martedì 5 maggio 2015

La prova di forza che mima la rivolta che non c’è

da il manifesto
EDITORIALE

La prova di forza che mima la rivolta che non c’è

Milano. Uno scontro giocato sul simbolico. E che non apre nessun spazio politico

May Day a Milano
Non sap­piamo quali siano stati i motivi che hanno indotto la Rete No Expo a rin­viare l’assemblea pre­vi­sta per dome­nica 3 mag­gio (l’assemblea, si legge nel sito della rete, «si ricon­voca nei pros­simi giorni»). Resta il fatto che, dopo quanto avve­nuto in piazza durante la May­day, un impor­tante spa­zio di con­fronto poli­tico si è chiuso.
E quelle che dove­vano essere le «cin­que gior­nate di Milano», pre­lu­dio a sei mesi di «alte­rexpo», sono state fago­ci­tate, non solo sui media main­stream ma anche nell’esperienza di migliaia di attivisti/e, da un paio d’ore di duri scontri.
Il risul­tato è un certo spae­sa­mento dif­fuso, la dif­fi­coltà nel pren­dere parola e nel rilan­ciare la mobi­li­ta­zione (cosa che comun­que la Rete No Expo fa con un comunicato).
Meno di due mesi fa, a Fran­co­forte, le cose erano andate in modo diverso. Il ten­ta­tivo di blocco dell’inaugurazione della nuova sede della Bce era stato accom­pa­gnato da azioni e com­por­ta­menti non dis­si­mili da quelli che si sono visti a Milano (pur in altre con­di­zioni, dispie­gan­dosi paral­le­la­mente a un insieme di bloc­chi appunto, e non durante il cor­teo che ha attra­ver­sato la città).
E tut­ta­via la coa­li­zione Bloc­kupy, sot­to­po­sta a duri attac­chi da parte dei media e delle isti­tu­zioni, era stata in grado di riaf­fer­mare imme­dia­ta­mente le ragioni dell’opposizione all’austerity e della costru­zione di uno spa­zio trans­na­zio­nale di azione poli­tica con­tro il mana­ge­ment euro­peo della crisi. Le stesse ini­zia­tive «mili­tanti» assunte da gruppi esterni alla coa­li­zione ave­vano finito per illu­mi­nare quelle ragioni, o comun­que non le ave­vano oscurate.
È quel che non è avve­nuto a Milano. A noi pare che nella pre­pa­ra­zione delle ini­zia­tive con­tro expo siano con­vis­sute due pro­spet­tive piut­to­sto diverse: da una parte quella che indi­vi­duava nella mani­fe­sta­zione espo­si­tiva un grande labo­ra­to­rio sociale, in cui veni­vano spe­ri­men­tate nuove forme di sfrut­ta­mento e di messa al lavoro della coo­pe­ra­zione sociale, in cui si for­gia­vano nuovi spazi urbani, nuove gera­chie e nuovi imma­gi­nari (e se ne rilan­cia­vano al con­tempo altri, niente affatto nuovi, come segna­lato ad esem­pio dalla cam­pa­gna con­tro «We-Women for Expo»); dall’altra quella che con­si­de­rava l’Expo come la rea­liz­za­zione para­dig­ma­tica di una «grande opera».
Ci sem­bra evi­dente che la prima pro­spet­tiva, attorno a cui in que­sti anni sono nate impor­tanti espe­rienze di inchie­sta e sono stati messi in campo gene­rosi ten­ta­tivi di auto-organizzazione e di lotta, è risul­tata com­ple­ta­mente spiaz­zata durante la May­day: non è cioè riu­scita a imporsi come polo di aggre­ga­zione e di indi­rizzo poli­tico. A pre­va­lere è stata la seconda: assunta l’Expo come sim­bolo delle «grandi opere», il sim­bo­li­smo è dila­gato tra le fiamme e le bombe carta, con una serie di slit­ta­menti che dalle ban­che e dalle agen­zie immo­bi­liari sono giunti a inve­stire nor­mali negozi e qual­che utilitaria.
È un punto che va riba­dito: a Milano tutto si è gio­cato sul piano del sim­bo­lico. Non v’è stata espres­sione di una rab­bia sociale dif­fusa (che pure non manca), ma azione orga­niz­zata di sog­getti che hanno scelto di attac­care i sim­boli del «potere» e del «capi­tale» per­ché con­vinti – almeno una parte signi­fi­ca­tiva di essi – che non vi sia alter­na­tiva a una poli­tica di pura distru­zione, che non vi sia alcuno spa­zio per una lotta capace di disten­dersi nel tempo, di con­so­li­dare delle con­qui­ste e di affer­mare nuovi prin­cipi di orga­niz­za­zione della vita e della coo­pe­ra­zione sociale. Dav­vero il para­gone con Fer­gu­son e Bal­ti­mora, con movi­menti di rivolta sociale che attra­ver­sano, coin­vol­gono e divi­dono intere comu­nità, è fuori luogo, a meno che non ci si voglia fis­sare esclu­si­va­mente sulle appa­renze, sulle forme e sulle imma­gini dello scontro!
Si potrà poi dire che qual­che vetrina infranta, qual­che banca e qual­che auto­mo­bile in fiamme non sono nulla di fronte alla vio­lenza quo­ti­diana della crisi, della povertà e delle guerre, che il disor­dine e la vio­lenza che regnano nel mondo si sono pale­sati per una volta con segno rovesciato.
Si potrà aggiun­gere che il riot mila­nese ha rovi­nato lo spet­ta­colo della città tirata a lustro per l’Expo, ha offerto un con­tro­canto alle fiamme tri­co­lori e agli orri­bili pen­nac­chi dei cara­bi­nieri in tenuta di gala, alle penose reto­ri­che del «futuro che comin­cia adesso» e dell’«aspirazione di rimet­tersi all’onor del mondo». A noi sem­brano, nel migliore dei casi, magre con­so­la­zioni: nelle strade di Milano, il primo di mag­gio, abbiamo visto piut­to­sto l’immagine della nostra impo­tenza, della nostra inca­pa­cità di met­tere in campo forme effi­caci di azione poli­tica orien­tata alla destrut­tu­ra­zione dei rap­porti di sfrut­ta­mento e alla tra­sfor­ma­zione radi­cale dell’esistente.
Abbiamo sem­pre pen­sato che l’esercizio della forza da parte dei movi­menti debba essere com­mi­su­rato prima di tutto a un prin­ci­pio: quello degli spazi poli­tici che è in grado di aprire, dell’effettivo avan­za­mento del ter­reno di scon­tro che deter­mina, delle con­qui­ste e delle media­zioni che garan­ti­sce e con­so­lida. Dif­fi­cil­mente que­sto prin­ci­pio può essere appli­cato a quanto abbiamo visto a Milano: il sim­bo­li­smo dello scon­tro è stato esa­spe­rato fino ad assu­mere forme iper­bo­li­che, secondo una logica della messa in scena e della rap­pre­sen­ta­zione (mai troppo lon­tana dall’aborrita rap­pre­sen­tanza) di una rivolta che con­ti­nua a non mani­fe­starsi nella quotidianità.
Ripen­sare forme con­flit­tuali espan­sive e con­di­vi­si­bili, radi­carle nei rap­porti e nelle lotte sociali in modi capaci di mol­ti­pli­care la par­te­ci­pa­zione, il con­senso e il «con­ta­gio» torna a essere un pro­blema poli­tico fondamentale.

Non auspi­chiamo certo piazze e mani­fe­sta­zioni paci­fi­cate (del resto, la «nuova etica» della poli­zia cele­brata dai media, si è estinta nel giro di due giorni spac­cando le teste senza casco nero di chi fischiava Renzi a Bolo­gna): si tratta piut­to­sto di costruire col­let­ti­va­mente, e dun­que poli­ti­ca­mente, le con­di­zioni per­ché la stessa espres­sione di anta­go­ni­smo e rab­bia trovi forme di cana­liz­za­zione affer­ma­tiva, al di là di ogni este­tica della distruzione.
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