giovedì 21 maggio 2015

Il reddito minimo secondo il vescovo

da il manifesto
EDITORIALE

Il reddito minimo secondo il vescovo

Piccoli vescovi, grandi questioni. Monsignor Bregantini audito in senato sul reddito minimo. Per la Cei le persone in cig e con il reddito minimo «non fanno niente», no all'«assistenzialismo»



Il red­dito minimo garan­tito non piace a molti. A volte per­ché sospet­tato di aggi­rare la pro­pria sfera di com­pe­tenza, come nel caso dei sin­da­cati, a volte per­ché rite­nuto un affronto alle poli­ti­che di auste­rità e uno spreco ingiu­sti­fi­ca­bile. Avver­sione pun­tual­mente amman­tata di moti­va­zioni eti­che e luo­ghi comuni.
E quando si parla di etica la Chiesa non può esi­mersi dal dire la sua. Come ha fatto, nel corso di una audi­zione presso la com­mis­sione lavoro del Senato, Mon­si­gnor Gian­carlo Bre­gan­tini a nome della Cei.
Per Bre­gan­tini un «pro­getto assi­sten­zia­li­sta» quale il red­dito minimo garan­tito, ma anche alla cassa inte­gra­zione, vanno intesi come incen­tivi a «non fare niente». Un pro­nun­cia­mento vesco­vile con­tro l’«assistenzialismo» desta di per sé un certo stupore.
Che anche in que­sto caso si tratti del timore di una inva­sione laica di campo?
Ci si aspet­te­rebbe da parte della Chiesa una idea più com­plessa, più piena, della atti­vità umana, meno suc­cube del «mer­cato del lavoro» e dei suoi capricci di quella espressa dalle buro­cra­zie mini­ste­riali e dalla dot­trina confindustriale.
Mon­si­gnor Bre­gan­tini dovrebbe sapere che non esi­ste quasi nes­suno che «non fac­cia niente», che non pro­duca a suo modo rap­porti sociali e forme di coo­pe­ra­zione, che non dia il suo con­tri­buto alla cre­scita mate­riale e imma­te­riale (lui direbbe spi­ri­tuale) della società. Si può ben com­pren­dere che una logica pri­gio­niera del cal­colo costi/benefici, com­ple­ta­mente interna ai pro­cessi di mer­ci­fi­ca­zione, non con­tem­pli in alcun modo que­sto insieme di atti­vità, ma è dav­vero scon­ve­niente che una isti­tu­zione che pone la «per­sona» al cen­tro di tutto la iden­ti­fi­chi poi con il «lavo­ra­tore», quello cer­ti­fi­cato dalle tabelle Istat, rico­no­sciuto dalle aziende e cata­lo­gato da mini­steri e sindacati.
Quando si parla di «per­sona» non ci si può appiat­tire poi su un banale man­sio­na­rio, nem­meno quello dei cosid­detti «lavori social­mente utili» che Bre­gan­tini non si rispar­mia di elen­care: ridi­pin­gere scuole, manu­te­nere aiuole, ripu­lire strade. Altret­tanti com­piti sot­tratti al lavoro meglio retri­buito per asse­gnarli a quello mise­ra­mente sus­si­diato. Secondo Bre­gan­tini le isti­tu­zioni pub­bli­che dovreb­bero «accom­pa­gnare» gli inoc­cu­pati verso i luo­ghi di for­ma­zione e di lavoro, met­tendo così il prin­ci­pio pasto­rale al ser­vi­zio del mer­cato del lavoro.
Non ce ne voglia il Mon­si­gnore, ma l’attività stessa di molti reli­giosi (con red­dito garan­tito) potrebbe essere male­vol­mente inter­pre­tata, secondo i suoi stessi cri­teri, come un «fare niente».
La Chiesa, invece di venire in soc­corso alle poli­ti­che di rispar­mio det­tate dalla ren­dita finan­zia­ria, dovrebbe occu­parsi dei grandi temi.
Uno dei quali è cer­ta­mente il fatto che il poten­ziale tec­no­lo­gico attuale non con­tem­pla più, almeno nelle società alta­mente svi­lup­pate, la piena occu­pa­zione come la si poteva imma­gi­nare un tempo. E che il lavoro è desti­nato a occu­pare una parte decre­scente dell’attività umana e del tempo di vita, ma che que­sto non può andare a disca­pito delle con­di­zioni di esi­stenza, dei livelli di red­dito e degli equi­li­bri sociali. Delle «per­sone» appunto.
L’assistenzialismo non c’entra pro­prio nulla. Deve essere pro­prio la Cei a tra­scu­rare l’importanza di una pro­du­zione di ric­chezza extraeconomica?
La con­clu­sione è degna delle pre­messe. Cosa auspica la Cei affin­ché i gio­vani pos­sano rea­liz­zare le pro­prie poten­zia­lità e capa­cità? Il Mon­si­gnore invita le ban­che a con­ce­dere più cre­diti. Tutto si poteva imma­gi­nare, ma non che la «per­sona» fosse il cele­bre «impren­di­tore di se stesso», meglio se indebitato.

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