sabato 30 maggio 2015

I DUBBI DI CANTONE

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I DUBBI DI CANTONE (di Francesco Verderami)

Dopo venti anni il mondo si è messo ad andare alla rovescia. Per venti anni la giustizia è stata accusata di invadere il campo della politica. Con la «sentenza» dell’Antimafia sui candidati «impresentabili» è la politica che invade il campo della giustizia, anche se «la giustizia non c’entra nulla», per dirla con il presidente dell’Autorità anticorruzione che non a caso sceglie la strada del riserbo: «Qualsiasi cosa verrebbe letta in modo distorto, interpretata come una presa di posizione. Meglio tacere».
Ma c’è un motivo se Cantone, nell’atto di mettersi al riparo, vuol mettere al riparo anche la «giustizia» in questa vigilia elettorale che non ha precedenti nemmeno ai tempi di Tangentopoli, quando pure le tricoteuse di Mani pulite chiedevano «le analisi del sangue» ai politici. «Ricordo che l’Antimafia — dice il magistrato prima di ritrarsi — è una commissione formata da parlamentari». È una constatazione che si porta appresso una considerazione importante, e cioè che la bicamerale non è un tribunale ma un organo politico. Perciò «la giustizia non c’entra nulla», per questo l’idea di applicare un «bollino blu» lo lascia «assai perplesso». L’approccio giurisprudenziale non è questione per iniziati, va al cuore di un problema che per venti anni è stato vissuto in modo rovesciato, quando era la giustizia ad essere accusata di invadere il campo della politica.
Il presidente dell’Anticorruzione, con quell’accenno per certi versi scontato, si pone e pone a tutti una domanda decisiva: che categoria è quella degli «impresentabili»? Si può stabilire un criterio diverso dalla legge per definire la presentabilità» di un candidato? Perché, se non si sono riscontrate violazioni alle regole sulla candidabilità, non esiste il reato di «imprensentabilità». Un conto è dar vita a un codice di comportamento dei partiti, altra cosa sono le norme che regolano la legislazione elettorale. Mischiare diritto ed etica può essere esiziale per la democrazia a lungo tempo. Nel breve, le liste degli «impresentabili» possono indurre i cittadini a ritenere che quel candidato non possa essere votato.
Ecco perché Cantone sostiene che «la giustizia non c’entra nulla» con l’affaire Antimafia, una vicenda squisitamente politica che — facendo girare dopo venti anni il mondo alla rovescia — ha oscurato di fatto un’altra vertenza politica. Additando De Luca tra gli «impresentabili» — per via di un processo che sarebbe già prescritto se l’imputato non avesse chiesto di andare avanti nel giudizio — la Bindi ha distolto l’attenzione dall’altro caso che coinvolge il candidato del Pd in Campania: quello legato alla sentenza di primo grado che — in base alla legge Severino — non gli permetterebbe di governare in caso di vittoria.
È su questa «forzatura» che per mesi si è consumata una battaglia nel Pd, per quattro volte Renzi ha fatto rinviare le primarie in Regione, nella speranza di convincere De Luca a non candidarsi. Ma il sindaco di Salerno ha resistito: «Vuol dire che mi presenterò con una lista civica». Così il candidato che fino a ieri era criticato per aver voluto «sfidare» la legge, ora può proporsi come un martire. Ma più che un impresentabile è un intoccabile, che si propone come scudo di Renzi («attaccano me per attaccare lui») e in realtà usa Renzi come scudo. Il leader del Pd ne è consapevole, preoccupato dagli effetti, «il rischio è che lui prenda voti in Campania e io ne perda nel resto d’Italia».
De Luca è la ferita sullo zigomo di un pugile imbattuto che non ha mai poggiato il ginocchio sul tappeto, e che ora vede i suoi avversari accanirsi su quel taglio. Perciò Renzi è nervosissimo, teme che le Regionali si trasformino in una vittoria mutilata, dato che il successo di De Luca lo costringerebbe a intervenire da premier. E da premier ha chiesto lumi anche a Cantone: non esistono precedenti, ma trattandosi di un condannato in primo grado, scatterebbe «solo» la sospensione. Toccherebbe al prefetto informare il presidente del Consiglio, a cui spetterebbe il provvedimento «dopo l’esame di una relazione». De Luca avrebbe intanto la possibilità di varare la giunta e di indicare il vice come suo sostituto, in attesa del giudizio. Il tempo consentirebbe a Renzi di veder rimarginata la ferita sullo zigomo. Ma il segno resterebbe.

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