domenica 17 maggio 2015

MUTAZIONI GENETICHE – OLTRE GLI IMPRESENTABILI: RENZI E IL PARTITO DELLA FAZIONE (E DELLA DAZIONE)

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MUTAZIONI GENETICHE – OLTRE GLI IMPRESENTABILI: RENZI E IL PARTITO DELLA FAZIONE (E DELLA DAZIONE) di Antonio Padellaro

C’è un documento sonoro del fattoquotidiano.it che spiega meglio di qualunque analisi politologica perché il Partito della Nazione di Matteo Renzi, essendo in realtà il partito delle fazioni (e spesso anche delle dazioni), finirà presto per travolgere il suo stesso demiurgo. Ecco infatti l’ineffabile Vincenzo De Luca, candidato governatore della Campania che prima di un comizio del Pd, a Napoli, sussurra fuorionda ad Andrea Cozzolino (già suo avversario alle primarie) qualcosa sui cosiddetti impresentabili: “Quale cazzo è il problema? Opportunità? Io per opportunità non voterei nemmeno Schifani o Lupi, eppure stanno nella maggioranza. Che paese di merda, fa proprio schifo”.
Nel suo linguaggio espressivo e con il consueto cipiglio da Fronte del porto, De Luca dice cose incontestabili. Traduciamo: Renzi definisce “nomi imbarazzanti” quelli di una lista che mi sostiene e dice che non li voterebbe neanche costretto, ma lui non può farmi la morale. Il suo governo non si regge forse con i voti del signor Schifani, assai chiacchierato in Sicilia, e del signor Lupi, non più ministro per la faccenda del Rolex al figlio?
E dunque, aggiungiamo noi, che partito può essere quello costruito sulla pietra angolare del “lui è peggio di me” e con il cemento dei reciproci ricatti? Se Alfredo Reichlin non fosse il signore che è, dovrebbe chiedere i danni per l’abuso e lo stravolgimento del concetto Partito della Nazione, da lui coniato. Per Matteo Renzi e i suoi amici, una sorta di bidone aspiratutto dove destra e sinistra si confondono. Mentre per Reichlin si tratta “non di uno schieramento, ma di un indirizzo culturale e politico che superi la contrapposizione tra progresso e reazione, tra il modello socialdemocratico e quello liberista, entrambi obsoleti, per offrire soluzioni ai problemi collettivi che sfuggono alle vecchie identità”. Nulla che abbia a che vedere con l’idea egemonica renziana, anzi: il diavolo e l’acqua santa.
Del resto, basta dare un’occhiata all’elenco impressionante di inquisiti, riciclati e improponibili a sostegno dei candidati dem nelle Regionali del 31 maggio che Luca De Carolis ha ricostruito, mercoledì scorso, su queste pagine. Dove i precedenti penali si sprecano, ma che sono la parte visibile del sistema sommerso del voto di scambio: blocchi d’interessi legati a questo o a quel capobastone e che prima o poi presenteranno il conto. Non c’è solo il Pd campano infiltrato dagli uomini di Cosentino e dal sistema di Gomorra. In Liguria, ecco gli amici di Scajola e gli ex Udc, di cui la candidata dem, Raffaella Paita, ha un disperato bisogno nel testa a testa ingaggiato con il centrodestra di Giovanni Toti. In Puglia, Michele Emiliano viaggia con sondaggi più rassicuranti e non si capisce perché abbia imbarcato l’accozzaglia di ex missini ed ex forzisti, se non con ragioni di bassa cucina elettorale. E lo stesso vale per gli ex leghisti che appoggiano la Moretti in Veneto.

Che c’entrano allora le “culture riformiste” di cui straparla il premier con il minestrone indigesto che raccoglie i trasformismi di ogni colore, dagli ex Sel agli ex Scelta Civica? Nulla, e infatti dopo il prevedibile successo elettorale renziano nelle Regionali (6 a 1 o male che vada 5 a 2), i pezzi di questo castello degli opportunismi cominceranno a scricchiolare e i vari pacchetti di voti reclameranno quanto gli spetta. E se, poniamo, Renzi dovesse pretendere un’azione più incisiva per la bonifica della Terra dei fuochi, il nuovo governatore della Campania dopo aver ascoltato le liste amiche che fanno capo a Cosentino, potrà sempre rispondergli (con rispetto parlando): “Che cazzo vuoi?”.

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