martedì 5 maggio 2015

La minoranza dem prepara il contrattacco “Il Senato sarà un Vietnam”

La minoranza dem prepara il contrattacco “Il Senato sarà un Vietnam” (GOFFREDO DE MARCHIS)

ellekappaI dissidenti escludono la scissione, solo Civati pensa a un gruppo autonomo. L’idea di appoggiare il referendum.

ROMA – A un deputato renziano che scherzando gli fa: «Pierluigi, ti tocca andare nel gruppo Misto», Bersani risponde con una punta di amarezza: «Tanto nel gruppo Misto ci sono già. Ormai questo è diventato il Pd». Non c’è molto da festeggiare nella minoranza. La legge elettorale è passata, Renzi ha vinto la sua battaglia. «Ma non capisco cosa abbia da festeggiare Matteo — ribatte Roberto Speranza — . La maggioranza ha perso circa 70 voti. I numeri sono semplici. E noi in larghissima parte abbiamo votato contro». Il “dopo”, nel braccio di ferro contro Renzi, però è un mistero. Bersani fa un passo indietro per lasciare la scena ai più giovani. «Cosa fatta, capo ha… », dice. Qualche idea invece Speranza ce l’ha. «Un governo che ha pochi voti di margine al Senato come pensa di far passare provvedimenti importanti spaccando il Pd?».
La risposta a questa domanda viene resa esplicita dai più battaglieri tra gli oppositori.
«A Palazzo Madama l’esecutivo rischia il Vietnam», dice uno di loro. Non solo sulla riforma della Costituzione. I pericoli, con la maggioranza che l’ultima volta ha vinto per un voto su un emendamento alle legge per la pubblica amministrazione, arriveranno molto prima. La riforma della Rai, la buona scuola, gli interventi economici: è l’elenco dei possibili bersagli di agguati e guerriglia interna. Pippo Civati sogna il gruppo autonomo in cui ai suoi tre senatori si aggiungono altri irriducibili Pd e un pezzettino degli ex grillini. Bastano 10 senatori e il governo ballerebbe ancora di più. La scissione non sarebbe indolore dunque. A Palazzo Madama sono 24 i senatori che non votarono l’Italicum. «Intanto mi occupo della scuola partecipando alle manifestazioni di oggi. Poi, mercoledì — annuncia l’ex sfidante delle primarie — presentiamo i quesiti del referendum contro la legge elettorale. Li hanno preparati dei giuristi, li mettiamo a disposizione per formare un comitato». Civati si è stancato di guardare i contorcimenti della minoranza interna. «Bisogna fare. Non rimandare », dice. È evidente che Civati da solo può fare poco. Oggi in piazza con lui scenderanno anche Alfredo D’Attorre e Stefano Fassina. Ma il corpaccione della Ditta è chiamato a dare prova di esistenza in vita molto più corposa ed efficace. Il Senato può diventare il terreno di battaglia. Prima c’è anche la scelta del nuovo capogruppo alla Camera. Ettore Rosato è in pole position : renziano, vicino a Luca Lotti e Lorenzo Guerini, cerimoniere dell’approvazione dell’Italicum mettendolo al riparo da sorprese. Però i 50 “responsabili”, i dirigenti di Area riformista che hanno rotto con Speranza e votato a favore della norma, rivendicano un ruolo, ovvero un riconoscimento formale. «Abbiamo firmato un documento tutti insieme — spiega Matteo Mauri — proprio per dare un senso politico alla nostra scelta. E abbiamo dimostrato che senza quei 50 voti erano guai». Se la maggioranza interna si divide, i dissidenti possono pesare.
I ribelli sono sicuri che la vicenda dell’Italicum lascerà un segno. D’Attorre assicura: «C’è un prima e un dopo questo voto. Vedrete che gli effetti non mancheranno». Gianni Cuperlo dice di non sapere ancora quale sarà il “dopo”. «Ma sono arciconvinto che Renzi abbia fatto male i conti. Oggi vince, nel tempo subirà il contraccolpo. La fotografia di un voto fatto in aula semivuota, con le opposizioni fuori, con il dissenso di una parte del partito, con numeri inferiori alla stessa maggioranza rimarrà impressa e non si cancella. Vedrete come la useranno contro il Pd in un qualsiasi talk show e che effetto avrà sugli spettatori». Ok, e dopo? Cuperlo, che non ama i luoghi comuni, ironizza sulla definizione da dare alla protesta dei ribelli: «Come si dice oggi, ci abbiamo messo la faccia». Basterà?
Oggi i dissidenti escono dal ring in ordine sparso. Indecisi sul futuro, alla disperata ricerca di un leader condiviso in attesa del congresso che sarà. «Nel 2017, è molto lontano», osserva Nico Stumpo. In realtà, dentro le aule parlamentari l’intenzione è costruire un “congresso” permanente, un confronto continuo su ogni passaggio della vita del partito e del governo. Renzi che scende a patti: questo è il sogno degli sfidanti.
Ma è un percorso che va costruito. Speranza è candidato al ruolo di guida, già sabato organizza una manifestazione a Cosenza sul reddito di cittadinanza. Gli altri lo riconoscono? Da vedere. Adesso Pierluigi Bersani vuole lasciargli la scena. Finito il conteggio dei voti dice: «Sessantuno voti contrari mi sembrano un dissenso abbastanza ampio. C’è un dato politico di cui bisognerà tenere conto». Si parte da questo dato numerico. Ininfluente ieri, ma che può avere riflessi a Palazzo Madama. Magari costringendo Renzi a fare campagna acquisti tra verdiniani e altri pezzi di destra. In fondo, questo è uno degli obiettivi della minoranza: dimostrare al popolo di sinistra la mutazione genetica del Pd. Trasformato in un gruppo Misto, con relazione “pericolose”.
Da La Repubblica del 05/05/2015.

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