lunedì 11 maggio 2015

IL PAESE DELLE “ECCELLENZE” CHE SI PREMIANO TRA LORO

meritocrazia

IL PAESE DELLE “ECCELLENZE” CHE SI PREMIANO TRA LORO (di Furio Colombo)

Anno 2033: la meritocrazia è al potere. La nuova classe dirigente governa grazie a riforme economiche e sociali ispirate al principio dell’eguaglianza delle opportunità e della intelligenza misurata scientificamente. Il risultato è una nuova società di casta in cui la grande maggioranza è esclusa e umiliata, e per questo infine si rivolta. La meritocrazia, esaltazione ideologica del principio del merito, una delle tendenze più invocate del nostro tempo, produce esiti insospettati e sinistri”.
Cito la quarta di un libro di fantapolitica che descrive il futuro (2033) scritto nel 1958, e nel quale compare per la prima volta la parola “meritocrazia”. È il momento in cui comincia un percorso di gloria per la parola che un fantasioso sociologo aveva individuato come l’inizio di una frantumazione irrimediabile, non più fra ricchi e poveri, ma fra avere e non avere accesso alla vita sociale e ai suoi privilegi, prima di tutto il premio che spetta al merito, ovvero alla selezione di valori eccezionali (L’avvento della meritocrazia. Gli uomini sono tutti uguali? di Michael Young, Edizioni di Comunità ).
Tre eventi grandi e piccoli di questi giorni creano, almeno per me, un senso di gratitudine alle rinate Edizioni di Comunità per averci dato (o meglio restituito) argomenti su cui riflettere mentre le parole “merito” ed “eccellenza” vengono usate con l’improvvisazione di una cronaca sportiva in diretta, quasi ogni giorno, con ogni pretesto.
Il primo evento è semplice, ma anche esemplare. “Sala della Regina gremitissima a Montecitorio per la sesta edizione del Premio Guido Carli, che ieri pomeriggio ha chiamato a raccolta undici eccellenze italiane e un parterre ricco di personalità dell’imprenditoria, della finanza, della politica”. Vorrei essere sicuro di essere libero da ogni sospetto di divertimento o di irrisione. L’evento è serio, la gente è vera, la cronaca è rigorosamente di servizio. Ma se scorrete l’elenco della giuria, poi quello del “parterre”, poi quello delle “eccellenze italiane” premiate, voi non trovate nessuno che non sia già dentro le stanze alte del Paese, che non sia già fin dall’origine, parte attiva nelle cose che contano, che non sia già al vertice e al comando.
Tutti i presenti sono premiati o da premiare (basta attendere la prossima volta) dagli stessi premiati, (e viceversa) in un cerchio chiuso che, nella cronaca stessa dell’evento, appare impenetrabile. Nessuna critica ai vistosi presenti e alle festeggiate eccellenze (a volte con scambi, persino, di cognomi di famiglia).
Però, una domanda: non è da qui (oppure da gruppi contigui e uguali di classe proprietaria e classe dirigente) che partono, con ritmo frequente, discorsi convinti e a volte persino appassionati, sul merito, come chiave per salvare il Paese?
Però non lasciatevi distrarre dalle apparenze. Certo, è inevitabile pensare che stiamo assistendo alle cerimonie di un mondo che ha ben pochi ingressi per il merito di chi non sia di casta (anzi, non ne ha). Ma, come insegna il libro di Young che ho citato all’inizio, si tratta di stabilire dove collochi l’asticella del merito. In questa Italia si è già avverato il 2033 del fantasaggio (o fantaromanzo) Meritocrazia. Una volta stabilito dove si colloca (e si premia) il merito, tutto il resto rimane fuori e – sostiene l’autore americano, con involontario ma preciso riferimento a fatti realmente accaduti in questi giorni a Milano – a un certo punto si diffonde una voglia di rivolta.
Nei suoi anni americani, Michael Young avrebbe dovuto confrontarsi con il poderoso e popolare saggio di John Dewey sul rapporto fra scuola e democrazia e con la testarda persuasione del filosofo, che la scuola (pubblica, gratuita, di alto livello) è il martello pneumatico che perfora il cemento dei privilegiati (magari anche bravi) che non vorrebbero intrusioni, e costringe ad allargare il confronto, con beneficio di tutti.
In Italia le “eccellenze” premiate, che ovviamente ci vengono mostrate come un modello, non hanno alcun problema di sfida (magari desiderata, dai più bravi o dai più giovani). Niente verrà dalla scuola, meno che mai della scuola pubblica. Da una parte ti blocca una riforma priva di una idea della vita (chi siamo? che cosa vogliamo? in che tempo stiamo vivendo?) e anche di ordinaria immaginazione, una riforma ferma e triste che ricorderemo solo per “tutto il potere ai presidi” e neppure la minima attenzione al rapporto con i ragazzi e a un loro nuovo modo di partecipare. E, dall’altra, viene avanti un corteo lungo come l’Italia, che giustamente rifiuta tutto, prima ancora di discutere, perché, oltre all’anomala escrescenza del nuovo preside, viene imposta la cancellazione di diritti maturati e di concorsi vinti, ignorando esiti e classifiche, ovvero la cancellazione del merito.
Ma l’avverarsi della profezia di Michael Young (la meritocrazia, se non è a porte aperte, è un falso pericoloso) si riproduce nella lotta contro le pensioni scatenata da nuovi, pretesi competenti e fantasiosi teorici.
Il gioco torna ad essere la negazione di un diritto, di un patto sancito e reciprocamente accettato, con versamenti durati una vita (e, si immagina, investiti bene in remunerativi percorsi finanziari, dagli enti incaricati, a cui tu versavi metà della tua paga, per tutta la vita di lavoro) che improvvisamente vengono decurtati, anche con un tono sprezzante, sequestrando l’unico modo che hanno quasi tutti di vedersi riconosciuto il merito del proprio lavoro.
Dunque torniamo alla camera stagna delle “eccellenze” certificate da ceto, classe e potere. È tutto quello che vi offrono per credere nel futuro e sperare che Michael Young (inventore e denigratore della meritocrazia di regime) abbia torto.
Avvento-della-Meritocrazia_internisito

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