giovedì 21 maggio 2015

LA NUOVA CONTESA FRA POTERI

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LA NUOVA CONTESA FRA POTERI (di Michele Ainis)

L’Associazione nazionale magistrati critica il governo: sulla giustizia riforme timide e incoerenti. La Corte dei conti punta l’indice contro le Province, o meglio contro i ritardi nell’attuazione della legge Delrio, con effetti distorsivi sul bilancio dello Stato. Il Consiglio superiore della magistratura duella con l’esecutivo a proposito delle misure anticorruzione. Infine Armageddon, la battaglia totale: quella ingaggiata dalla Consulta, con la sentenza n. 70 che demolisce i conti pubblici. Un bollettino di guerra che si limita, peraltro, a registrare gli scontri dell’ultima settimana.
Ma se viaggiamo a ritroso, fin dal battesimo del governo Renzi, le pagine di questo bollettino diventano un trattato militare. Storia vecchia, si dirà. Dopotutto la rissa fra politica e giustizia costituisce il lascito indelebile della Seconda Repubblica. No: storia nuova. Giacché fin qui ne offrivamo due chiavi di lettura, però sbagliando la scelta degli occhiali. Da un lato, Berlusconi, con i suoi conflitti d’interesse, con le sue sfuriate quotidiane contro i giudici. Dall’altro lato, la fragilità della politica, divisa in coalizioni ballerine, incapace d’assumere qualsivoglia decisione.
È la legge fisica dell’horror vacui, che vale altresì nella fisica delle istituzioni: se un potere lascia libero il proprio spazio vitale, un altro potere finirà per occuparlo. Da qui la funzione di supplenza della magistratura, da qui il suo ruolo politico. Ma sta di fatto che adesso Berlusconi è ridotto all’impotenza, che il governo esprime viceversa una leadership potente, e tuttavia fra politica e giustizia volano ceffoni. Come prima, più di prima.
Dev’esserci perciò un’altra spiegazione, un’altra causa di questa malattia degenerativa. Non è troppo difficile scoprirla: basta fissare gli occhi su ciò che rimane immobile nel nostro calendario, sugli elementi del passato che si riflettono pari pari nel presente. Quali? La crisi economica, la diseguaglianza che morde al collo le categorie più deboli, il deficit di Stato. Sta tutta qui la radice dello scontro. Perché i giudici sono sentinelle dei diritti, è questa la loro specifica missione. Ma i diritti costano. Non soltanto i diritti sociali: sanità, istruzione, previdenza. Anche le libertà tradizionali espongono un cartellino con il prezzo, anche la sicurezza, dato che per garantirla bisogna garantire lo stipendio dei poliziotti o dei pompieri.
Decidendo sulla tutela dei diritti, il potere giudiziario finisce quindi per decidere sulla distribuzione delle risorse pubbliche, che spetterebbe viceversa alla politica. Poco male, quando le vacche sono grasse. Molto male, se ne restano carcasse ossute, pelle senza polpa. Democrazia e crisi economica: ecco la questione. Quanti diritti possiamo ancora permetterci? E chi stabilisce la loro gerarchia? Infatti i diritti sono sempre in competizione fra di loro: se proteggo la libertà d’informazione, sacrifico la privacy; se difendo le cavie animali, disarmo la ricerca medica.

Ma la nostra società degli egoismi ha generato un’inflazione di diritti — dell’automobilista, del militare, dello spettatore, del turista. E ogni volta politica e giustizia bisticciano su chi ne sia il tutore. Per uscirne fuori, ciascuno dovrebbe calarsi un po’ nei panni altrui. Serve maggiore sensibilità politica nel potere giudiziario, serve maggiore sensibilità giuridica nel potere politico. E servono canali di comunicazione, strutture di collegamento. In questo tempo di crisi, anche la vecchia separazione dei poteri è diventata un lusso.

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