giovedì 21 maggio 2015

La consulta, le regioni e la regia di Padoan

da il manifesto
EDITORIALE

La consulta, le regioni e la regia di Padoan




Que­sta vicenda delle pen­sioni e del decreto voluto dal mini­stro dell’Economia per tran­quil­liz­zare Bru­xel­les e Fmi è dav­vero sin­to­ma­tica e istrut­tiva. Dice di come siamo messi e di dove stiamo andando, un po’ come la famosa unghia che per­mette di rico­struire l’intero leone.
La sen­tenza della Corte costi­tu­zio­nale vale poco meno di una ven­tina di miliardi, tra man­cati ade­gua­menti, effetti di tra­sci­na­mento e inte­ressi. I soldi non ci sono (nel senso che tro­varli impli­che­rebbe inci­dere dove il governo non vuole: patri­moni, ren­dite e set­tori di spesa pro­tetti), quindi la sen­tenza non può essere appli­cata. Di qui la geniale solu­zione sug­ge­rita da Padoan e accolta da Renzi, ele­zioni regio­nali pen­denti. Diamo un segno di atten­zione a una parte dei pen­sio­nati dan­neg­giati dalla For­nero, augu­ran­doci che tanto basti a quie­tarli. Quanto agli altri, ai quali non si dà nem­meno que­sto get­tone, pazienza. Se ne faranno una ragione (la gran­cassa filo­go­ver­na­tiva, Repub­blica in testa, si sta già ado­pe­rando per spie­gare al volgo e all’inclita che un sacri­fi­cio è dovuto per il bene dei gio­vani) e sennò pazienza, si vedrà come fare quando arri­vas­sero i ricorsi. Intanto l’Europa avrà avuto la con­ferma della lealtà del governo ita­liano ai sacri dogmi della sta­bi­lità finanziaria.
La prima domanda che sorge spon­ta­nea è dove sia finito in que­sto paese lo stato di diritto. Ora pare che la que­stione più impor­tante sia che Bru­netta e Gasparri la For­nero l’avessero votata. Ma forse più della coe­renza di qual­che poli­tico ci si dovrebbe occu­pare di come un governo della Repub­blica si muove di fronte a un pro­nun­cia­mento della più alta auto­rità giu­ri­sdi­zio­nale, inca­ri­cata di vegliare sul rispetto della Costi­tu­zione da parte del legi­sla­tore. Non pro­pria­mente qui­squi­lie. Sem­bra invece che la fac­cenda inte­ressi a pochi, quasi si trat­tasse di un det­ta­glio for­ma­li­stico. Sic­ché quello che sta pas­sando è l’idea che una sen­tenza della Corte non è pro­pria­mente una sen­tenza, ma un con­si­glio, una rac­co­man­da­zione. E che alla fine è il governo a dover deci­dere se e in che misura atte­ner­visi, secondo il modello ante­guerra della mono­cra­zia renziana.
La seconda que­stione con­cerne la sorte della Corte costi­tu­zio­nale. È sem­pre più evi­dente (anche per espe­rienza euro­pea) che le Corti costi­tu­zio­nali osta­co­lano l’affermarsi della sovra­nità di fatto della troika e della finanza inter­na­zio­nale. Come spesso accade, il diritto – in par­ti­co­lare il diritto costi­tu­zio­nale – è al dun­que un con­fine dif­fi­cil­mente vali­ca­bile, che fa emer­gere for­za­ture e ille­ga­lità. Lo scon­tro è poli­tico, e al mas­simo livello. Le Corti imper­so­nano la sovra­nità degli Stati ed entrano per forza di cose in rotta di col­li­sione con il pro­cesso di con­so­li­da­mento della sovra­nità sovra­na­zio­nale, che non è sol­tanto quella delle isti­tu­zioni euro­pee, ma anche quella del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale e dei mer­cati finan­ziari, e quella che il paese o i paesi eco­no­mi­ca­mente più forti eser­ci­tano, per inter­po­sti orga­ni­smi comu­ni­tari e dina­mi­che di mer­cato, su quelli più deboli.
Le irri­tuali espres­sioni di mal­con­tento con cui diversi espo­nenti del governo e dell’entourage ren­ziano hanno com­men­tato la sen­tenza della Corte in mate­ria di pen­sioni mostra con net­tezza la cre­scente insof­fe­renza dell’esecutivo nei con­fronti dell’autonomia dei giu­dici costi­tu­zio­nali, che un domani potreb­bero met­tere a rischio anche altre por­che­rie, tipo l’Italicum. Motivo in più per acce­le­rare il per­corso delle «riforme» isti­tu­zio­nali. Pre­sto il capo del governo potrà nomi­nare giu­dici «respon­sa­bili». E i governi non rischie­ranno più di ritro­varsi nei guai per futili que­stioni di natura giuridica.
Infine c’è la nobile figura del mini­stro dell’Economia, che anche in que­sta vicenda si con­ferma in un ruolo di pro­ta­go­ni­sta. Pare che, per pru­denza, Renzi inten­desse riman­dare qual­siasi deci­sione all’indomani del minac­cioso voto regio­nale e che invece, per ras­si­cu­rare l’Europa, il mini­stro lo abbia costretto a que­sta solu­zione rapida, inde­cente sul piano sostan­ziale (rico­no­sci­mento di inte­ressi legit­timi e di diritti acqui­siti) e for­male (obbligo di appli­care la sen­tenza della Corte senza pasticci né sconti arbi­trari). Già il fatto che Padoan abbia pre­valso la dice lunga sul peso dei poteri di cui è garante.
Del resto si sa che il reuc­cio non l’avrebbe voluto nel governo e che glielo ha impo­sto Napo­li­tano – il deus ex machina del governo Monti-Fornero – a sua volta «con­vinto» dalle cen­trali euro­pee. Renzi avrebbe pre­fe­rito un suo uomo per avere piena libertà nell’impiego popu­li­stico delle risorse e degli annunci. Con Padoan deve stare attento, per­ché, a dif­fe­renza degli altri mini­stri, non è un incom­pe­tente, e per­ché rap­pre­senta poteri sovra­na­zio­nali con i quali – come dimo­stra il caso greco – c’è poco da discu­tere.
Ora a ciò si aggiunge il fatto che Padoan ha impo­sto una solu­zione «rea­li­stica» che viola niente meno che una sen­tenza della Corte costi­tu­zio­nale. E così abbiamo un’altra bella novità su cui riflet­tere in que­sta fase di meta­mor­fosi delle forme poli­ti­che: un mini­stro della Repub­blica che, quando si fa sul serio, fa pesare il pro­prio sta­tuto impli­cito di emis­sa­rio della vera sovra­nità poli­tica e finan­zia­ria; sta den­tro il governo ma parla la voce grossa del padrone euro­peo; e, guarda caso, vince, anche con­tro la somma auto­rità giu­ri­sdi­zio­nale. Poveri noi che non solo cre­de­vamo ancora di avere diritto alla pen­sione, ma addi­rit­tura ci illu­de­vamo di essere cit­ta­dini di uno Stato costi­tu­zio­nale di diritto.

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