sabato 30 maggio 2015

Listofanti. E il Pd processa Rosy

da il manifesto

Listofanti

Insulti e accuse in stile berlusconiano da Renzi e tutto lo stato maggiore del Pd contro la presidente dell’Antimafia per aver reso pubbliche le notizie sui pochi candidati in lista con problemi giudiziari. In sua difesa solo la minoranza. Tra i nomi però c’è anche quello di De Luca. Già traballante per la legge Severino, querela Bindi che rompe il silenzio e, a sera, replica: «Abbiamo fatto il nostro dovere rispettando le regole stabilite da tutti i partiti»

E il Pd processa Rosy

Antimafia. La presidente della commissione bicamerale dà l’elenco degli «impresentabili», e la maggioranza del suo partito si scaglia contro di lei. Anche Renzi: «Questa vicenda usata per regolare conti»
 
Rosy Bindi
Un segno dei tempi più evi­dente non lo si potrebbe imma­gi­nare. La pre­si­dente della com­mis­sione Anti­ma­fia Rosy Bindi dif­fonde i nomi di 17 can­di­dati «impre­sen­ta­bili», cioè sospetti di col­lu­sioni con la cri­mi­na­lità, e a insor­gere scom­po­sta­mente non è Forza Ita­lia come da anti­chi copioni, ma lo stesso par­tito della Rosy, il Pd di Mat­teo Renzi. Il sena­tore for­zi­sta Nitto Palma appare addi­rit­tura com­pas­sato: «Non con­di­vido». Renato Bru­netta, poi, difende la già odiata Bindi: «La sua ini­zia­tiva è legit­tima. Il Pd offre uno spet­ta­colo squallido».
Ma se guardi dall’altra parte, verso il suc­ci­tato Pd, trovi un vul­cano in eru­zione. Par­tono i vice­se­gre­tari Gue­rini e Ser­rac­chiani che vanno giù più duri di come non si può: «Bindi ha usato l’Antimafia per una sua per­so­nale lotta poli­tica». Il can­di­dato cam­pano De Luca, unico Pd nella lista, annun­cia que­rela e replica: «La vera impre­sen­ta­bile è lei, ma mi regala 100mila voti. Gra­zie». «Se la vedranno in tri­bu­nale», com­menta Mat­teo Renzi, che dopo aver get­tato avanti i luo­go­te­nenti, a sera aggiunge il suo carico: «Mi fa molto male che si uti­lizzi la vicenda dell’antimafia per una discus­sione tutta interna, per rego­lare dei conti interni al Pd».
Le rea­zioni dei diretti inte­res­sati erano pre­ve­di­bili. Quelle for­sen­nate del Pd un po’ meno. Ad aprire il fuoco è un uffi­ciale ren­ziano, Erne­sto Car­bone, depu­tato: «Bindi sta vio­lando la Costi­tu­zione». La pre­si­dente nem­meno gli risponde, «Non mi abbasso». E’ solo un tiro d’assaggio. Poi irrompe l’artiglieria pesante. Davide Faraone, sot­to­se­gre­ta­rio all’Istruzione, guar­dia di ferro ren­ziana, twitta duro: «Così si svi­li­sce l’antimafia». Para­go­nato al pre­si­dente del par­tito Mat­teo Orfini, già gio­vane turco, è un buf­fetto. Per lui la Bindi ci riporta addi­rit­tura «indie­tro di secoli, quando i pro­cessi si face­vano nelle piazze aiz­zando la folla». Sullo sfondo un coro da lin­ciag­gio in diretta. Per qual­cuno (Mar­cucci, sena­tore) «è uno show imba­raz­zante e inu­tile». Per qual­cun altro (Umberto Del Basso De Caro, sot­to­se­gre­ta­rio) trat­tasi di «inter­vento a gamba tesa, grave inter­fe­renza nella vita demo­cra­tica». Per Ste­fano Cec­canti, testa d’uovo del costi­tu­zio­na­li­smo in stile ren­ziano, «Siamo al di fuori della legge». Sono solo due esempi tra mille. Il flo­ri­le­gio è senza pre­ce­denti. Fioc­cano le richie­ste di inter­vento anche sul secondo cit­ta­dino dello Stato, tanto che il pre­si­dente del Senato Pie­tro Grasso deve alla fine pre­ci­sare: «Non posso inter­ve­nire sull’Antimafia».
A difen­dere Rosy Bindi si levano dav­vero poche voci, esclu­dendo quella non disin­te­res­sata di Bru­netta. C’è Sel con il capo dei depu­tati Arturo Scotto, quella dei sena­tori Lore­dana De Petris, il mem­bro dell’Antimafia De Cri­sto­faro ma anche Nichi Ven­dola che parla di lin­ciag­gio con­tro la ex pre­si­dente dell’assemblea Pd. Tra i dem ci sono le voci della mino­ranza, quelle dell’ex segre­ta­rio Pier­luigi Ber­sani e Ste­fano Fas­sina. C’è il ber­sa­niano D’Attorre. Ma poca roba. Donna Rosy, peral­tro, si difende benis­simo da sola. «Lo scree­ning del per­so­nale poli­tico rien­tra tra i nostri com­piti. Nes­suna intro­mis­sione nella cam­pa­gna elet­to­rale, nes­suna lotta interna al Pd. Qui non si parla di incan­di­da­bi­lità ma solo di dire ai cit­ta­dini qual è la qua­lità poli­tica di chi andranno a votare». Poi a sera sbotta: «Ho taciuto di fronte al ten­ta­tivo di dele­git­ti­mare me e la com­mis­sione per un can­di­dato la cui con­di­zione era cono­sciuta da tutti. Saranno gli ita­liani a dire chi usa le isti­tu­zioni per fini poli­tici». Ogni rife­ri­mento a un Pd che fa muro intorno al can­di­dato pre­si­dente della Cam­pa­nia, Vin­cenzo De Luca, è asso­lu­ta­mente inten­zio­nale
Le accuse mosse alla pre­si­dente dell’Antimafia, in realtà, sono anche di metodo. Un com­mis­sa­rio, il Pd Magorno, lamenta il non essere stato messo al cor­rente dei nomi sino all’ultimo momento, quando li ha appresi in tv dalla pre­si­dente stessa. Con­corda il segre­ta­rio della com­mis­sione, Marco Di Lello, socia­li­sta: «A nes­suno è stato con­sen­tito di fare valu­ta­zioni sulla lista. Bindi non ha voluto nes­suna con­di­vi­sione». La replica arriva a stretto giro: «Non ho preso nes­suna ini­zia­tiva da sola. L’ufficio di pre­si­denza allar­gato ai capi­gruppo ha con­di­viso tutte le pro­ce­dure». Al comu­ni­cato, la Bindi acclude una nota sui com­piti asse­gnati alla com­mis­sione dalla legge isti­tu­tiva, incluso quello di vigi­lare sul rispetto del codice di autoregolamentazione.
Quel che andrebbe messo in discus­sione, caso­mai, non è l’applicazione del codice di auto­re­go­la­men­ta­zione da parte della Bindi, ma, even­tual­mente, la sua logica. La richie­sta di ridi­scu­terla sarebbe più accet­ta­bile se il par­tito che stre­pita, quello di Mat­teo Renzi e della stessa Rosy Bindi, non fosse troppo diret­ta­mente parte in causa.
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— Andrea Fabozzi

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