giovedì 14 maggio 2015

INVALSI, GIUSTO VALUTARE GLI STUDENTI?

123

INVALSI, GIUSTO VALUTARE GLI STUDENTI?

Sono stati introdotti nel 2005. Da quell’anno docenti e alunni scendono in piazza contro le odiate crocette.
Proteste, flash mob, manifestazioni in piazza. Come ogni anno, i Test Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema dell’istruzione) sono stati contestati da studenti e docenti in tutta Italia: sin dal 2005, dal loro debutto, le prove che servono a misurare il grado di apprendimento degli alunni della scuola italiana, hanno sempre fatto discutere. Stavolta, probabilmente anche sull’onda dello sciopero contro la riforma della scuola, il boicottaggio è stato ancor più massiccio e riuscito che in passato: il governo, a causa dello sciopero del 5 maggio, è stato costretto per la prima volta a rinviare la data fissata in calendario. E martedì il 20% degli alunni non ha preso parte alle prove, come confermano i dati diffusi dallo stesso Istituto presieduto da Anna Maria Ajello. Attualmente le prove vengono effettuate in seconda e quinta elementare e in secondo superiore. E sono anche parte integrante dell’esame di Stato in terza media. Per il futuro l’Istituto avrebbe intenzione di insistere ed estendere i test anche alla terza superiore. Ma le resistenze continuano. E le vicende degli ultimi giorni riaccendono il dibattito: giusto o sbagliato valutare il livello di apprendimento degli studenti? E, soprattutto, le prove Invalsi sono la maniera corretta di farlo? Lo abbiamo chiesto a due insegnanti.
L’INSEGNANTE/1 – ALESSANDRA ANGELUCCI 1
“CARI COLLEGHI QUEI TEST CI AIUTANO, NON SONO MOSTRI” di Tommaso Rodano
La battaglia contro Invalsi? È irrazionale. Con tutte le minacce che ci sono nei confronti degli insegnanti… Bisognerebbe rimanere uniti per remare insieme verso una scuola realmente buona (non certo ‘la Buona scuola’ di Renzi!), invece ci dividiamo sui quiz”. Alessandra Angelucci insegna matematica al liceo scientifico Kennedy di Roma. Ha lavorato in prima persona alla stesura dei test. “Le prove Invalsi non sono un mostro, ma uno strumento utile per i docenti. Un termometro: misurano i livelli di conoscenza e di competenza acquisiti dagli studenti”.
Come si prepara un test Invalsi?
Con un lavoro scrupoloso, portato avanti da un gruppo di docenti e professionisti. Ogni fascicolo chiede un impegno di due anni, a cui partecipano centinaia di persone. Soprattutto per passione, visto che i compensi sono molto contenuti.
In che modo dovrebbero migliorare il sistema scolastico?
Le scuole italiane sono eccezionali quando insegnano a ragionare per astrazione, ma bisogna anche imparare ad applicare quello che si studia in contesti pratici. Invalsi permette agli insegnanti, e ai genitori, di rispondere a una domanda: cosa rimane al ragazzo di tutto quello che studia in classe? Una volta aggregate, le statistiche sui livelli di apprendimento dovrebbero essere utilizzate per diminuire il divario tra nord e sud, tra centro e periferia. In Svezia, ad esempio, i docenti migliori vengono indirizzati negli istituti che ne hanno più bisogno. Ripeto, Invalsi non è un mostro: è un termometro.
Chi protesta contro i test, sostiene che servano a valutare solo l’accumulazione di nozioni. Uno slogan degli studenti è “Non siamo solo crocette”.
Metà delle domande sono a risposta multipla, “a crocette” appunto. Ma l’altra metà sono domande aperte, in cui si chiede anche di argomentare. Le crocette però non vanno disprezzate. Le risposte multiple non sono mai scelte a caso: servono a mettere in luce il ragionamento dello studente, forniscono degli elementi di valutazione utili. Certo, se Invalsi avesse più risorse probabilmente potrebbe aumentare il numero di domande aperte, ma non sono sicura che aumenterebbe l’efficacia dei test.
Come si spiega tante proteste?
L’ostilità degli studenti credo sia principalmente eterodiretta, è influenzata dal giudizio degli insegnanti.
Perché allora i suoi colleghi ce l’hanno tanto con Invalsi?
Probabilmente perché li vivono come una minaccia alla libertà d’insegnamento. È un riflesso quasi pavloviano: siamo talmente abituati a prendere “bastonate” che ogni intervento esterno ci sembra una fregatura. E poi c’è la tendenza di molti docenti italiani a rifiutare qualsiasi forma di valutazione dei loro metodi. Anche questa è una leggenda: le prove Invalsi servono a valutare il livello di apprendimento degli studenti, è tecnicamente impossibile che diano un giudizio sull’insegnante. Per farlo, per esempio, servirebbe che ogni professore lavorasse per almeno cinque anni con la stessa classe, e di questi tempi è rarissimo per singoli casi, figurarsi per l’intero corpo docente! In ogni caso, in molti docenti italiani c’è una resistenza eccessiva: la libertà d’insegnamento è sacrosanta, la libertà di cattivo insegnamento no.
2L’INSEGNANTE/2 – MARGHERITA FRANZESE 
“SONO UNA CORSA A OSTACOLI, I RAGAZZI VANNO NEL PANICO” 
di Elisabetta Reguitti
Come la mettiamo con i test Invalsi per i “bisogni educativi speciali” e i “disturbi specifici dell’apprendimento”? La domanda sorge spontanea parlando con Margherita Franzese, insegnante di sostegno in uno dei maggiori istituti comprensivi di Roma.
Come si concilia il famigerato “quiz alla tedesca”, con tanto di cronometro, con studenti con situazioni così delicate?
Non si concilia. Nelle classi sempre più spesso troviamo ragazzi con problemi particolari, che per l’appunto vengono identificati con acronimi come “bes” oppure “dsa”, senza contare la presenza di studenti di origine straniera. Una valutazione del genere, come se fosse una gara a ostacoli, ritengo sia la cosa meno utile che si possa introdurre in una realtà scolastica che per antonomasia dovrebbe rappresentare il luogo dell’apprendimento a seconda delle caratteristiche dell’individuo.
Come si è comportata in questi giorni? 
Per la verità quest’anno, insegnando nelle seconde medie, non dovrò somministrare i test, ma fin dalla loro introduzione mi sono opposta a questo sistema.
Oltre alla specificità dei casi particolari che abbiamo citato, quali sono le ragioni che non la convincono?
Semplice: la scuola è un po’ come un ospedale. I ragazzi vanno valutati come dovrebbero fare i medici davanti ai pazienti. Sono persone con le loro peculiarità, capacità di apprendimento, con diversi tempi di reazione. Con questo sistema di valutazione l’insegnante entra in classe, consegna il foglio e fa partire il conto alla rovescia dando così il via ad una gara di crocette da inserire nella casella giusta. In questo modo è molto facile che qualche alunno si confonda, preoccupandosi più della clessidra che della risposta corretta. Quindi l’attendibilità dei test può essere legata a fattori contingenti.
Una difficoltà in più per chi, come lei, è insegnante di sostegno. 
Non tanto per me ma per i ragazzi stessi. Consideri che noi predisponiamo test specifici che però non verranno considerati nella valutazione finale dell’istituto. Infatti pur essendo inseriti nel plico complessivo, vengono poi bollati con un’apposita etichetta e quindi esclusi. Personalmente ritengo questo metodo discriminatorio.
Cosa proporrebbe di alternativo per valutare la qualità dell’insegnamento nella scuola italiana? 
Non siamo contrari ad essere valutati, ma allo stesso tempo ci aspettiamo che vengano attuate modalità più efficaci e magari anche meno dispendiose da un punto di vista finanziario.
Ad esempio?
Prima di tutto gli stessi esami di terza media sono parametri di valutazione. Inoltre, qualcosa di altrettanto utile, stimolante e divertente per i ragazzi sono le varie gare di logica, matematica, lettura e scienze. Insomma le alternative non mancano. Basterebbe valorizzarle.

___________________________

Nessun commento:

Posta un commento