galatolo-show: la deposizione-fiume di un pentito che parla per cinque ore di fila, snocciola a memoria date e nomi con scioltezza e non mostra mai esitazioni, a partire dal progetto di attentato per Di Matteo, “che si doveva fermare a tutti i costi” perché stava andando “troppo avanti con il processo Stato-mafia”.
Il picciotto dell’Acquasanta conferma in aula che Messina Denaro, pur avendo fornito personalmente con due lettere l’input per la strage, “era solo il braccio armato” e che dietro “c’erano entità estranee alla mafia”. Un sospetto che si fa certezza quando Girolamo Biondino, boss di San Lorenzo, spiega che “l’artificiere lo porta Messina Denaro” e che “deve restare sconosciuto a tutti”: è la prova, spiega Galatolo, che nel commando “c’erano apparati delle istituzioni, come era avvenuto per le stragi del ’92”. E a poco servono le rassicurazioni di Messina Denaro che promette ai picciotti di Palermo “le giuste coperture” per il dopo attentato: il picciotto dell’Acquasanta si preoccupa della reazione dello Stato e non può non ricordarsi di quella volta che Filippo Graviano, alla vigilia del botto di via D’Amelio, gli affidò un’ambasciata per il padre Vincenzo, detenuto: “Digli che qualunque cosa sentirà – promise Graviano – non si dovrà preoccupare perché abbiamo le coperture”. Una promessa che dopo la morte di Borsellino, si rivelò totalmente infondata, al punto che Galatolo senior, infuriato, se ne lamentò: “E meno male che avevamo le coperture – disse – siamo tutti sepolti al 41 bis”.
Ma l’ordine di Messina Denaro non si può discutere, e Galatolo accetta di preparare l’attentato: “Ci volevano 500 mila euro per l’esplosivo. Ho messo 360 mila euro di tasca mia”. Il luogo prescelto per la strage, all’inizio, era lo spiazzo davanti al tribunale. “Ma non se ne fece nulla perché non trovammo una casa che facesse da base per controllare i movimenti del giudice”. Così si pensò a un piano B: “Lì attentato in un luogo estivo dove il magistrato andava in vacanza”. L’arresto di Biondino, nell’aprile 2014, fermò il progetto. Ma Galatolo avverte: Messina Denaro “non ha mai revocato l’ordine di uccidere Di Matteo, quella sentenza è ancora valida”.

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