mercoledì 13 maggio 2015

LAVORO, IL CAOS DATI (VOLUTO) CHE PREMIA SEMPRE IL GOVERNO

LAVORO, IL CAOS DATI (VOLUTO) CHE PREMIA SEMPRE IL GOVERNO (Carlo Di Foggia)

lavoroÈ passata un’era da quando Elsa Fornero accusava l’Inps di non fornirle i dati precisi sugli esodati: “Il lavoro che cresce è più stabile. Non solo grazie alla decontribuzione ma anche al contratto a tutele crescenti”. Matteo Renzi? No, Tito Boeri, presidente Inps voluto dal premier, che ha così twittato. E subito Renzi ha rilanciato il commento. Boeri è anche il primo teorico – insieme a Pietro Garibaldi (nominato da Boeri all’Inps “responsabile scientifico” del programma “VisitINPS Scholars”) – del nuovo contratto a tutele crescenti su cui è centrato il jobs act.   I NUMERI. Lunedì l’Inps ha comunicato – attraverso l’Osservatorio sul precariato creato da Boeri – che nei primi tre mesi dell’anno ci sono stati 203 mila nuovi contratti stabili in più rispetto allo stesso trimestre del 2014 (+24%).
Letti attentamente, quei numeri dicono però che i nuovi posti di lavoro stabili in realtà sono 54 mila, un quarto del totale (forse anche meno, visto che si contano i contratti e non le teste). Dal dato complessivo vanno infatti levate le stabilizzazioni di contratti precari (122 mila) e degli apprendistati (26 mila). Una differenza che non è passata sulle agenzie di stampa e i siti web. Non solo: stavolta l’Inps ha comunicato anche le cessazioni, cosa che curiosamente non aveva fatto ad aprile per il primo bimestre. Non è un dettaglio visto che il contratto a tutele crescenti è partito il 7 marzo e ieri Boeri ci ha tenuto a sottolineare che il “boom” di nuovi rapporti di lavoro stabili è dovuto anche alla nuova tipologia prevista dal jobs act. Senza le cessazioni è difficile dare una risposta ma un calcolo si può fare: a marzo il ministro del Lavoro Giuliano Poletti aveva incautamente sbandierato 79 mila nuovi contratti stabili in più nel primo bimestre 2015, anticipando le comunicazioni obbligatorie. Dopo le polemiche il ministero ha dovuto fornire il dato al netto delle cessazioni: 45.703 (sempre al netto di statali, lavoratori domestici e agricoli). Tradotto: a marzo i nuovi posti creati potrebbero essere poco più di ottomila, differenza tra il saldo dei primi due mesi (45 mila) e quello del trimestre (54 mila). Non un grande impatto. Ipotesi, ovviamente. “Il problema è che il ministero non comunica le serie storiche e i dati completi – spiega Luca Ricolfi, sociologo docente di analisi dei dati all’Università di Torino – e non consente di fare analisi accurate”. Una su tutti: “I dati pubblicati ieri sono molto positivi anche perché il 2014 (con cui vengono confrontati, ndr) è stato un anno particolarmente negativo. In realtà siamo sugli stessi livelli del 2013”.   IL CAOS DATI. Dopo le polemiche su Poletti, il ministero ha deciso che da aprile, il 25 di ogni mese pubblicherà i dati sulle comunicazioni obbligatorie. In pratica ogni mese ci saranno i dati Inps, poi quelli del dicastero di via Veneto e poi (di solito il   30) i dati dell’Istat. Quest’ultimo considera tutte le tipologie contrattuali, mentre gli altri due solo il flusso di contratti attivati e cessati, con dati non destagionalizzati che quindi non possono essere confrontati con i mesi precedenti ma con lo stesso periodo dell’anno precedente. Pubblicarli mese per mese serve a poco (fino al 2014 venivano diffusi in ritardo e a cadenza trimestrale).   Una cacofonia di dati diversi (ma complementari) dove ognuno ha gioco facile a scegliersi i numeri che gli danno ragione. Quello che in ingelse si chiama cherry piking (scegliersi la ciliegia). Tanto più che – sottolinea Ricolfi – l’Osservatorio sul precariato dell’Inps “praticamente fotografa l’andamento dei settori che possono usufruire della decontribuzione (fino a 8.060 euro per tre anni, ndr)”. Un osservatorio sul jobs act.   I PRECEDENTI. Nell’ottobre 2010 l’allora ministro del Lavoro Maurizio Sacconi definì esoterici i dati sulla disoccupazione di Bankitalia: considerava quella “reale” (compresi cioè gli “scoraggiati” e i cassintegrati), e quindi risultava più alta di quella nominale (11% contro l’8,3). L’anno prima Giulio Tremonti, indispettito dai pessimi dati dell’Istat, mise a verbale: “Voi avete idea di come fanno le statistiche sul metodo Eurostat? Con un campione di mille telefonate. Ti chiamano a casa e ti dicono: ‘Sei disoccupato?’ Rispondi: ‘vai a quel paese’ e l’Istat scrive: ‘Molto occupato’”, scatenando l’ira dei ricercatori dell’Istituto.   In Inghilterra Margaret Thatcher decise che l’Istituto nazionale di statistica non avrebbe dovuto pubblicare i numeri sulla povertà, perché tanto non erano previsti interventi in materia. Allo stesso modo i länder tedeschi nominano i dirigenti degli uffici statistici regionali senza valutare le loro competenze statistiche. In Italia siamo al retweet.
Da Il Fatto Quotidiano del 13/05/2015.

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