lunedì 18 maggio 2015

Il filetto? Sa di mafia. Il veterinario, la carne infetta e gli aiuti agli amici

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INCHIESTA

Il filetto? Sa di mafia. Il veterinario, la carne infetta e gli aiuti agli amici

Inchiesta a Palermo sul direttore del dipartimento di prevenzione veterinaria: che forniva cerificati sanitari falsi per dare una mano agli allevatori di sua conoscenza 
a vendere cibi fuori regola. Favorendo anche le aziende dei boss

DI LIRIO ABBATE
Il filetto? Sa di mafia. Il veterinario, la carne infetta e gli aiuti agli amici
Gli “amici” non si toccano. Anche se mettono in vendita carne di bovini ammalati o se servono al ristorante pesce di dubbia provenienza. Per loro, stando alle indagini, il direttore del dipartimento di prevenzione veterinaria di Palermo era pronto a tutto. Anche a impugnare i provvedimenti dei carabinieri del Nas o della Capitaneria di Porto o fornire «certificati sanitari falsi» a ditte che esportano dolci. Se gli «amici» poi sono commercianti o imprenditori del settore alimentare, i controlli non sono mai una sorpresa, in modo che non si facciano trovare impreparati. E poiché siamo in Sicilia, in tanto attivismo si finisce per mettersi dalla parte della famiglia Guttadauro, che la mafia la conosce bene, ed è pure collegata al padrino latitante Matteo Messina Denaro.

In questa stagione sono diversi i “falsi” paladini della legalità che stanno cadendo dal piedistallo, perché si scopre il loro vero volto attraverso indagini svolte in tutta la Sicilia; ma le accuse aPaolo Giambruno, 59 anni, direttore del dipartimento e presidente dell’ordine dei veterinari di Palermo, da sempre definito un uomo che con il suo modo di fare si è costruita la fama di duro, pronto a denunciare, colpiscono perché di mezzo c’è la salute pubblica.

Centinaia di ore di intercettazioni, realizzate dalla Digos in un’indagine coordinata dai pm di Palermo, hanno messo in luce un comportamento disinvolto, per i giudici è stata «evidenziata la pericolosità sociale di Giambruno». Gli sono stati sequestrati dalla polizia beni e società per milioni di euro ed è stata avviata una misura di prevenzione antimafia, perché in alcune di queste ditte compaiono anche esponenti di Cosa nostra. Il procuratore aggiunto Dino Petralia e i pm Geri Ferrara e Claudia Bevilacqua sostengono di avere trovato «uno scenario allarmante sulla gestione della sanità pubblica veterinaria da parte di Giambruno» il quale, secondo gli investigatori, «pur di garantire i propri interessi imprenditoriali, ha spesso violato i principi d’imparzialità nella gestione dell’ufficio».

Gli investigatori della Digos della Questura di Palermo «oltre a palesare cointeressenze tra Giambruno con soggetti inseriti anche in contesti criminali» hanno accertato in molti casi che l’opera del responsabile dei veterinari di Palermo «è stata caratterizzata da favoritismi e abusi, realizzati anche con l’aggravante di trovarsi in una posizione di conflitto di interessi e di incompatibilità tra i suoi interessi privati e la funzione pubblica esercitata».

l veterinario ha società immobiliari e di nautica per un valore di alcuni milioni di euro, e gli sono stati sequestrati pure tre yacht di lusso. E attraverso due società aveva venduto immobili «in posizione di totale incompatibilità con le funzioni svolte, a imprenditori che operano nella produzione e trasformazione di prodotti alimentari di origine animale, ai quali avrebbe poi rilasciato autorizzazioni sanitarie».

Un professionista bifronte. Che per gli inquirenti era tanto disponibile verso gli amici e tanto duro contro gli altri, contro cui disponeva ritorsioni amministrative (i veterinari che non si piegavano ai suoi ordini), continui controlli e denunce. Un metodo che per quasi vent’anni gli ha permesso di costruirsi la fama di difensore della salute pubblica. Il caso più angosciante emerso dalle indagini è l’intervento di Giambruno «nell’interesse di un allevatore» di Carini che gli investigatori definiscono «senza scrupoli»: il responsabile delle verifiche si adopera per «immettere a libero consumo la carne di un bovino macellato, nonostante che dall’autopsia fosse risultato affetto da tubercolosi, violando la normativa che per questi casi prevede la distruzione della carcassa».

Non solo. La Digos evidenzia un dato allarmante: «il sospetto che i controlli negli allevamenti di bovini per l’attuazione dei piani di risanamento e profilassi sul territorio di competenza del distretto veterinario di Carini, o non venivano effettuati, ovvero vi si dava attuazione in maniera molto approssimativa». E così sui banchi delle macellerie finiva carne infetta. La polizia ha accertato che, su 90 capi testati nell’allevamento in questione, 39 sono risultati positivi alla prova tubercolinica ma nessuno dei veterinari incaricati dei controlli lo aveva segnalato. Focolai ci sarebbero stati anche in altri allevamenti della provincia. Giambruno e i suoi fidati collaboratori vengono a sapere dell’indagine e dalle loro conversazioni registrate emerge la concreta preoccupazione del responsabile dei veterinari per questa grave situazione «che gli era sfuggita di mano».
Il sostegno agli “amici” - secondo gli inquirenti - non si limitava all’attività dell’ufficio veterinario.

Giambruno sarebbe intervenuto anche quando i controlli erano eseguiti dalle forze dell’ordine, sequestrando cibi avariati o irregolari. Lui si muoveva impugnando il provvedimento e chiedendo il dissequestro. In molti casi la Digos ha accertato che queste iniziative andavano a vantaggio di suoi conoscenti. E sarebbe arrivato al punto di compilare ricorsi a favore di operatori del settore alimentare senza apparire in prima persona. Molti di questi documenti amministrativi sono stati trovati dalla polizia nell’ufficio del veterinario durante una perquisizione.

Tra questi vi era il ricorso in cui Giambruno faceva sue le ragioni di Tommaso Tomasello, legale rappresentante della Sud Pesca, azienda di lavorazione, trasformazione e commercializzazione di prodotti ittici che ha sede ad Aspra, alle porte di Palermo: un’opposizione al sequestro dei Nas, che avevano contestato l’importazione dal Marocco di acciughe sott’olio in confezioni anonime. Giambruno, nonostante non fosse destinatario della nota dei carabinieri e tantomeno l’autorità competente a decidere nel merito, dopo aver ricevuto copia della memoria difensiva dalla Sud Pesca, aveva inoltrato il ricorso all’assessorato regionale al Commercio: e di fatto “intimava” al dirigente dell’assessorato l’annullamento del verbale di sequestro. Un caso doppiamente singolare: l’imprenditore ittico Tommaso Tomasello è il cognato di Carlo Guttadauro, accusato di estorsione aggravata dall’aver favorito la mafia, che a sua volta è fratello di Filippo Guttadauro, sotto inchiesta per associazione mafiosa, cognato del boss latitante Matteo Messina Denaro. I proprietari della Sud Pesca, oggi denominata Flott spa, in quel periodo erano proprio Tomasello e Carlo Guttadauro.

Gli inquirenti sono lapidari: «La sanità veterinaria pubblica lasciata all’arbitrio di un dirigente privo di scrupoli, che cerca di consolidare il suo potere al fine di apparire agli occhi degli operatori socio assistenziale ulteriormente autoritario nel campo dei controlli». Giambruno è indagato per concussione, falso, abuso d’ufficio, truffa aggravata e intestazione fittizia di beni, ma è rimasto in libertà ed è convinto di potere smontare le accuse: «L’inchiesta era iniziata quattro anni fa. Un dipendente del servizio veterinario aveva denunciato che imprenditori pagavano tangenti per avere favori. Ebbene dopo quattro anni di indagini e non c’è stata traccia di queste dazioni di denaro».

Con lui a vario titolo sono stati indagati 16 veterinari. Tutti si sono difesi sostenendo di non avere mai permesso che carne infetta venisse messa in vendita. Ma il manager dell’azienda sanitaria, Antonio Candela, ha deciso la scorsa settimana l’azzeramento dell’intero Ufficio veterinario. Candela, con l’avallo dell’assessore alla Sanità, Lucia Borsellino, ha sospeso i 16 dipendenti coinvolti. A cominciare dal capo, Paolo Giambruno.

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