mercoledì 20 maggio 2015

Il Fuoridentro

Il Fuoridentro (Marco Travaglio)

berlusconiLa barzelletta migliore Silvio B. l’ha raccontata l’altroieri: “Ormai sono fuori dalla politica”. Questa, diversamente da molte altre, fa davvero ridere. Perché lui dalla politica è fuori da un bel po’: dalle ore 21.42 del 12 novembre 2011 quando salì al Quirinale per rassegnare le dimissioni da presidente del Consiglio del suo terzo governo nelle mani di Napolitano, non avendo più la maggioranza alla Camera. Tutto il resto fu una collezione di catastrofi, mascherate da mezze vittorie a causa dell’insipienza di chi avrebbe dovuto opporglisi e, tanto per cambiare, non l’ha mai fatto: le elezioni del 2013 (6 milioni e mezzo di voti persi, con tanti saluti ai dementi che parlavano di “resurrezione” e l’attribuivano addirittura a Santoro per averlo ospitato una volta in trasmissione), la condanna in Cassazione per frode fiscale il 1° agosto, la decadenza da senatore il 27 novembre all’indomani dall’uscita di FI dalle larghe intese di Letta & Napolitano, l’inizio dei servizi sociali a Cesano Boscone il 9 maggio 2014, lo spappolamento del partito tirato da tutte le parti da Fitto e da Verdini, la fuga degli elettori verso la Lega di Salvini, l’inerzia del fu-capo del centrodestra che – mentre tutto crolla – si occupa di vendere il Milan e Mediaset Premium.
   Ma la barzelletta fa ridere anche per il motivo opposto: sebbene sia fuori (in tutti i sensi e da un bel pezzo), non può uscire. Vorrebbe, ma paradossalmente non può. È più che mai estraneo alla politica (ammesso che ci sia mai davvero entrato, cioè che farsi i cazzi propri per una vita significhi fare politica), ma anche più che mai dentro. Perché il sistema, a dispetto di tutte le annunciate rottamazioni, non riesce a fare a meno di lui. A chi chiede aiuto Renzi per far passare alla Camera la riforma della scuola, peraltro di pura marca berlusconiana? A Forza Italia. A chi dovrà rivolgersi Renzi per far passare al Senato l’Italicum, peraltro scritto a quattro mani con B.? A Forza Italia. Chi c’è dietro la spartizione dei diritti tv sul calcio finita ieri nel mirino dell’Antitrust con perquisizioni della Guardia di Finanza? Mediaset, che riuscì a ottenere da Sky vincitrice dell’asta la sua fettona di torta con la complicità della Lega calcio. E quale nome affiora, fra i tanti, dalle intercettazioni dell’ennesimo scandalo del calcioscommesse? Adriano Galliani, amministratore delegato del Milan, nel ramo diritti sportivi. E chi può comprarsi la Rizzoli Libri, se non la Mondadori della famiglia B.? E chi può fare società con la Rai per le torri televisive, se non Mediaset?
Il Caimano si è (ed è stato) talmente gonfiato in questi vent’anni, come la rana della fiaba, che ormai fa capoluogo. Ed è impossibile, anche suo malgrado, prescindere da lui e da tutto ciò che gli ruota intorno. Non più da protagonista, d’accordo: come ruota di scorta. Altrimenti il sedicente innovatore Renzi non l’avrebbe cooptato nel Patto del Nazareno per garantirsi una maggioranza alternativa alla sua (che poi – detratto il premio incostituzionale del Porcellum – maggioranza non è), pagando prezzi di impopolarità notevoli, anche se inferiori alla vergogna che quel Patto rappresentava. Gaber temeva “non Berlusconi in sé, ma il Berlusconi in me”. La politica, intesa come prosecuzione del business con altri mezzi (o con gli stessi), l’ha introiettato come un microchip che nessuno riesce più a estirpare. Di chi è l’idea che il problema della Giustizia sono i giudici? Sua, ma Renzi l’ha fatta propria. Chi ha partorito la malsana trovata del bavaglio sulle intercettazioni? Lui, ma Renzi ora vuole realizzarlo. E la modica quantità di falso in bilancio? È sua, ma Renzi la sta applicando all’evasione e forse alla frode. E la scemenza del primato della politica e della presunzione di innocenza per lasciare nelle istituzioni chiunque non abbia ancora una condanna in Cassazione? Renzi e la Boschi dovrebbero come minimo versargli il copyright. Prendete le liste di e pro De Luca in Campania, piene di condannati, inquisiti e manigoldi: sembrano quelle di Forza Italia dei tempi d’oro, invece sono quelle del Pd e dei suoi alleati, tant’è che il povero Caldoro rischia di fare la figura di quello pulito perché la concorrenza gli ha soffiato tutti gli sporcaccioni. Chi per vent’anni s’è ostinato a raccontare la storia del berlusconismo come un tragicomico romanzo criminale è stato e viene ancora sbeffeggiato come un pericoloso giustizialista manettaro che non ha capito niente. Intanto Dell’Utri è in galera, Previti ci è già stato, Fede passa da un processo all’altro, per dire soltanto dei fedelissimi, quelli che avevano un posto assicurato nel mausoleo di Arcore, o almeno credevano. E B. ha sfangato la gattabuia solo per raggiunti limiti di età.   Ma è sempre lì. Sempre più improbabile, rifatto, pittato, trapiantato, scombiccherato. Sempre più fuori ma anche dentro nel momento stesso in cui dice “sono fuori”. I possibili leader del centrodestra se li è divorati l’uno dopo l’altro. Salvini dovrà accordarsi con lui, se non vorrà perdere magnificamente le prossime elezioni. Idem Alfano, se non vorrà perderle miseramente. Fitto, con i suoi quattro gatti, scomparirà per aver detto la verità una volta nella vita. E se poi saltasse la riforma del Senato dei nominati, e andassimo a votare con l’Italicum per Montecitorio e col Consultellum per Palazzo Madama, nessuno avrebbe i numeri al Senato, e anche Renzi dovrebbe tornare al Nazareno, anzi a Palazzo Grazioli, per le larghe intese col morto. La Buonanima, anche da defunta, continuerà a contare su tutto e a condizionare tutti come se fosse ancora viva. Bisognava provvedere per tempo, ora è tardi. “La risposta – diceva Corrado Guzzanti nei panni di “Quelo” – non la devi cercare fuori: è dentro di te. E però è sbagliata”.
Da Il Fatto Quotidiano del 20/05/2015.

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