mercoledì 13 maggio 2015

IL SINISTRO. ''Se ne vanno? Me ne infischio''

da il manifesto
«Sindacati e minoranza Pd lavorano per resuscitare Berlusconi». L’uomo del patto del Nazareno accusa la sinistra di intelligenza col nemico e intanto espelle via web Fassina, D’Alema e Bersani, «masochisti» che vogliono perdere
POLITICA

Se ne vanno? Me ne infischio

Democrack. Renzi versione torrente impetuoso si abbatte sulla sinistra Pd, il nemico della campagna delle regionali. «E' masochista, vuole sempre perdere». Bersani e D’Alema? «Non è che se non ci sono loro non c’è la sinistra». Fassina esce? «Problema suo». Le minoranze si ribellano. Ma lui le accompagna all’uscita

Matteo Renzi
''Con tutto il rispetto per D’Alema e Ber­sani non è che se non ci sono loro non ci sono i Ds». Facendo spal­lucce come un gio­va­notto al bar, Mat­teo Renzi in un colpo si libera di due big in realtà già rot­ta­mati, rie­su­mati giu­sto per sfer­rare il cal­cio finale. «Tor­rente impe­tuoso» torna dun­que a scor­rere, ammesso che si sia mai fer­mato. Com­plice la cam­pa­gna per le regio­nali, il Renzi che ieri pome­rig­gio risponde a Repub­blica Tv è un fiume in piena. Si spe­ri­cola senza temere con­trad­di­zioni. Come sullo scan­dalo delle liste cam­pane: «Alcune liste che sosten­gono De Luca hanno can­di­dati che non vote­rei nem­meno costretto», dice, per­ché sono «impre­sen­ta­bili» e «ingiu­sti­fi­ca­bili» e lo «imba­raz­zano», ma «Le liste del Pd sono pulite». Poi se la prende con la «sini­stra maso­chi­sta» ligure (il can­di­dato ex Pd e ora anti-Pd Pasto­rino e i suoi grandi elet­tori Civati e Cof­fe­rati), rea di voler «ria­ni­mare Forza Ita­lia», pazienza se fu il patto del Naza­reno a tenere in vita il Cava­liere, poli­ti­ca­mente parlando.
Renzi si abbatte sulla «palude». Ma non su obiet­tivi a caso: il nemico scelto per la cam­pa­gna delle regio­nali è quello che ha ancora a casa. E che invita a slog­giare. Lui, non pre­ci­sa­mente incal­zato dalle domande del cro­ni­sta, nega che sia in atto l’espulsione dal Pd della fami­glia ex ds: «La stra­grande mag­gio­ranza del gruppo diri­gente viene da lì, a par­tire da Orfini e Ser­rac­chiani. Il Pd è sem­pre stato que­sto, non è che la sini­stra c’è solo dove c’è D’Alema. Il gruppo diri­gente del Pd è plu­rale, non è che se non ci sono i volti sto­rici manca la sinistra».
Ce n’è per chi è già uscito, come Pippo Civati, reo di aver aperto le iscri­zioni alla sua new­slet­ter: «Dice­vano a me che per­so­na­liz­zavo il par­tito, ora vado sul sito di Civati e leggo ’ade­ri­sci a per Civati’, a una sigla. È il colmo». «È solo una new­slet­ter», replica Civati. Ma Civati è una vicenda archi­viata, oggi tocca a Ste­fano Fas­sina. L’insofferenza dell’ex respon­sa­bile eco­no­mico del Pd è ormai a un punto di non ritorno. In mat­ti­nata il depu­tato gli ha scritto una let­tera sul ddl scuola: sba­gliato nell’«impostazione», non nella «comu­ni­ca­zione». Per lui ormai «il trac­ciato del Pd è inso­ste­ni­bile» La replica è tagliente: «Spero che Fas­sina rimanga, se non rimane è un pro­blema suo non nostro». Tra­dotto: fran­ca­mente me ne infischio.
La mino­ranza sca­tena quel po’ che può: «Renzi sba­glia. Non è un pro­blema solo di Fas­sina se uno come lui ha dubbi sul Pd. È un pro­blema di tutto il Pd», dice Roberto Spe­ranza. «L’arroganza di Renzi è pre­oc­cu­pante e imba­raz­zante, per lui», dice Alfredo D’Attore. Che punta il dito con­tro il rin­vio dell’elezione del nuovo capo­gruppo alla camera: «Non abbiamo mai discusso delle dimis­sioni di Spe­ranza, non abbiamo mai discusso di una scelta grave come la fidu­cia sulla legge elet­to­rale, ora appren­diamo via sms di un rin­vio dell’assemblea senza moti­va­zioni. Vuol dire che viene rico­no­sciuto il fatto che sulla scuola cia­scuno potrà espri­mere la pro­pria libera valu­ta­zione in assenza di capogruppo».
Si arrab­bia anche Ber­sani: maso­chi­sti? «Una misti­fi­ca­zione, abbiamo visto che si può vin­cere poco, tanto, pochis­simo, ma si vince essendo fedeli ai valori e ideali del cen­tro­si­ni­stra ed essendo alter­na­tivi al cen­tro­de­stra. Dall’Ulivo in poi abbiamo sem­pre vinto così». Gianni Cuperlo chiede «un po’ di cau­tela» per evi­tare «frasi con­so­la­to­rie, buone per i comizi».

Ma la verità è che den­tro il Pd qual­cosa si è rotto, e nell’area ren­ziana non c’è nes­suno dispo­sto a difen­dere il dis­senso. La sta­gione del Pd plu­rale, comun­que sia andata, è finita. Lo stesso Fas­sina lo cer­ti­fica con ras­se­gna­zione: «Renzi vuole un Pd nor­ma­liz­zato al ren­zi­smo. Ma il pro­blema non è il sot­to­scritto, ma la parte del popolo demo­cra­tico che è già andata via dopo la svolta libe­ri­sta sul lavoro, la deriva ple­bi­sci­ta­ria sulla demo­cra­zia e l’intervento regres­sivo sulla scuola. Senza di loro, non senza Ste­fano Fas­sina, non è più il Pd».

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