sabato 30 maggio 2015

LA FRATTURA CHE AGITA IL PD

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LA FRATTURA CHE AGITA IL PD (di Stefano Folli)

Rosy Bindi ha immolato se stessa per dimostrare che il premier non è credibile sulle liste. Il Partito Democratico arriva alle elezioni regionali diviso e anzi frantumato come nessuno avrebbe potuto prevedere. Altro che convivenza fra una maggioranza renziana e una minoranza bersaniana e dalemiana. La frattura è verticale e i margini per ricomporla sono in apparenza inesistenti. È come se i nemici interni del premier, sconfitti sulla legge elettorale e sempre più ai margini per via della gestione solitaria e fin troppo sicura di sé del segretario, avessero finalmente trovato il terreno della rivincita.
Rosy Bindi, presidente della commissione Antimafia, si scandalizza se qualcuno l’accusa di avere ordito una vendetta personale contro Renzi. In realtà, dal suo punto di vista, dovrebbe essere lieta (e probabilmente in cuor suo lo è) di aver messo con le spalle al muro un politico scaltro come il presidente del Consiglio. È riuscita lì dove molti altri hanno fallito durante un anno e più. Certo, tirar fuori la lista di proscrizione a 48 ore dal voto ha richiesto una rara spregiudicatezza. E metterci dentro, a mo’ di bomba a orologeria, mantenendo il segreto fino all’ultimo, il nome del candidato governatore della Campania, De Luca, è un’operazione politica cinica, sia pure avvolta nel mantello della «questione morale».
Tuttavia, come mormora a mezza bocca un parlamentare della minoranza del Pd, «a brigante, brigante e mezzo». Il che rende l’idea di un partito in cui sono venute a mancare le regole della convivenza interna, nonché il rispetto reciproco. La commissione Antimafia non è un tribunale di giustizia al di sopra di ogni sospetto, ma un organo politico che come tale agisce. Stavolta viene usata per colpire il bersaglio grosso a poche ore dal voto. Si voleva dimostrare che Renzi è «come Berlusconi»: moralmente indifferente alla personalità dei candidati, pronto ad attaccare le istituzioni che lo hanno smascherato. E Renzi ha reagito proprio «come Berlusconi», dicono ora tutti gli avversari del premier-segretario. Voleva i voti dell’opinione di destra? Ci sta provando, ma si trasforma egli stesso nel nuovo Berlusconi.
Ecco il teorema che Rosy Bindi ha inteso dimostrare; immolando se stessa e la sua credibilità (le liste di proscrizione non sono state votate, appaiono come una forzatura della presidente), pur di fermare l’ex sindaco di Firenze. Il colpo senza dubbio è andato a segno perché quello delle liste dei candidati non è il punto di forza del premier. In Campania la questione morale, se vogliamo usare questo termine, è stata aggirata, cedendo a vecchie logiche feudali. Renzi si nasconde dietro il meccanismo delle primarie, quasi si trattasse di uno strumento politico posto al di sopra della volontà del leader. È un argomento debole dietro il quale il presidente del Consiglio nasconde il proprio imbarazzo, nonché l’ira per essere stato messo in grave difficoltà alla vigilia del voto.
Eppure Renzi deve biasimare solo se stesso se la commissione Antimafia ha avuto abbastanza materiale per ordire la trappola. È lui che ha lasciato fare, permettendo che emergessero candidati sbagliati, o addirittura ineleggibili, e rinunciando a mandare avanti il programma di rinnovamento della sinistra. Programma che è servito a Roma solo per decapitare la vecchia guardia ex comunista — e in qualche caso ex democristiana — del Pd.
Può darsi che il polverone di ieri non danneggi più di tanto De Luca. Qualcuno dice che l’attacco giustizialista finirà per portargli voti, date le strane logiche territoriali. Di fatto però l’imboscata due giorni prima del voto potrebbe sconvolgere le previsioni. I Cinque Stelle sono sempre pronti a ricavare il massimo vantaggio dalle risse fra i maggiori partiti. Difatti una sorpresa grillina non può essere negata a priori. Se accadesse, la Campania è la candidata numero uno a ospitarla. Sarebbe una sconfitta pesante per Renzi e per quella parte del Pd, numerosa, che non ha dichiarato guerra al suo premier. Certo, se la perdita di slancio avesse riflessi anche altrove, la Liguria — dove tutto è in bilico — potrebbe riceverne dei danni. Lo spettro del 4 a 3 non è stato debellato. E la lista Bindi è un colpo basso che nemmeno lo scaltro premier aveva messo nel conto.

repubblica

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