martedì 5 maggio 2015

Dov’è cominciata la grande frana

da il manifesto
EDITORIALE

Dov’è cominciata la grande frana


L’ approvazione della nuova legge elet­to­rale, per gli effetti di lungo periodo che è lecito atten­dersi, intro­duce un ele­mento di pro­fonda rot­tura nel sistema poli­tico e nello spi­rito costi­tu­zio­nale del Paese. C’è del resto un ben indi­vi­dua­bile paral­le­li­smo tra i colpi inferti negli ultimi vent’anni alla Carta repub­bli­cana, ed il perio­dico varo di leggi elet­to­rali mag­gio­ri­ta­rie (i costi­tuenti non isti­tu­zio­na­liz­za­rono il sistema pro­por­zio­nale solo per­ché dato per impli­cito). Si dovrà riflet­tere sul qua­dro di insieme all’interno del quale ha potuto pro­dursi una simile frana.
La costi­tu­zione del ’47, ed i valori che la soste­ne­vano e che l’hanno rin­vi­go­rita, per quasi mezzo secolo hanno cam­mi­nato sulle gambe dei grandi par­titi di massa. Lo scop­pio della guerra fredda da un lato, e la pre­senza sul tap­peto di una que­stione sociale esplo­siva e non gover­nata da un altro, intro­dus­sero da subito forti ele­menti di cri­ti­cità nel sistema poli­tico sorto dalla grande vit­to­ria anti­fa­sci­sta. Ma il qua­dro d’insieme, tra inne­ga­bili ten­sioni e tor­sioni, fu ricom­po­sto senza sci­vo­lare in avven­ture auto­ri­ta­rie — nono­stante forze mai del tutto sopite tor­nas­sero perio­di­ca­mente a pre­mere in quella dire­zione; men­tre la pres­sione dal basso delle masse popo­lari, inqua­drate nelle strut­ture politico-sindacali del movi­mento ope­raio, per­met­teva la pro­gres­siva con­qui­sta di spazi di demo­cra­zia sociale e un robu­sto ri-equilibrio dei rap­porti tra inte­ressi col­let­tivi e mercato.
Una simile strut­tu­ra­zione della lotta poli­tica ha favo­rito e accom­pa­gnato un gra­duale ma con­ti­nuo innal­za­mento della con­di­zione non solo mate­riale delle classi subal­terne. Ed ha pro­mosso un ingente pro­cesso di sosti­tu­zione delle éli­tes tra­di­zio­nali, con nume­rosi espo­nenti di estra­zione popo­lare che hanno saputo farsi classe diri­gente. Una rot­tura di por­tata epo­cale rispetto alla pre­ce­dente sto­ria dell’Italia uni­ta­ria, il cui merito va ascritto alla gran­diosa ope­ra­zione politico-organizzativa del “par­tito nuovo” togliat­tiano, senza peral­tro igno­rare il con­tri­buto por­tato in que­sto senso dal Psi e dalla stessa Dc.
Già nel corso degli anni Ottanta que­sta vicenda di rei­te­rate con­qui­ste pro­gres­sive e popo­lari andò incon­tro ai primi arre­tra­menti. L’evento desti­nato a fare da spar­tiac­que fu, con ogni pro­ba­bi­lità, il refe­ren­dum sulla scala mobile: la sto­ria degli ultimi trent’anni è la sto­ria del pro­gres­sivo affer­marsi dell’egemonia del blocco sto­rico che si rin­saldò nel corso di quella cam­pa­gna refe­ren­da­ria; e del paral­lelo sfa­ri­narsi del fronte popo­lare che allora gli si con­trap­pose. Seguì la fine della guerra fredda, accom­pa­gnata, invece che dalla caduta del “vin­colo esterno” anco­rato alla vec­chia divi­sione del mondo in bloc­chi con­trap­po­sti, dalla sua asso­lu­tiz­za­zione, con l’acritica ade­sione ai postu­lati economico-ideologici di Maastricht.
In con­co­mi­tanza di un dra­stico pro­cesso di sman­tel­la­mento della demo­cra­zia sociale, le classi subal­terne sono state espulse dalla rap­pre­sen­tanza poli­tica diretta. Sulla crisi dei par­titi si è così inne­stato un neo-notabilato inte­res­sato all’esclusiva auto-preservazione.
Nel frat­tempo la poli­tica per­deva ogni resi­dua auto­no­mia da cen­tri di potere clas­si­sti e demo­cra­ti­ca­mente irre­spon­sa­bili. Lo scon­tro si è così ridotto a sot­to­fondo ris­soso di pro­cessi deci­sio­nali spo­stati in un altrove spa­ziale e sostan­ziale: il «mer­cato» — for­mula ogget­ti­vante che nasconde pre­cisi assetti di potere — è giunto ad inne­stare «il pilota auto­ma­tico» (Mario Draghi).
Il gioco par­ti­tico è stato paral­le­la­mente assor­bito all’interno del recinto neo-centrista e tra­sfor­mi­sta. Alla bat­ta­glia ideale e sociale tra inte­ressi e valori con­trap­po­sti si è sosti­tuita una guerra per bande, tra for­ma­zioni clien­te­lari che tutto deb­bono alla volontà del lea­der di turno per pro­spe­rare e con­ten­dersi i cascami della crisi dello Stato repub­bli­cano. Le classi subal­terne hanno subito il pro­gres­sivo sfa­ri­na­mento orga­niz­za­tivo ed ideale del blocco sociale fati­co­sa­mente for­giato nel fuoco di aspre lotte, con una capa­cità di rea­zione via via com­pren­si­bil­mente venuta meno. Un ceto medio sto­ri­ca­mente poco inte­res­sato agli svi­luppi vir­tuosi della demo­cra­zia del Paese, ed assue­fatto a vivac­chiare negli anfratti clien­te­lari, ha for­nito un lie­vito di massa al gon­fiare del nuovo senso comune, solo incre­spato in super­fi­cie dai pro­clami di una società civile illu­mi­nata, o pre­sunta tale.
Come poteva reg­gere, in que­sto pano­rama, un sistema costi­tu­zio­nale, poli­tico e valo­riale affer­ma­tosi in un con­te­sto tanto dif­fe­rente? Opporsi allo sfa­scio attuale con le sole armi del ricordo dei bei tempi andati o con la ripro­po­si­zione di uno schema logo­rato da anni di scon­fitte, lo si è visto, porta a poco. Il com­pito sul ter­reno è per­tanto immane, giac­ché non si tratta di con­tra­stare una sin­gola misura o un sin­golo governo. Urge un lavoro più radi­cale di ri-definizione del ter­reno stesso dell’agire poli­tico. Sul dop­pio ver­sante di una «ride­ter­mi­na­zione dei rap­porti tra demo­cra­zia nazio­nale e poteri eco­no­mici sovra­na­zio­nali» (Fas­sina), e di una ricom­po­si­zione vir­tuosa del bino­mio democrazia/conflitto.
Dall’America latina all’Europa medi­ter­ra­nea, è in auge un ampio movi­mento poli­tico e cul­tu­rale che su que­sta duplice ipo­tesi di rico­stru­zione dello Stato-nazione — come spa­zio dell’agibilità demo­cra­tica e come ele­mento di rot­tura degli assetti di potere finan­z­ca­pi­ta­li­stici — sta costruendo le pro­prie for­tune. Le forze popo­lari ita­liani non pos­sono per­der l’occasione di dare il pro­prio contributo.
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