mercoledì 13 maggio 2015

LA SPINA CRUCIALE DELLA LIGURIA

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LA SPINA CRUCIALE DELLA LIGURIA (di Stefano Folli)

C’è una regione, fra le sette in cui si voterà alla fine del mese, che sta molto a cuore al presidente del Consiglio. Matteo Renzi le ha dedicato numerose citazioni nel corso della lunga intervista a Repubblica Tv, ieri mattina. Quella regione è la Liguria, territorio di tradizione “rossa” dove in teoria il Partito democratico non dovrebbe avere problemi.
Invece si è creata una contraddizione rischiosa per il profilo vincente del nuovo “partito della nazione”; una contraddizione che potrebbe avere conseguenze politiche anche a Roma. In Liguria la candidata del Pd, Raffaella Paita (foto in alto), è sfidata a sinistra da Luca Pastorino, dietro il quale si staglia l’ombra di Sergio Cofferati. Perdente nelle primarie, uscito dal partito lanciando accuse di brogli, l’ex segretario della Cgil appoggia il candidato alternativo che non ha speranze di successo, ma è in grado di provocare la disfatta della candidata ufficiale renziana. E infatti intorno a Pastorino si è raccolta gran parte della minoranza del Pd, battuta sulla legge elettorale e alla ricerca di un terreno dove inseguire la rivincita. Le regionali si prestano allo scopo e non a caso la Liguria costituisce un’evidente spina nel fianco del premier-segretario. Per meglio dire, è una regione che il nuovo Pd non può perdere.
Si capisce perché. In Toscana, Marche, Umbria e Puglia il risultato è scontato a favore del centrosinistra. In Veneto inve- ce il leghista Zaia sembra più che favorito, mentre in Campania la contesa è aperta fra Caldoro e De Luca. Tuttavia, se a Napoli l’ex sindaco di Salerno andasse incontro a una sconfitta, c’è da credere che Renzi non avrebbe motivo di rammaricarsi troppo. Nessuno pensa che De Luca sia un uomo del premier; al contrario, è un esponente locale astuto ed efficiente che ha raccolto il sostegno anche di personaggi controversi, alcuni dei quali definiti ieri dal presidente del Consiglio come «imbarazzanti», sinonimo di impresentabili. A venti giorni dal voto sembra quasi una sconfessione del candidato del Pd, fra l’altro ineleggibile in base all’attuale normativa. Certo, per il Pd perdere la Campania sarebbe un fallimento, ma con esiti limitati ai confini regionali. Lo sconfitto sarebbe “l’outsider” De Luca, l’uomo che volle farsi re, e non il premier-segretario, architetto del “partito della nazione”.
Viceversa in Liguria lo scenario è tutt’altro. Una eventuale vittoria di Toti, il portavoce di Berlusconi, sarebbe un inciampo non da poco per il prog etto renziano. Vorrebbe dire che l’ammutinamento della minoranza Pd comincia a dare i suoi frutti, incoraggiando altre iniziative. La sera del primo giugno si parlerebbe di un passo falso del premier, di regionali amare per lui e felici per i suoi avversari. Quelli esterni — compreso, nel caso della Liguria, un redivivo Berlusconi — e soprattutto quelli interni. Finora l’addio di Civati non si è trasformato in una scissione. Ma se in una regione “rossa” la sinistra anti-renziana dimostrasse di avere consenso, lo schema potrebbe ripetersi su scala nazionale. L’ipotesi di una Linke italiana si farebbe meno remota e per il “partito della nazione”, ancora in fase di rodaggio, il futuro sarebbe meno roseo.

Sullo sfondo dobbiamo immaginare il ruolo della Lega di Salvini e dei Cinque Stelle di Grillo. Le loro liste sono premiate dai sondaggi. Soprattutto Campania, con conseguenze a danno di De Luca. Ma anche in Liguria il voto anti-sistema, chiamiamolo così, sembra in grado di influire sul risultato finale. Renzi è ormai consapevole della posta in gioco. Questo spiega perché nell’intervista ha insistito più del suo solito nel rivolgersi all’opinione di sinistra, presentando se stesso con insistenza come un riformatore a tutto tondo. C’è un certo elettorato di sinistra da recuperare prima che sia troppo tardi. Prima cioè che si apra una frattura a tutto vantaggio del centrodestra e dei grillini. Ci sarà tempo poi per ripartire alla conquista degli ex berlusconiani da convertire al partito del premier.

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