giovedì 7 maggio 2015

LA VIOLENZA E LA DOPPIA MORALE TV

LA VIOLENZA E LA DOPPIA MORALE TV (Alessandro Robecchi)

RobecchiAbbiamo un problema: la violenza ci piace, basta che stia lontano.

Siccome durante gli anni di piombo ero già abbondantemente sceso dal triciclo, conosco l’importanza della presa di distanza. Erano tempi in cui la premessa era d’obbligo per non insozzare qualunque possibile discorso: “Premesso che sono contro il terrorismo…”. Bene, comincerò allo stesso modo: premesso che sono contro i black bloc, che non ne subisco il fascino nichilista e similpunk, e che ho un alibi di ferro per la giornata del primo maggio (ero a casa guardare i black bloc alla tivù). Ecco, premesso tutto questo e guardando la questione da una prospettiva più politica, dirò che abbiamo qualche problemino con la violenza, la protesta, la ribellione.
Come in molte altre cose, siamo un po’ schizofrenici, e parlo soprattutto di informazione (una cosa un po’ più complessa di giornali e telegiornali, ma ci stanno dentro anche loro). È una specie di visione asimmetrica, uno strabismo variabile. Perché invece le rivolte piacciono molto. I giovani di Hong Kong hanno tenuto le prime pagine per giorni, le varie primavere arabe, dove pure è scorso molto sangue, hanno trasformato certi commentatori in tifosi da curva. Persino le violente manifestazioni di Francoforte (c’erano anche i black bloc) per l’inaugurazione della nuova sede della Bce costata un miliardo e 300 milioni hanno raccolto qualche vaga simpatia, o almeno comprensione. Per non parlare delle rivolte urbane dei giovani neri negli Stati Uniti, con o senza mamme che li portano via. Insomma, non è vero che non ci piace la protesta, la rivolta, la ribellione, e anzi sembriamo gradire parecchio quando avviene in casa d’altri, lontano.   Eppure anche qui l’atto di ribellione è spesso evocato e anzi paternalisticamente consigliato. Si dice ai giovani, spesso e volentieri, ma perché non vi ribellate? Siete apatici, inani, sdraiati… è ormai un refrain quello della generazione delle rivolte che dice ai figli un po’ seccata: ma insomma, perché non fate casino? Non mancherebbero i motivi, diciamo, anche solo per restare ai casi di cronaca come l’Expo. In un paese che ha il 43 per cento di disoccupazione giovanile, per esempio, il Grande Evento che deve fare da volano all’economia utilizza oltre diecimila giovani volontari non pagati, con la promessa che riceveranno in cambio un sorriso da mettere nel curriculum. Che affiori un po’ di rabbia e che possa volare qualche sasso, cosa sempre spiacevole, mi parrebbe da mettere nel conto. Ma c’è di più. La violenza non piace mai, ma è fotogenica. Chiedere per esempio alle migliaia e migliaia di insegnanti che hanno fatto flash-mob contro la riforma della scuola, hanno acceso lumini, hanno protestato civilmente, pacificamente e persino elegantemente. Zero titoli, zero righe, manco un   trafiletto. Avessero preso a martellate un Bancomat o divelto lo specchietto a un taxi, sarebbero finiti con gran clamore sui giornali e nei Tg. Dunque abbiamo un problema con la violenza: che se c’è, la protesta viene resa visibile (a volte tra le righe dell’indignazione si trova persino qualche noterella sulle motivazioni); se non c’è e protesti pacificamente e con grande senso civico, per dirla tecnicamente, non ti caga nessuno e al massimo le tue ragioni finiscono accanto alle farmacie di turno e a “cerco dog-sitter”. Quando le parti saranno invertite – che so, le prime dodici pagine di quotidiano dedicate al corteo pacifico e solo un trafiletto per l’auto bruciata dai teppisti – avremo risolto in parte i nostri problemi con la violenza, la protesta e la rivolta. E con l’ipocrisia.
Da Il Fatto Quotidiano del 07/05/2015.

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