venerdì 29 maggio 2015

IL FUTURO È MARA

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IL FUTURO È MARA (di Marco Damilano)

Se chiedi in Forza Italia chi sia l’erede di Silvio Berlusconi la risposta di rito è: «Nessuno». Negli ultimi giorni la risposta è cambiata: «C’è solo uno che aspira a diventarlo. Anzi, una». La deputata che alla vigilia del voto sta percorrendo la sua regione, la Campania, incontri, comizi, conferenze stampa a ritmo indiavolato, chilometri macinati, come se fosse lei in gara per la presidenza e non il suo amico Stefano Caldoro. Stringe mani, bacia militanti, promuove candidati al consiglio regionale: qualche sera fa un ingresso da star, la scalinata, gli applausi, i jingles della bella stagione berlusconiana, quando toccava a lei aprire le convention nazionali con il Presidente. E invece era solo l’inaugurazione del comitato elettorale a Sala Consilina del candidato locale. Pazienza, lei si è prestata all’evento per così dire minore con il consueto professionismo.
Mara Carfagna compirà quarant’anni alla fine del 2015, è quasi coetanea del premier Matteo Renzi, più giovane di due anni di Matteo Salvini. Con i due Matteo di governo e di opposizione ha in comune un esordio in televisione, un presente da politica pura e un futuro da leader, forse. In queste settimane il suo nome è tornato in testa alla lista dei sorvegliati speciali all’interno di Forza Italia. È bastato che l’ex Cavaliere dichiarasse di vedere bene una donna come prossimo leader dei moderati per scatenare nel partito azzurro le fazioni contrapposte: i conservatori, che vogliono blindare l’attuale equilibrio fondato sull’eternità di Berlusconi e chi invece è terrorizzato dell’ascesa di Salvini e vorrebbe trovare una figura da contrapporre al capo della Lega.
Qualcosa di più della solita discussione sul dopo-Berlusconi, tema di attualità da almeno dieci anni, che in genere parte con le migliori intenzioni e si conclude con un nulla di fatto. Perché questa volta il partito che ha dominato il centro-destra per più di un ventennio è davvero a un passo dall’implosione post-elettorale, soprattutto se le cose dovessero andare male in Campania (con una sconfitta di Caldoro) e in Liguria (dove contro il Pd si è candidato il coordinatore nazionale forzista Giovanni Toti). C’è il panico che trascina una parte dei parlamentari in direzione Renzi e un’altra a gravitare intorno al nuovo padrone della destra, Salvini. Una barca senza rotta che aspetta un segnale di vita dal suo anziano condottiero.
Eppure, nei ragionamenti di Berlusconi degli ultimi giorni di segnali ce ne sono stati. Primo, l’Italicum ormai è legge, la riforma elettorale è una realtà, bisogna fare i conti. Divisi i partiti del centrodestra perdono, va trovato il modo di riunirli, come fece il presidente della Fininvest nel 1994 quando con la nuova legge elettorale (il Mattarellum) costruì un cartello che andava dalla Lega di Umberto Bossi ad An di Gianfranco Fini. Secondo, il federatore non c’è, non esiste un personaggio come Berlusconi in grado di tenere insieme le anime del centro-destra e di convincere Salvini ad annegare il simbolo vincente della Lega dentro un listone dei moderati. Serve qualcosa di più: un Renzi, o almeno qualcuno che conquisti la leadership come ha fatto il premier nel centrosinistra. «Renzi è spuntato sotto un cavolo», spiega l’ex premier, ma sa che il cavolo da cui è uscito il leader sono le primarie.
L’ultima volta che nel Pdl hanno provato a organizzarle era la fine del 2012 ed è stato un disastro. Doveva correre Angelino Alfano, ancora numero due del partito, all’ultimo momento Berlusconi annunciò che si sarebbe ricandidato, fine della ricreazione, tutti i concorrenti si ritirarono in silenzio. Questa volta, però, la macchina delle primarie potrebbe partire da Arcore, per imbrigliare Salvini e intrappolarlo nel campo del listone moderato. «Servono primarie regolate per legge», teorizza Berlusconi. Ma la strada è segnata, perché l’alternativa è che ogni formazione vada per la sua strada e si candidi per i fatti suoi. Un suicidio.
La Carfagna si è sintonizzata su questa lunghezza d’onda. Si propone come un anti-Salvini nel centrodestra: meridionale e donna. Mai una parola invece sulle beghe interne di Forza Italia, perché non si corre per conquistare la guida di un partito in via di smantellamento. L’ex ministro deve far dimenticare agli occhi dei berlusconiani duri e puri la recente stagione in cui aveva affiancato Raffaele Fitto nella corrente dei lealisti, quelli che si erano rifiutati di seguire Alfano nell’Ncd ma che reclamavano un repulisti al vertice in Forza Italia. Oggi Fitto è fuori, sta organizzando i suoi gruppi parlamentari, in Puglia si è messo in proprio e combatte voto su voto per superare lo schieramento fedele a Berlusconi.
Mara invece si è smarcata dal compagno di strada, «mi dispiace per la guerra fratricida scatenata da Raffaele», dice, ha giurato fedeltà a Berlusconi, è rimasta in Forza Italia, la sua campagna elettorale è da donna di partito all’antica: territorio, candidati e simbolo ben esposto nelle manifestazioni. In nome dell’unità del centrodestra ha perfino fatto pace con Alessandra Mussolini con cui in altri tempi erano volate parole molto colorite. In Parlamento non partecipa alla conta di molti colleghi, quelli che meditano di seguire Fitto e quelli che si stringono attorno a Denis Verdini. È intervenuta in Parlamento sull’Italicum. Sulle unioni civili ha presentato un progetto di legge e già si parla di un tandem con la renziana Maria Elena Boschi. Il riconoscimento delle coppie gay è una sua vecchia battaglia, in Forza Italia era in totale solitudine, ma ora anche Berlusconi sostiene una svolta all’irlandese per l’Italia. «Mara è bravissima, l’unica che si batte per i diritti civili», l’ha battezzata la donna più influente del cerchio magico berlusconiano, campana come la Carfagna, la compagna di Silvio Francesca Pascale. Quasi un’investitura.
Quando entrò per la prima volta in Parlamento, nel 2006, l’ex soubrette sembrava vivere una favola, nel 2008 a 33 anni diventò ministro glamour, gratificata dalle copertine dei settimanali di mezzo mondo e da numerose maldicenze. Da allora in poi la fiaba è finita, la Carfagna ha dovuto attrezzarsi alla durezza della battaglia politica, quella di cui parlava il socialista Rino Formica, sangue e altre nobili sostanze. Trappole, cattiverie, fuori e soprattutto dentro il suo partito. Anche negli ultimi giorni il cerchio magico berlusconiano si è rinchiuso attorno al suo leader e ha cominciato a delegittimare l’ascesa dell’ex ministro. Ma Salvini sembra prenderla sul serio: «Sono pronto a sfidare la Carfagna alle primarie». E un forzista di alto rango ritiene che per sfidare il leader della Lega il suo sia il solo nome spendibile. E i nemici? «Se la sceglierà Berlusconi saranno tutti amici».

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