giovedì 14 maggio 2015

L’ANNO ZERO DEL CENTRODESTRA

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L’ANNO ZERO DEL CENTRODESTRA (di Piero Ignazi)

Il tramonto di Silvio Berlusconi mette fine ad un equivoco durato vent’anni: che Forza Italia e il Pdl rappresentassero la destra moderata-conservatrice in Italia. Per molto tempo, grazie alle loro vittorie elettorali e alla narrazione compiacente e miope che ne veniva data, i partiti diretti da Berlusconi sono stati vestiti di fogge estranee alla loro vera anima: fogge moderne e moderate. Niente di tutto questo ha connotato il berlusconismo. Il suo asse politico-culturale poggiava su due cardini: l’appello anticomunista e la prefigurazione di un futuro fastoso e festoso, dove la ricchezza, e i benefit connessi, del leader fossero alla portata di tutti.
In un mondo come quello dei primi anni ‘90, in cui tutto un sistema crollava, era sufficiente entrare in scena con un sorriso smagliante e calmierante per occuparne il centro. Alla tetraggine di partiti novecenteschi arroccati in linguaggi e pratiche desueti bastava contrapporre un minimo di modernità per relegare quelle formazioni in un angolo. Il successo delle creature politiche berlusconiane è connesso con quel tornante della storia italiana rappresentato da Tangentopoli ma anche con quanto di irrisolto, e carico di aspettative, era rimasto incagliato negli anni ‘80. Poggiando su quella doppia, contraddittoria, eredità — la Milano da bere e il novismo post-Tangentopoli — il Cavaliere offre una visione scintillante e postmoderna dei bassi continui della cultura politica italiana trasfigurando e mitigando, in un certo senso, qualunquismo e familismo, antistato e particulare.
Il miracolo politico berlusconiano sta tutto nella conquista dell’“osso duro” reazionario e qualunquista dell’Italia profonda, eliminando il suo volto cupo e il suo potenziale di violenza antisistemica. A conferma che questa Italia non-moderna era il bacino di riferimento del Cavaliere valgano le ricerche sull’elettorato forzista che segnalavano come il bacino di voti più cospicuo fosse fornito dalle casalinghe: un gruppo sociale di cui catturava più della metà dei consensi. Seguivano i pensionati e, più indietro, i liberi professionisti e i dirigenti, la componente elevata invece a icona della modernità del berlusconismo. Questi gruppi sociali erano saldati dalla liberazione dagli impicci delle regole e dall’oppressione dello Stato, dalla minaccia comunista e dalla speranza- illusione di un nuovo miracolo economico. Tutte pulsioni estranee alla cultura moderata di stampo europeo.
Nemmeno nel punto più alto dell’egemonia berlusconiana, dopo la vittoria alle elezioni del 2008, l’ipotesi di una destra moderata è diventata plausibile. Perché, appunto, quella destra non è mai stata coltivata. Non per nulla, quando sono stati fatti tentativi in quella direzione — prima i “professori” reclutati nel 1996, e poi il gruppo di Fini tra 2008 e 2010 — sono falliti. Nemmeno la versione più solida e accreditata di una destra moderna e liberal, incarnata da Mario Monti (al quale Berlusconi aveva offerto la guida dello schieramento di centro-destra), ha avuto riscontro. E la ragione è che sul terreno moderato-conservatore il Cavaliere ha sparso napalm per vent’anni. I riferimenti tipici dei partiti conservatori europei — senso dello Stato, rigore, moralismo d’antan, toni bassi, ricerca del consenso — già fragili sul suolo italico, sono stati azzerati dal populismo del forzaleghismo imperante. Prima la crisi economica e gli insuccessi nell’azione di governo hanno rotto l’incantesimo: quel nuovo mondo radioso ripetutamente promesso è crollato. Poi Berlusconi ha perso l’asso nella manica, l’appello anticomunista: l’ascesa di Renzi ha tolto ogni plausibilità a quella carta.

Mentre la sinistra prospera senza l’anti-berlusconismo, il Cavaliere affonda senza l’anticomunismo. Una volta esaurito il carisma rimane un campo desertificato da scelte politiche deleterie, promosse con una violenta torsione populista del conflitto politico. In più, ora il campo della destra è ristretto dalla radicalità degli ex compagni di strada come la Lega di Salvini, dal richiamo anti-establishment a 360 gradi di Grillo e dalle incursioni renziane. La destra è all’anno zero.

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