giovedì 7 maggio 2015

IN ITALIA UNA REVISIONE NON SI NEGA A NESSUNO

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IN ITALIA UNA REVISIONE NON SI NEGA A NESSUNO (di Bruno Tinti)

I processi italiani sono lunghissimi. Tre gradi di giudizio (che poi non è vero, in penale sono 5). Nella pratica ognuno può essere ripetuto N volte, in caso di annullamento del giudizio precedente. L’unico limite vero è la prescrizione e, a questo punto, è una fortuna che ci sia. I cittadini comuni non sanno che c’è anche un’altra possibilità, il giudizio di revisione contro le sentenze definitive. Se emergono fatti nuovi, non noti ai giudici che hanno emesso le precedenti sentenze, si può ricominciare daccapo. Terrorizzante.
E quindi esiste un filtro, la valutazione di ammissibilità: sono davvero fatti nuovi? Sono pertinenti all’oggetto del giudizio? Potrebbero modificare la decisione? Se la risposta è sì, allora si ricomincia. Questo istituto riguarda anche i giudizi disciplinari del Csm.
Vi ricordate la “guerra delle procure di Salerno e Catanzaro”? De Magistris è spogliato delle sue inchieste e denunciato per vari reati. Anche lui denuncia i suoi vecchi colleghi. La Procura di Salerno, che si occupa di tutto questo, chiede copia del fascicolo, il famoso “Why not”. Catanzaro non glielo dà. Un po’ di rimpallo e alla fine Salerno sequestra il fascicolo. Il Procuratore Generale di Catanzaro, Iannelli, non ci sta e lo sequestra a sua volta. Finiscono tutti davanti al Csm. Il Procuratore di Salerno, Apicella, viene sospeso dallo stipendio e dalle funzioni, i suoi Sostituti sono trasferiti.
Anche Iannelli viene trasferito e perde il posto. Comincia una serie di istanze di revisione: sostiene che i colleghi di Salerno hanno commesso illeciti; ciò gli imponeva di impedire che venissero realizzati. Da qui il suo sequestro, finalizzato a frustrare le loro intenzioni illegali. Gli illeciti dei salernitani sono fatti nuovi, imporrebbero la revisione della sentenza disciplinare che lo riguarda.
Il Csm per due volte dichiara inammissibile l’istanza. Spiega che, contro i provvedimenti giudiziari che si ritengono sbagliati, non esiste la legittima difesa. Iannelli non poteva commettere un illecito solo perché i salernitani ne avevano commessi altri. Avrebbe dovuto utilizzare gli strumenti previsti dalla legge, in questo caso un ricorso al Tribunale della Libertà per far annullare il sequestro della Procura di Salerno.
Passa un po’ di tempo e De Magistris e Genchi (ve lo ricordate?, il consulente informatico specializzato in telefonia) sono condannati perché hanno illecitamente acquisito i tabulati telefonici di politici e imprenditori. A questo punto Iannelli presenta una nuova istanza di revisione: il fatto nuovo sarebbe costituito dalla accertata illiceità dell’acquisizione. Da qui la sua intenzione di impedire che i tabulati (corpo di reato) fossero conosciuti all’esterno, come sarebbe avvenuto – dice – se fossero finiti alla Procura di Salerno.
Ovviamente di fatti nuovi non c’è traccia. Che l’acquisizione dei tabulati sia stata ritenuta illecita riguarda solo la posizione di De Magistris e Genchi, non Iannelli. Il problema giuridico non cambia: l’illiceità commessa da altri magistrati non autorizza altra illiceità per opporvisi. E poi, quale base logica sostiene questo ragionamento? Se gli atti vanno a Salerno ci sarà senz’altro una violazione del segreto che invece non ci sarebbe se restassero a Catanzaro? E chi lo dice?
Questa volta l’istanza è dichiarata ammissibile. A questo punto si aprirà la corsa alla “revisione che non si nega a nessuno”. Magari la chiederanno i magistrati di Salerno.

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