martedì 19 maggio 2015

IL CAVALIERE PREPARA LA SUA EXIT STRATEGY: “MA COME NEGLI ANNI ’80 SOSTERRÒ QUALCUNO”

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IL CAVALIERE PREPARA LA SUA EXIT STRATEGY: “MA COME NEGLI ANNI ’80 SOSTERRÒ QUALCUNO” (di Tommaso Ciriaco)

La grande fuga è pronta. Di più: è già iniziata. Cessioni importanti, aziende e capitali freschi da dividere tra figli e nuovi investimenti, un partito da mantenere in vita soltanto come lobby istituzionale. Da offrire al miglior offerente. «Prima pensavo Renzi, ora non credo ». Nel declino triste di un impero, prende forma l’exit strategy di Silvio Berlusconi. Fuga dal palcoscenico, naturalmente, non significa solo salpare per Antigua. Piuttosto dare ascolto agli uomini-azienda come Fedele Confalonieri ed Ennio Doris, governativi a prescindere. «Metti tutto in sicurezza, Silvio ». Si intravede così, dietro la polvere di una campagna elettorale pasticciata, un “nuovo Silvio”. Identico al “vecchio Silvio”, che manovrava dietro le quinte del potere. «Come ai tempi di Bettino». Un partito trasformato in guardiano degli interessi di Arcore.
Alla soglia degli ottant’anni, incandidabile fino al 2019 a meno di un miracolo della Corte di Strasburgo, indebolito nella voce e costretto a ostacolare un delfino dietro l’altro, Berlusconi si immagina “regista”. «Sostiene di voler essere il padre nobile del centrodestra – ragionava pochi giorni fa Angelino Alfano – Non è la prima volta, bisogna vedere se stavolta è vero». Molto dipenderà dal voto amministrativo di fine mese. Se restassero solo le macerie, la prima opzione – anche se pubblicamente smentita – diventerebbe il soccorso azzurro a Palazzo Chigi. Limitato alle riforme, per tornare centrali e difendere le aziende. Non è detto che finisca così. Perché Berlusconi è disposto a spendere quel che resta della sua creatura nella missione politica più conveniente. «Mi piacerebbe aggregare i moderati », è il ritornello. Oppure, in assenza di leader emergenti (i test sulla figlia Marina non offrono riscontri soddisfacenti), sostenere a tempo debito la cavalcata dell’alleato Matteo Salvini. A chiunque, d’altra parte, farebbero comodo le molteplici risorse dell’ex premier.
Un passo dietro i riflettori, come ai tempi di Bettino. E Forza Italia? Magari con un restyling, resterebbe una filiale del cerchio magico di Francesca Pascale e Maria Rosaria Rossi, Deborah Bergamini e Giovanni Toti. Neanche l’imbarazzante 4% in Trentino ha stravolto gli equilibri, semplicemente perché la batosta politica lascia indifferente il capo. «Giocherà dietro le quinte – sussurra Raffaele Fitto, che questa dinamica l’ha capita prima di altri – Oggi si è lasciato scappare la verità, quando ha detto di essere ormai fuori dalla politica. E quindi è normale che quando gli parlo di primarie e di politica, lui giustamente si scoccia: si sta occupando di Milan e aziende… ». Siccome il big pugliese pretende invece un posto nell’arena, lascerà Forza Italia assieme a una trentina di parlamentari, annunciando nelle prossime ore i gruppi autonomi.
Aziende e Milan, si diceva. Lo schema è sempre più chiaro. E i segnali si moltiplicano, nonostante i continui stop and go. Una quota della società rosso- nera finirà in mani cinesi, ma un ruolo di primo piano – e probabilmente di controllo – sarà occupato dalla figlia Barbara. Marina governa e continuerà a governare Mondadori, mentre la posizione di Pier Silvio in Mediaset è stata rafforzata solo due settimane fa: confermato vicepresidente, ha aggiunto anche l’incarico di amministratore delegato. La “promozione” del secondogenito si consuma mentre si ragiona di una cessione a Sky di Mediaset Premium e di un riassetto complessivo delle partecipazioni, che coinvolgerebbe anche i francesi di Vivendi (è di pochi giorni fa un faccia a faccia parigino tra l’ex premier e Vincent Bolloré). Anche Luigi ed Eleonora verranno consolidati nelle rispettive posizioni.
Sul fronte politico vanno salvate almeno le apparenze. Per questo gli ultimi dieci giorni di campagna elettorale condurranno Berlusconi in Campania per l’intero week end. E poi ancora in Veneto, Umbria e Marche. Difficilmente basterà a limitare i danni, visto che la frantumazione di Forza Italia è ormai evidente. Dei centonovantacinque parlamentari eletti nel 2013, ne resteranno meno di cento dopo la scissione di Fitto. Un disastro. Eppure: «A noi fittiani neanche ci cercano più ammette Pietro Laffranco – perché tra loro è passata la linea del “meno siamo, meglio stiamo”». È la stella polare del cerchio magico, in effetti. E non a caso, adesso, nel mirino c’è Denis Verdini. Meno siamo, meglio stiamo. «Vedremo cosa accadrà il primo giugno…», si tormenta il verdiniano Ignazio Abrignani. Nulla di buono, ad occhio.

LA MOSSA DI BERLUSCONI
di Stefano Folli
Evocando il “partito repubblicano” l’ex Cavaliere mette le mani avanti mentre il suo rivale si rifà a Cameron
«Ormai sono fuori dalla politica» dice Berlusconi in giro per l’Italia. Ma si affretta ad aggiungere: «Però sono qui per senso di responsabilità e amore del paese». In altre parole, niente di nuovo sotto il sole: è il Berlusconi di sempre e certe frasi non vanno prese sul serio. Semmai resta l’aspetto singolare di un leader in piena campagna elettorale che evoca, magari solo per contraddirsi un attimo dopo, l’abbandono della politica. Come messaggio acchiappa-voti non sembra il migliore.
La verità è che Berlusconi sa bene che il prossimo primo giugno, fra meno di due settimane, la vecchia Forza Italia potrebbe ritrovarsi disgregata e irrilevante, al pari del suo leader. Quest’ultima campagna elettorale, faticosa e priva di riscontri incoraggianti, è la fotografia di un declino ormai rapido e un po’ patetico. Certo, in politica ci sono anche le sorprese. O le illusioni. Se il centrodestra, contro le previsioni di poche settimane fa, conquistasse Liguria e Campania, oltre al Veneto, lo scenario sarebbe un po’ diverso. Berlusconi avrebbe gli argomenti per restare sulla scena: magari non come antagonista del presidente del Consiglio, bensì di nuovo come suo principale alleato, sia pure in un ruolo subordinato.
In altre parole, l’alternativa oggi è chiara: o un crollo clamoroso e definitivo, ovvero il ritorno a una sorta di Nazareno. Ma su posizioni più deboli e impacciate di quelle abbandonate per stizza e un calcolo sbagliato subito dopo l’elezione di Mattarella al Quirinale. È significativo che all’interno o ai margini di Forza Italia i conflitti in atto fra le fazioni riflettano queste diverse tendenze. Chi ha ormai maturato la scelta di andarsene, come Fitto, si augura il tracollo elettorale di quel che resta del partito berlusconiano. Chi è restato fino alla fine con il vecchio capo, come in un’ideale Repubblica di Salò, si augura naturalmente che le «armi segrete» degli ultimi giorni di campagna esistano e rovescino le sorti del conflitto.
Eppure anche stavolta queste armi non esistono. Persino gli intolleranti di strada, quelli che insultano e interrompono i comizi, hanno scelto Salvini come vittima predestinata, aiutandolo in modo inconsapevole a migliorare le sue percentuali. Berlusconi ha dovuto accontentarsi di un singolo, bizzarro personaggio che ha insospettito i carabinieri di Saronno.
In questo quadro si capisce che il continuo evocare il fatidico «partito repubblicano » all’americana assomiglia a un tentativo di mettere le mani avanti per non cadere all’indietro. Il progetto è insieme troppo ambizioso e troppo fumoso. E soprattutto arriva tardi, quando il pubblico se ne sta andando. Ma se pure restasse (vedi i risultati in Veneto, Liguria e Campania), la ricostruzione del centrodestra richiederebbe idee e volontà che Belusconi non possiede più. Vero è che nell’improbabile richiamo ai «repubblicani» si avverte il fastidio verso il Partito Popolare europeo, di cui Forza Italia è ancora membro. Eppure anche su questo terreno il vecchio leader è stato anticipato da uno degli ammutinati, per la precisione da Fitto.
Le dimissioni di quest’ultimo dal Ppe e l’adesione al gruppo Conservatori e Riformisti dell’inglese Cameron indica l’intenzione di sottrarsi alle macerie di fine maggio. Da un lato, si cerca di fare «surf» politico sull’onda più propizia, avendo Cameron appena vinto le elezioni in patria. Dall’altro, si riaffaccia l’idea iniziale che fu di Berlusconi vent’anni fa: un partito liberale di massa, con evocazioni liberiste e scettico verso l’Europa. Soprattutto l’attuale Europa tedesca di Angela Merkel. Allora il disegno berlusconiano fallì rapidamente. Molti voti andarono al leader del centrodestra, ma su un terreno in cui di liberale e liberista c’era ben poco. Adesso ci riprova Fitto, figlio di una dinastia democristiana e in apparenza democristiano egli stesso. Che si proponga come il Cameron italiano non è del tutto convincente. Ma siamo solo al primo tempo della deflagrazione del centrodestra. Per la ricomposizione c’è ancora tempo.


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