giovedì 7 maggio 2015

DOPO LA STRATEGIA DELLA PENSIONE. RENZI DOVRÀ TIRAR FUORI I SOLDI

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DOPO LA STRATEGIA DELLA PENSIONE. RENZI DOVRÀ TIRAR FUORI I SOLDI (di Marco Palombi)

CAOS DI VOCI SUI RIMBORSI, GOVERNO DIVISO. CONSULTA: “PAGARE È OBBLIGATORIO”.
La strategia del governo sulle pensioni dopo la sentenza della Consulta? Non c’è. Renzi non si è ancora messo sul dossier e quindi non sappiamo esattamente cosa fare”. Questo il riassunto della situazione che fonti del Tesoro affidano al Fatto Quotidiano: i conti sugli effetti procedono, qualche scenario è stato disegnato, ma la partita si chiude la prossima settimana. D’altra parte, va notata la bizzarria di un premier che non dice una parola da giorni su un buco di bilancio miliardario.
Non che l’esecutivo stia però con le mani in mano. In assenza dei fatti, si occupa del flusso di notizie: reagisce alla realtà con gli slogan. Stavolta siamo a un dipresso al Robin Hood previdenziale: pagheranno i ricchi. Chi siano, quanto e come pagheranno non si sa, ma tant’è.
Il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti, per dire, ieri mattina s’è tolto la camicetta di membro del governo e a nome di Scelta Civica (i rimasugli dei “montiani”) ha messo a verbale quanto segue: “È impensabile che si restituiscano i soldi a pensionati da 3.500-4.000 euro, quando si è chiesto ai giovani di passare al sistema contributivo e ai quasi pensionati di spostare in avanti l’età per andare in pensione”. Questa non è (solo) l’esternazione di un leaderino in cerca di passaggi tv, perché Palazzo Chigi nel pomeriggio l’ha di fatto confermata: “Non rimborsare tutti è compatibile con la sentenza della Consulta”, è la tesi. Ovviamente questa uscita ha spaventato milioni di pensionati, ma pure al Tesoro – diciamo – sono rimasti basiti. Pier Carlo Padoan, infatti, ha dovuto ripetere quanto dice da giorni: “Pensiamo a misure che minimizzino l’impatto sui conti, ma nel pieno rispetto della Corte”. Alla fine pure Chigi è costretto alla nota ufficiale: “Valgono solo le parole del ministro”.
Nella realtà le cose stanno così. La Consulta ha bocciato la norma inserita dal governo Monti nel decreto “Salva Italia”, che bloccava il recupero dell’inflazione per le pensioni superiori a circa 1.400 euro lordi al mese nel 2012 e 2013: quella legge non esiste più e quindi il maltolto va restituito. Punto. Se farlo a debito, magari a rate, cercando o meno l’accordo con l’Ue sul deficit, è una scelta tecnica del governo. Non pagare o pagare solo chi si vuole no: il conto fa 8 miliardi e spiccioli e va saldato.
La stessa Consulta, tramite l’agenzia Ansa, ha voluto chiarire la situazione: “Per ottenere il rimborso delle somme non percepite in termini di indicizzazione si deve fare una domanda all’Inps, non serve un ricorso, perché dopo la sentenza la restituzione è un obbligo da parte dello Stato”. Certo se poi Inps non paga, allora la parola passerà agli avvocati. Anche due ex ministri del Lavoro hanno tentato di spiegarlo all’esecutivo. Cesare Damiano (Pd): “La sentenza della Consulta va applicata. Il governo trovi una soluzione unitaria”. Maurizio Sacconi (Area Popolare): “Sconsiglio vivamente il governo dall’individuare modalità inappropriate e irragionevoli di copertura degli oneri conseguenti alla sentenza della Consulta. Se pensasse, infatti, di ricalcolare le prestazioni in essere con metodi diversi a seconda delle fasce di reddito realizzerebbe una soluzione iniqua e esposta a un’altra bocciatura della Consulta”.
Sacconi si riferisce a un’idea buttata lì – nei giorni scorsi – da un altro kamikaze della dichiarazione (Filippo Taddei, responsabile economico del Pd): ricalcolare col sistema contributivo tutte le pensioni in essere sopra una certa soglia (quale non si sa). Intervento, gli ricordava Sacconi, di sicura incostituzionalità. Insomma, a un certo punto l’ora dello slogan finirà e il governo dovrà pagare per il triennio 2012-2014.
Qualche spazio di manovra, invece, Renzi potrebbe averlo per il futuro. È vero infatti che la rivalutazione retroattiva aumenta la spesa pensionistica per i prossimi anni, ma è vero pure che la Consulta ha riconosciuto la possibilità di un blocco dell’indicizzazione delle pensioni su quelle più alte: i giudici – in quest’ultima sentenza – citano un provvedimento del governo Prodi che agiva da 8 volte il minimo Inps (circa 4mila euro lordi). Fino al 2016, peraltro, è in vigore il blocco progressivo voluto dal governo Letta: il 95% tra 1.500 e duemila euro lordi, il 75% fino a 2.500 euro e giù al 45% dai tremila euro lordi al mese in su.

Il problema è che se si volessero prendere di mira i “ricchi” di Zanetti da 3.500 euro lordi, bisognerebbe sapere che si tratta di una percentuale minima della platea: si parla, all’ingrosso, di 350mila persone su 16,5 milioni di pensionati, che valgono 24 miliardi su una spesa annua di 270 (assistenza compresa). Forse il sottosegretario montiano ha dimenticato una lezione ben chiara al suo maestro: i soldi si prendono ai poveri perché ne hanno pochi, ma sono tanti.

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