giovedì 21 maggio 2015

IL POPOLO NON SPIEGA, DECIDE. MA C’È LA LEGGE

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IL POPOLO NON SPIEGA, DECIDE. MA C’È LA LEGGE (di Bruno Tinti)

Sistemi diversi: possiamo sapere perché Amanda Knox è stata assolta; non si sa perché lo sia stato O.J. Simpson o perché Mike Tyson sia stato condannato.
Il primo esempio conosciuto di giudici popolari risale al 30 d.c. (ma forse al 33), quando il popolo decise di liberare Barabba e mandare a morte Gesù. Non si sa perché i cittadini di Gerusalemme emisero questa sentenza, il popolo non spiega le sue decisioni. Poi arrivarono i Romani e il loro monumentale contributo alla vita civile: la legge – un insieme di regole che ogni cittadino doveva rispettare –, il processo – un rito per accertare se la legge era stata violata –, e la sentenza – dove si spiegava perché il giudice aveva deciso ciò che aveva deciso.
Non tutti adottarono questo sistema. I Paesi anglosassoni preferirono quello utilizzato per mandare a morte Gesù. L’idea era che un cittadino doveva essere giudicato da altri cittadini. Naturalmente un processo del genere non è un giudizio tecnico, assomiglia a quello che ognuno di noi esprime sui fatti giudiziari di cui viene a conoscenza: un’opinione, più o meno meditata. E, naturalmente, non è prevista una sentenza ma solo un “verdetto”: colpevole-innocente, torto-ragione, risarcimento danni sì-no, se sì x milioni. Non si deve spiegare, proprio come avvenne quando si decise di mandare a morte Gesù: il popolo non spiega, decide.
Il controllo popolare sulla correttezza delle decisioni giudiziarie avviene dunque in modi diversi. Affidandosi alla saggezza del popolo (impersonato dalla giuria) nei sistemi di Common Law; e attraverso la motivazione delle sentenze nei sistemi derivati dal diritto romano. In questo secondo sistema i controlli sono ripetuti più volte perché ci sono almeno tre gradi di giudizio e ognuno termina con una sentenza che, di nuovo, spiega il perché della decisione. Nei sistemi di Common Law non esiste l’Appello e il giudizio davanti alla Corte Suprema è solo eventuale.
Il risultato di queste differenze è evidente: tutti possono sapere per quali motivi Amanda Knox è stata assolta; nessuno sa perché O. J. Simpson è stato assolto o perché Mike Tyson è stato condannato.
Nonostante evidenti incongruenze, molti sistemi di origine romana hanno ceduto alla seduzione di una giustizia “amministrata dal popolo”; e però, non fidandosi di 6 o 12 cittadini di quasi certa ignoranza giuridica e di possibile mancanza di cultura e di buon senso, hanno optato per un sistema misto, il cosiddetto scabinato. Uno o più giudici professionisti e un certo numero di giudici popolari, tutti insieme a decidere; ai giudici professionisti l’obbligo di scrivere la sentenza.
Il sistema in realtà è pessimo: i giudici popolari non sono in grado di gestire i problemi di diritto che i processi presentano e sono spesso tentati di sovrapporre alle regole giuridiche la loro opinione quanto alla sussistenza del fatto e dunque alla colpevolezza o meno dell’imputato.
Ne deriva una inevitabile subordinazione dei giudici popolari ai giudici professionisti, talvolta l’emarginazione di una minoranza che non vuole sentire ragioni, raramente la prevalenza di una decisione non condivisa dai giudici togati (che poi però devono scrivere la sentenza).

Il sistema non cambierà. Anzi, la convinzione sempre più diffusa che le sentenze debbano rispondere a principi di carattere etico, politico o economico e non semplicemente al diritto, presumibilmente porterà a riforme sempre più sbilanciate verso il giudizio sommario, il consenso popolare, perfino l’ordalia. Ha camminato sui carboni ardenti, quindi è innocente sarà la prova decisiva.

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