giovedì 21 maggio 2015

Il Paese riparte, ma senza le persone

da il manifesto
ECONOMIA

Il Paese riparte, ma senza le persone

Rapporto Istat. Il 2015 è l'anno di una piccola, graduale ripresa, ma la disoccupazione resta molto alta. Un italiano su 10 è costretto a rinunciare alle cure mediche, soprattutto al Sud. Donne ancora discriminate nelle imprese, ma sempre più lavoratrici sono l'unica fonte di reddito per le famiglie



All’Italia man­cano 3,5 milioni di occu­pati per rag­giun­gere la media Ue. Un cit­ta­dino su 10 rinun­cia alla cure sani­ta­rie, feno­meno molto più pre­sente al Sud che al Nord. Bastano que­sti flash, anche solo que­ste due imma­gini per cogliere la gra­vità del qua­dro economico-sociale del Paese trac­ciato dall’ultimo rap­porto Istat, pub­bli­cato ieri.
Ma le brutte “noti­zie”- se così si pos­sono chia­mare i risul­tati dell’inchiesta Istat sul 2014 — non fini­scono qui: pre­ca­riato per­si­stente e dif­fuso, part time non volon­ta­rio, lavoro som­merso e irre­go­lare. Le donne non rie­scono a rom­pere il “tetto di cri­stallo” che le separa dalle posi­zioni più ele­vate nelle imprese, ma nel con­tempo sem­pre più fami­glie sono man­te­nute solo e gra­zie all’occupazione femminile.
In un qua­dro così com­plesso e dif­fi­cile, c’è però anche una luce, per­ché il rap­porto Istat non è tutto nega­tivo: nel primo tri­me­stre 2015 il Pil è tor­nato a cre­scere dello 0,3% «dopo 5 tri­me­stri di varia­zioni nega­tive o nulle».
Per un’analisi un po’ più appro­fon­dita, par­tiamo da uno dei due dati che ci ha col­pito di più, quello rela­tivo alla rinun­cia alle cure sani­ta­rie. Pro­blema che non dovrebbe esi­stere in un Paese che teo­ri­ca­mente assi­cura il ser­vi­zio sani­ta­rio nazio­nale (Ssn) come diritto uni­ver­sale: ma è così solo sulla carta. Com­ples­si­va­mente arriva a 9,5% la quota di per­sone costrette a rinun­ciare a una pre­sta­zione sani­ta­ria, per­cen­tuale che scende al 6,2% nel Nord-ovest e sale al 13,2% nel Mezzogiorno.
Numeri che sem­brano dire che la for­bice del benes­sere si è ampliata ancora di più negli anni della crisi: e a influire non è solo la dimi­nu­zione di red­dito delle fami­glie, non è solo il peg­gio­ra­mento della con­di­zione di tanti anziani, ma anche la capa­cità per il ser­vi­zio sani­ta­rio nazio­nale di offrire pre­sta­zioni. Vedi alla voce tagli.
Infatti, se andiamo per regioni, o addi­rit­tura per sin­gole Asl, vediamo emer­gere forti dif­fe­renze: si passa dal 21,7% di rinunce in una Asl della Sar­de­gna al 2,6% nella Asl di Trento e in una della Lom­bar­dia. Nel Nord, infine, si osserva la mag­giore con­cen­tra­zione di Asl che hanno quote non supe­riori al 5,5% di per­sone che rinun­ciano a pre­sta­zioni ero­ga­bili dal Ssn per motivi legati all’offerta.
L’altra cifra allar­mante, che è poi uno spec­chio della prima sulle cure, è quella rela­tiva alla man­canza di lavoro: in Ita­lia il tasso di occu­pa­zione si ferma al 55,7%, «valore molto lon­tano dalla media del con­ti­nente», scrive l’Istat, tanto che rag­giun­gere un tasso «pari a quello medio degli altri paesi Ue signi­fi­che­rebbe per il nostro Paese un incre­mento di circa tre milioni e mezzo di occupati».
Atten­zione, per­ché se la ripresa eco­no­mica ha già comin­ciato a far capo­lino, al con­tra­rio l’occupazione — come già ampia­mente pre­vi­sto da tanti isti­tuti e sog­getti — non si rivi­ta­liz­zerà tanto facil­mente. Nel 2015 si osserva un nuovo calo dell’occupazione, osserva l’Istat: in marzo, infatti, è dimi­nuita per il secondo mese con­se­cu­tivo (-0,2% rispetto al mese pre­ce­dente) e il tasso di disoc­cu­pa­zione è aumen­tato, rag­giun­gendo un livello del 13%. Quello gio­va­nile, nel 2014, ha rag­giunto il 42.7%, con punte del 55.9% nel Sud.
Alto anche il lavoro irre­go­lare: pari al 12,6% degli occu­pati secondo gli ultimi dati dispo­ni­bili (stime rela­tive al 2012), e guar­dando alla media del 2010–2012, l’Istat conta 2,3 milioni di irregolari.
Gli ita­liani sono 61 milioni, gli immi­grati resi­denti 4,8 milioni, e per l’Istat rap­pre­sen­tano «una risorsa», visto che sono «dispo­sti a svol­gere lavori per i quali l’offerta dei cit­ta­dini ita­liani è scarsa».
La disoc­cu­pa­zione dura in media due anni (24,6 mesi), e in un anno la sua durata è aumen­tata di 2,3 mesi (quasi tre mesi per chi cerca la prima occupazione).
Se le lavo­ra­trici fanno ancora fatica a rag­giun­gere le posi­zioni mana­ge­riali e di ver­tice nelle aziende, dall’altro lato la quota di fami­glie in cui la donna è l’unica a essere occu­pata «con­ti­nua ad aumen­tare» e nel 2014 la per­cen­tuale rag­giunge il 12,9%, pari a 2 milioni 428 mila nuclei.
Nelle sue con­clu­sioni, l’Istat mette l’accento sul Mez­zo­giorno: «Da molti anni è assente dalle prio­rità di policy», nota l’istituto.

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