venerdì 1 maggio 2015

La governance globale del cibo nelle mani delle big company

da il manifesto
ITALIA

La governance globale del cibo nelle mani delle big company


Come abbiamo potuto creare un sistema ali­men­tare mon­diale che genera con­tem­po­ra­nea­mente feno­meni quali fame, obe­sità, cam­bia­mento cli­ma­tico e spreco del cibo? All’Expo 2015 si met­te­ranno in mostra le migliori tec­no­lo­gie per cer­care un modo migliore di ali­men­tare il pia­neta, ma il vero pro­blema è poli­tico. La respon­sa­bi­lità della sicu­rezza ali­men­tare, che era com­pito degli stati, è stata sven­duta a mer­cati e big com­pa­nies, men­tre gli attori in prima linea, come i pic­coli pro­dut­tori agroa­li­men­tari locali, hanno perso ogni diritto.
Negli ultimi vent’anni abbiamo assi­stito all’aumento del potere delle mul­ti­na­zio­nali del set­tore agroa­li­men­tare, gra­zie ai trat­tati su com­mer­cio e inve­sti­menti fir­mati con il con­senso di governi com­pia­centi. La spe­cu­la­zione finan­zia­ria sulla terra e sul cibo ha inflitto il colpo finale ai pro­dut­tori. Per di più, con il con­trarsi dell’attività rego­la­men­ta­trice dello Stato e lo spe­cu­lare aumento degli stan­dard pri­vati le mul­ti­na­zio­nali agroa­li­men­tari hanno gio­cato un ruolo deci­sivo nello sta­bi­lire le regole della loro attività.
Le big com­pa­nies par­lano di una catena mon­diale del cibo moderna e pro­dut­tiva, unico modo di sfa­mare i nove miliardi di per­sone che sie­de­ranno al tavolo del mondo nel pros­simo 2050. In realtà l’offerta mon­diale di cibo è più che suf­fi­ciente. Il vero pro­blema da affron­tare riguarda la dif­fi­coltà di accesso alle risorse ali­men­tari e la pro­fonda dise­gua­glianza nella loro redi­stri­bu­zione, pro­blema che richiede una solu­zione poli­tica piut­to­sto che mirata al miglio­ra­mento delle tec­no­lo­gie pro­dut­tive. Inol­tre, la con­vin­zione che l’agricoltura indu­striale sia più pro­dut­tiva di quella agro-ecologica è stata smon­tata alla con­fe­renza sull’agro-ecologia orga­niz­zata dalla Fao lo scorso settembre.
Se i prezzi dei pro­dotti del sistema ali­men­tare delle mul­ti­na­zio­nali del set­tore doves­sero inclu­dere i costi sociali – dalle emis­sioni di gas serra (50% del totale annuale) all’obesità e all’inquinamento dei ter­ri­tori – essi sareb­bero di gran lunga più alti di quelli dei pic­coli pro­dut­tori che ven­dono i loro beni nei mer­cati locali.
Men­tre l’Expo si con­cen­tra sul tema delle «best prac­ti­ces», la vera que­stione da affron­tare riguarda il potere, chi lo eser­cita, con quali effetti e a bene­fi­cio di chi. Chi decide in caso di con­flitto di inte­ressi? Quali attori pesano quando si pren­dono le deci­sioni sul cibo e con quali pesi? Pos­siamo affron­tare gli enormi squi­li­bri di potere e ridare voce alla mag­gio­ranza della popo­la­zione, a quelli che sof­frono per la fame, a quelli che hanno perso la loro terra? Quali pro­spet­tive ci sono per indi­vi­duare e difen­dere quei beni comuni e inte­ressi pub­blici che sono fon­da­men­tali per il benes­sere delle gene­ra­zioni pre­senti e future? Quali sono le ini­zia­tive in corso, sia locali che glo­bali, che vanno in que­sta direzione?
È arri­vato il momento di riflet­tere su que­ste que­stioni, con­si­de­rando che ci stiamo avvi­ci­nando sem­pre di più al limite eco­lo­gico, sociale e poli­tico del sistema ali­men­tare mon­diale domi­nante. Le abbiamo già a dispo­si­zione. Se abbiamo il corag­gio di dire no alle poli­ti­che dell’industria agroa­li­men­tare, non vuol dire che stiamo sal­tando nel buio o che stiamo inse­guendo un sogno dell’utopia pasto­rale pre-capitalistica. Negli ultimi tre decenni si è svi­lup­pata una rete solida e sem­pre più arti­co­lata di approcci diversi nella rispo­sta alla pro­du­zione e distri­bu­zione di cibo, molto spesso per nulla alter­na­tive, visto che rap­pre­sen­tano il modo prin­ci­pale in cui le esi­genze ali­men­tari sono sod­di­sfatte. Que­ste solu­zioni sono pra­ti­cate e soste­nute da orga­niz­za­zioni sem­pre più auto­re­voli for­mate da con­ta­dini, pesca­tori, pastori, popoli indi­geni o abi­tanti delle bidon­vil­les. Sono le per­sone più dura­mente col­pite dal pro­blema dell’insicurezza ali­men­tare, ma anche più attive nella ricerca di solu­zioni alter­na­tive. Molte si iden­ti­fi­cano con quello che è diven­tato il movi­mento per la sovra­nità ali­men­tare. Que­ste per­sone si stanno mobi­li­tando met­tendo a frutto le loro espe­rienze e facendo cono­scere le loro riven­di­ca­zioni a tutti i livelli e sono state fon­da­men­tali per costi­tuire il Comi­tato per la sicu­rezza ali­men­tare delle Nazioni Unite, con sede a Roma, il primo forum glo­bale di poli­tica ali­men­tare dove i con­ta­dini sono i veri pro­ta­go­ni­sti (a dif­fe­renza dell’Expo 2015).
Cosa occorre al movi­mento per la sovra­nità ali­men­tare per agire come un con­tro­po­tere che con­tri­bui­sca di fatto a fram­men­tare il domi­nio glo­bale del sistema ali­men­tare indu­striale in favore di un approc­cio alla sod­di­sfa­zione delle esi­genze ali­men­tari radi­cato e gover­nato ter­ri­to­rial­mente? È fon­da­men­tale difen­dere l’autonomia delle pic­cole aziende ali­men­tari a con­du­zione fami­liare e dei sistemi di pro­du­zione locali dalle logi­che della grande distri­bu­zione e del mer­cato. Anche la rego­la­men­ta­zione è deci­siva. I diritti delle mul­ti­na­zio­nali sono difesi da leggi vin­co­lanti, come gli accordi com­mer­ciali e di inve­sti­mento, sup­por­tati da forti stru­menti ese­cu­tivi, men­tre i loro obbli­ghi sono sog­getti solo a codici di con­dotta e linee guida volon­ta­rie. Abbiamo biso­gno di miglio­rare la nostra pres­sione sui governi per spin­gerli a tra­sfor­mare il diritto glo­bale «soft», vale a dire volon­ta­rio, come le diret­tive sulla pro­prietà della terra e altre risorse natu­rali adot­tate dal Comi­tato sulla sicu­rezza ali­men­tare mon­diale nel 2012, in legge nazio­nale «hard», cioè vin­co­lanti, al fine di pro­teg­gere le per­sone vul­ne­ra­bili. Ci si può riu­scire quando si eser­cita una suf­fi­ciente pres­sione dal basso. Il governo indiano ha sfi­dato le regole dell’Organizzazione mon­diale per il com­mer­cio sul ricorso agli acqui­sti pub­blici e le scorte per la sicu­rezza ali­men­tare. Il Came­run ha alzato le bar­riere tarif­fa­rie per pro­teg­gere la pro­du­zione locale di pol­lame dall’effetto dum­ping eser­ci­tato dalle impor­ta­zioni di pollo sur­ge­lato sca­dente e sotto costo. Gli Stati sono tra i peg­giori pro­mo­tori di obiet­tivi ristretti e miopi, anche se dovreb­bero essere l’elemento fon­da­men­tale per la difesa dei diritti col­let­tivi dei popoli. Un migliore sistema ali­men­tare mon­diale può essere sol­tanto il risul­tato della volontà poli­tica comune ali­men­tata dalla mobi­li­ta­zione gene­rale di cui i movi­menti sociali e cit­ta­dini – cioè noi tutti – siamo i promotori.
* Esperta di cibo e mul­ti­na­zio­nali, il suo ultimo libro è «Food Secu­rity Gover­nance: empo­we­ring com­mu­ni­ties, regu­la­ting cor­po­ra­tions» (Rou­tledge 2015)

Tra­du­zione di Ales­san­dro Bramucci
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