mercoledì 6 maggio 2015

L’ultimo strappo con la storia della sinistra

L’ultimo strappo con la storia della sinistra (Salvatore Cannavò)

Sfiducia

“MAI PIÙ PD” SI LEGGE NELLA PIAZZA ROMANA. MA SARÀ IL PREMIER A DECIDERE SE ROMPERE DEFINITIVAMENTE CON IL MONDO DEI DOCENTI.

Il cartello è netto: “Tre milioni sfiduciano Renzi”. Perché tre milioni? chiediamo. “Perché – risponde l’esponente del Movimento Insegnanti precari – il personale della scuola è di circa un milione, moltiplichi per una media di tre votanti a famiglia ed ecco il risultato”. A riprova di questo voltafaccia secco rispetto al Pd di Matteo Renzi, i precari in prima fila al corteo di Roma, indicano lo striscione che campeggia sopra il Pincio: “Mai+Pd”. “Più chiaro di così. Alle prossime elezioni, anche se lo abbiamo votato alle primarie, deve perdere”.  
Le voci raccolte in una manifestazione non rappresentano un sondaggio attendibile. Tradiscono un orientamento casuale a volte sono dettate dall’emozione. Però, a guardare la piazza di ieri, le parole e gli slogan degli insegnanti in corteo, la sfiducia verso Renzi è evidente. Più che di sfiducia, anzi, si potrebbe definire la fine dell’illusione e la morte delle speranze. Gli striscioni sono inequivocabili: “Non è la buona scuola, ma la buona sòla”, intendendo la romanesca fregatura. “La scuola difende la scuola”, dice un altro cartello che rivendica con orgoglio il ruolo di una categoria ormai impoverita da finanziarie delittuose, precipitata nel prestigio sociale eppure ancora così rilevante per il benessere delle società moderne . “Quelli della buona scuola siamo noi”, insistono i docenti che dietro la lavagna metterebbero volentieri Renzi e, soprattutto, il suo governo. Stefania Giannini in primis, percepita chiaramente come inadeguata e inadatta al ruolo. Quando il segretario della Uil-Scuola ne chiede le dimissioni la piazza esplode in un boato liberatorio.   QUELLA DI IERI, però, non è un stata una giornata puramente sindacale. Al centro della protesta c’era lei, la scuola, e quindi il modello di società che le sta dietro e sopra. Uno degli interventi più ascoltati e applauditi è stato quello del genitore Giuseppe Costa che ha ricordato i guasti della riforma Gelmini, l’abolizione dei due maestri, il taglio del tempo pieno: “Ci vuole più tempo per educare i nostri ragazzi, non più velocità”. E in questa frase c’è tutta la distanza tra una visione classica e quella iper-moderna di Renzi. Non è un caso se lo scontro si sta concentrando sul ruolo dei presidi: decisivi nel governo efficiente degli Istituti scolastici per il premier, ulteriore concessione a una concezione manageriale e pragmatica. E foriera, pensano insegnanti e sindacati, di una divisione censoria delle scuole, tra serie A e serie B: “Da San Basilio a Garbatella, Renzi e Giannini rifate la cartella”, gridavano le maestre della periferia romana, preoccupate per la marginalizzazione dei loro istituti.   La rottura con Renzi, dunque è consumata anche se non è definitiva. La manifestazione di ieri è servita per chiedere, con forza, il cambiamento del disegno di legge sulla scuola. I tre sindacati ci puntano con forza anche se hanno precisato che “non basteranno piccoli emendamenti”. Servono cambiamenti significativi che Renzi non sembra voler offrire, a partire dal ruolo dei presidi. E allora la protesta potrebbe andare avanti fino al blocco degli scrutini, misura radicale che metterebbe in subbuglio milioni di famiglie.   Lo strappo non è poca cosa perché parliamo di un pezzo importante, se non decisivo, dell’identità della sinistra italiana , sia essa di derivazione comunista o cattolica. Lo dimostra la dichiarazione di un ex popolare di peso come Giuseppe Fioroni, ministro dell’Istruzione ai tempi del governo Prodi, che ha invitato Renzi a non sottovalutare la giornata. Se il premier deciderà di strappare definitivamente con un elettorato solido e con un mondo che svolge una funzione nevralgica nel sistema sociale avrà compiuto l’ultima e forse definitiva rottura politica con il Dna del Pd.   NON È DUNQUE CASUALE che altri soggetti, alternativi al Partito democratico, abbiano puntato molto sul corteo. Sel si è presentata con una delegazione molto nutrita, capitanata da Nichi Vendola. Anche il Movimento 5 Stelle è sceso in piazza e gli altri partiti della sinistra radicale. Susanna Camusso ha percorso tutto il corteo e poi è rimasta sul palco per tutta la durata dei comizi con l’evidente intenzione di mostrare il volto della sua Cgil nella prima grande mobilitazione di categoria contro il governo. E poi Landini. Il segretario della Fiom ha aderito allo sciopero, si è fatto il corteo raccogliendo il consueto bagno di folla e di selfie, sentendosi chiedere ripetutamente l’unità tra insegnanti e operai e raccogliendo proposte anomale. Come quella avanzata da tre delegati della Cisl: “Se fai un partito ti votiamo”. Non a caso il primo appuntamento della Coalizione sociale, che si terrà il 6 e 7 giugno, avrà tra i suoi punti centrali il tema della scuola pubblica.   Sullo sfondo di tutto, però, resta sempre il fantasma del disimpegno, della disillusione. Dell’abbandono. In presenza dell’ultima rottura, il mondo della scuola potrebbe scegliere di abbandonare il voto. Come è già successo in Emilia Romagna e rischia di succedere alle prossime Regionali. La sfiducia sarebbe netta anche se priva di alternative.
Da Il Fatto Quotidiano del 06/05/2015.

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