domenica 3 maggio 2015

ITALICUM, RIBELLI PD IN TRINCEA: “NEL VOTO FINALE ARRIVEREMO A 50″. LA BOSCHI: “NON TEMO IL REFERENDUM”

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ITALICUM, RIBELLI PD IN TRINCEA: “NEL VOTO FINALE ARRIVEREMO A 50″. LA BOSCHI: “NON TEMO IL REFERENDUM” (di Goffredo De Marchis)

Civati vicino all’addio. Fassina apre il fronte scuola: in piazza con i prof Oggi Renzi alla festa dell’Unità di Bologna, due cortei per contestarlo.
Agli amici Matteo Renzi ha confidato che oggi a Bologna, per la chiusura della festa dell’Unità, farà un discorso «di sinistra ». L’obiettivo è togliere un po’ di “acqua” alla minoranza dem in vista di domani quando ci sarà il voto finale sulla legge elettorale e i 38 dissidenti potrebbero sfiorare quota 50, lanciando nuovi attacchi verso il premier. I margini comunque sono ampi e Renzi dice che «se le cose andranno come spero abbiamo girato una pagina di rilevanza pazzesca per il nostro Paese».
Il segretario del Pd si mostra prudente. «Ancora non è finita, aspettiamo a fare il bilancio», mette le mani avanti parlando al Tg2. Ma non sta nella pelle e si vede: «L’Italicum diventa un simbolo: per anni c’è stata una classe politica inconcludente, stavolta possiamo portare a casa il risultato». L’accusa di violare la Costituzione è quella che brucia di più. «Sono in tanti a dire che manca la democrazia ma abbiamo fatto sette voti sulla legge soltanto in questa lettura della Camera…». Oggi a Bologna si capirà anche quali appigli offrirà alla minoranza sulla riforma del Senato. Ma ora si va fino in fondo, sembra dire Maria Elena Boschi: «Faranno un referendum? Non ci spaventa, saranno gli italiani a giudicare, a decidere da che parte stare».
Dunque oggi a Bologna Renzi parlerà del partito e al partito dopo lo strappo di Montecitorio. La giornata non sarà semplice anche per motivi di ordine pubblico. Sono annunciati due cortei: degli antagonisti e dei precari e dei docenti in vista dello sciopero di martedì. Sciopero che diventerà anche la prima occasione di misurare il valore politico e di consenso della frattura avvenuta nel Pd. Pippo Civati, Stefano Fassina e un altro gruppo di parlamentari democratici saranno in piazza accanto ai manifestanti del 5 maggio. «Per contestare il potere dei presidi che riflette il modello verticistico di Renzi — spiega Fassina — e per il riconoscimento degli abilitati e degli idonei che non c’è nella buonascuola».
Fassina spiega che non c’è tempo da perdere, che la battaglia a colpi di fiducia sull’Italicum non deve passare sotto silenzio. La prossima, in Parlamento, potrebbe aprirsi sul nuovo capogruppo da votare dopo le dimissioni di Roberto Speranza. «Vedrò se esistono le condizioni per votare un candidato — avverte l’ex viceministro —. La normalizzazione di Renzi ormai è un dato di fatto e non mi fido del falso pluralismo. Non ci presenti uno della minoranza che ha votato la fiducia con la scusa che al congresso si era schierato per Cuperlo. Ormai la minoranza è quella che non vota i provvedimenti del governo ».
Una dichiarazione molto bellicosa. Condivisa da Civati che annuncia la sua astensione anche all’assemblea del gruppo. E l’uscita, a giorni, dal Pd. «Posso farlo da solo. O insieme ad altri, in particolare al Senato dove il governo ha numeri scarsi. Comunque un segnale va dato ». Se l’onda cresce, dicono gli irriducibili, lo strappo può davvero trasformarsi in scissione. Ieri, per esempio, il lettiano Guglielmo Vaccaro ha già lasciato il Pd chiedendo di passare al gruppo Misto. Non accetta la candidatura di De Luca in Campania «condannato, indagato e decaduto per la Severino» ma è pure uno dei 38 dissidenti che non hanno sostenuto la maggioranza.
Civati e Fassina annunciano il loro voto contrario domani. Nessuna uscita dall’aula, ma una presa di posizione netta. Gianni Cuperlo non voterà l’Italicum ,ma deciderà se astenersi o uscire. Verrà misurata l’adesione di nuovi dissidenti. Il grillino Luigi Di Maio però collega la fretta di Renzi «alla voglia di giocare a fare Mussolini». E il bersaniano Alfredo D’Attorre non vede una facile tregua: «Quella fiducia resta una macchia sul governo e purtroppo sul Pd. Non sarà né per il governo né per il Pd una parentesi che può essere chiusa in modo ordinario».

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