giovedì 14 maggio 2015

Molti nemici, non altrettanto onore

Molti nemici, non altrettanto onore (Stefano Feltri)

SavianoENTUSIASMO FINITO.

A guardare i sondaggi di Matteo Renzi si nota un fenomeno strano per un premier in campagna elettorale: i consensi al Pd sono in crescita, 36,9 per cento contro il 36,7 di una settimana fa, secondo i dati di Ixé. Ma la sua popolarità scende dal 36 al 35. Un’inezia che però nasconde l’improvviso aumento del numero di nemici dichiarati del premier.   Gli insegnanti sono tanti, circa un milione contando anche i bidelli, e se al 65 per cento hanno scioperato contro la riforma della #buonascuola, una qualche ripercussione nelle urne a fine mese alle elezioni regionali ci sarà. La Cgil ha guidato quella protesta, esplosa in piazza e che continua sui social network, ma il segretario generale Susanna Camusso trasforma il dissenso del sindacato in una opposizione concreta, misurabile: prima a Mestre e poi a Campobasso ha suggerito agli scontenti di non restare a casa, ma di andare al seggio e votare scheda bianca o annullarla.
Un modo per ridimensionare, almeno, il risultato del Pd, destinato a vincere nella maggioranza delle Regioni contese (e per far pesare, anche dove perderà, come in Veneto, la distanza della Cgil). Il sindacato guidato dalla Camusso conta 5,6 milioni di iscritti, non tutti quelli chiamati al voto annulleranno la scheda o la infileranno bianca nell’urna, ma per la prima volta la Cgil ha dato una indicazione di voto esplicitamente ostile a quello che era il suo partito di riferimento.   Il premier e la sua squadra scommettono però che ad attaccare i sindacati si ottengono più consensi di quanti se ne perdono. Altre mosse, invece, non possono finire nella categoria win win, come direbbe Renzi. Per esempio il sostegno totale a Vincenzo De Luca, il candidato Pd in Campania, che il premier non ha mai amato (sarebbe un perfetto candidato alla rottamazione) ma che ora deve subire. “Nel Pd e nelle liste c’è tutto il sistema di Gomorra, indipendentemente se ci sono o meno le volontà dei boss”, ha detto lo scrittore Roberto Saviano all’Huffington Post. I sindaci anti-Camorra della Campania, come Renato Natale di Casal di Principe, sono d’accordo con Saviano. E se queste parole non sono diventate un caso nazionale capace di minare l’elezione di De Luca e compromettere l’immagine del renzismo a livello internazionale è soltanto perché il quotidiano Repubblica, dove di solito Saviano scrive, non le ha rilanciate anche se l’Huffington è parte dello stesso gruppo editoriale. Sempre su Repubblica, però, ci pensa il fondatore Eugenio Scalfari a far scappare un altro po’ di elettorato democratico: “Molte persone stanno pensando di astenersi dal voto o di votare scheda bianca sperando che nel frattempo rinasca una sinistra moderna, cambiata, ma ancora legata ai valori di libertà ed eguaglianza. Spero anch’io che questo avvenga o che Renzi torni sui suoi passi sconsiderati”, ha scritto domenica. Un altro invito a non votare Pd. A Scalfari non piace l’Italicum e la riforma costituzionale, ammette anche “un crescente sentimento di antipatia”.  Enrico Letta non è mai stato un fenomeno di popolarità e a Palazzo Chigi c’era arrivato solo con le larghe intese. Ma adesso è in classifica con il suo libro Andare insieme, andare lontano (Mondadori). Quelli che l’hanno comprato sono stati attirati soprattutto dalla certezza che nessuno più di Letta sarebbe stato ostile verso Renzi, cui fu costretto a consegnare la campanella simbolo del potere dopo aver creduto all’invito Twitter #staisereno.   Anche ai sedicenti poteri forti Renzi aveva chiesto di stare sereni: Jobs Act, incentivi fiscali alle assunzioni, via l’Irap sul costo del lavoro, aiutini a chi cerca di aggirare il fisco con la revisione dell’abuso del diritto. La Confindustria è silente, ma il Sole 24 Ore di Roberto Napoletano continua ad attaccare il governo, talvolta con risultati dolorosi per Palazzo Chigi. Proprio il Sole ha innescato la campagna contro i dati del ministro del Lavoro Giuliano Poletti che celebrava risultati del Jobs Act manipolati per far risultare un boom di assunzioni. La Telecom di Giuseppe Recchi e Marco Patuano non era certo un’azienda anti-renziana, ma lo sta diventando dopo che Renzi ha consegnato la questione banda larga a Franco Bassanini della Cassa depositi e prestiti. Col risultato che la banda larga non si fa, Telecom cerca alleanze difensive con Fastweb per proteggersi dalle ingerenze di Palazzo Chigi che per tutta risposta fa filtrare su Repubblica l’intenzione (meglio, la minaccia) di affidare la fibra ottica addirittura all’Enel. Unica soddisfazione per Renzi: Ferruccio de Bortoli ha lasciato il Corriere della Sera, ora denuncerà lo “stantio odore di massoneria” di certi accordi del premier con Silvio Berlusconi soltanto sulle colonne del Corriere del Ticino. Il nuovo direttore, Luciano Fontana, era il braccio destro di De Bortoli, ma sembra meno bellicoso.   Quello che Edmondo Berselli chiamava “il fattore C”, transitato da Romano Prodi a Matteo Renzi, sembra però essere evaporato. Il premier è andato alla Casa Bianca per farsi fotografare con Barack Obama, ma il presidente americano si è scordato di dirgli che a gennaio aveva ucciso un ostaggio italiano con un drone. Poi la Corte costituzionale, dove siede un certo Giuliano Amato che si sognava al Quirinale al posto di Sergio Mattarella, scava un cratere nel bilancio pubblico bocciando la riforma Fornero delle pensioni. Su questo Renzi non ha ancora osato dire una parola. E il silenzio, per lui, è il nemico peggiore.
Da Il Fatto Quotidiano del 12/05/2015.

Nessun commento:

Posta un commento