sabato 23 maggio 2015

NON C’È REGIONE CHE TENGA

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NON C’È REGIONE CHE TENGA (di Bruno Manfellotto)

Le elezioni del 31 maggio sono diventate un catalogo dell’indecenza. Con troppe liste piene di candidati impresentabili. E piccoli ras di periferia arroganti in grado però di condizionare il potere nazionale.
Verrebbe da chiedersi che cosa sia successo. E come sia possibile che nonostante gli affondo della magistratura, il disgusto crescente per le caste, la corsa all’astensione, gli impeti rottamatori, una nuova generazione al potere e i vaffa urlati in piazza, nonostante tutto questo in politica trovi ancora spazio e consenso una peggio gioventù. Stavolta li hanno chiamati gli impresentabili, ma tanto si sono già presentati e le loro liste sono pure state accolte a braccia aperte, o cercate dagli stessi candidati governatori delle prossime regionali, al nord e al sud, di qua e di là, a destra e a sinistra. Già, com’è possibile?
Chiedono voti, e rischiano pure di essere decisivi, ras delle tessere (ancora!), politicanti buoni oggi per quel partito e domani per il suo opposto, professionisti del voto di scambio e prìncipi della clientela, protervi neofascisti e razzisti dichiarati, e imputati, indagati, condannati. Che tristezza. Così, le elezioni del 31 maggio rischiano di passare alle cronache del Bel Paese non solo perché stavolta Matteo Renzi sottopone a referendum la sua leadership, Silvio Berlusconi saggia la sua sopravvivenza e Raffaele Fitto lancia la sua sfida; o perché potrebbe gonfiarsi ancora il partito del non voto; e nemmeno perché, per uno di quei paradossi di cui si nutre la politica, la voglia di rivalsa a sinistra rischia di regalare la Liguria alla destra, ma soprattutto perché mai si era visto un simile catalogo dell’indecenza. Perdippiù parcellizzato in mille listarelle: in Campania corrono in ventiquattro, e sia Vincenzo De Luca – a sua volta condannato dal Tribunale di Salerno e inseguito dalla legge Severino – sia Stefano Caldoro hanno messo insieme ciascuno una truppa d’appoggio di dieci; otto ne conta Giovanni Toti in Liguria e altrettante Michele Emiliano in Puglia. Piene zeppe di indecorosi.
Secondo gli scienziati della politica, e Roberto D’Alimonte è tra questi, la madre di tutte le parcellizzazioni è rappresentata proprio dalle diverse leggi elettorali regionali per le quali – a differenza del neonato Italicum – valgono ancora le preferenze e scatta il premio alla coalizione, cioè non al solo candidato vincente ma al grappolo di alleati che lo sostengono. Giusto, vero, ma ciò non spiega perché sia stata comunque lasciata la possibilità di candidarsi anche a loschi figuri e dunque non funzioni più, e a nessun livello, alcun filtro né di merito né di rappresentanza. Allora, perché? Proviamo a cercare una risposta.
Forse assistiamo all’esito finale di un lungo processo che le forze politiche hanno subìto e non hanno saputo comprendere e arginare in tempo. Giunte al loro acme, l’appartenenza ideologica e la tradizionale divisione tra destra e sinistra, già incrinate sotto i colpi di piccone al Muro di Berlino, sono andate lentamente scemando fino a scomparire. Complice la crisi economica, poi, l’esigenza di governo è diventata più forte della voglia di partecipare e di essere rappresentati. Figli di questa nuova esigenza sono stati via via il partito dei sindaci, il consiglio dei ministri come consiglio d’amministrazione (Berlusconi), la personalizzazione e la prevalenza della leadership variamente interpretata da Grillo, Salvini, Renzi.
La tendenza è stata accelerata dall’eterna Tangentopoli che ha scandito l’ultimo ventennio contribuendo ad accentuare la diffidenza dei cittadini nei confronti della politica. C’è poco da meravigliarsi, dunque, se la partecipazione si sia rapidamente affievolita fino a spegnersi e a diventare un idolo del passato, un ricordo lontano. Il fenomeno non ha risparmiato nemmeno le grandi associazioni di imprenditori, commercianti, artigiani un tempo padroni della scena, oggi sempre meno influenti; ridimensionati anche i sindacati costretti a una contrattazione sempre più rituale e ormai guidata soprattutto dalle trattative azienda per azienda. Conscio della crisi, Maurizio Landini sta cercando di porvi rimedio trasformando la Fiom in un movimento politico il cui concime è, per ora, solo la costante presenza in tv del suo leader.
Naturalmente l’andazzo generale ha pesato di più sui partiti di sinistra, e fortemente li ha cambiati: smantellate sezioni e cellule diffuse nel Paese, e dunque perse le antenne che consentivano loro di captare prima degli altri i mutamenti profondi della società, leader e leaderini si sono chiusi in se stessi scambiando l’attività politica con la lotta interna, l’elaborazione di soluzioni con la conquista di fette di potere, la discussione con la personale sopravvivenza, il dissenso con la minaccia dell’ennesima inutile diaspora. In quanto alla destra, paga il declino del leader e la vana ricerca di un successore.
Peccati imperdonabili, puniti dagli elettori o con l’astensione o cedendo alla protesta e al populismo: dividendosi tra l’una e gli altri, ormai più dei due terzi dell’elettorato non si riconoscono più nella politica tradizionale. Potrebbe essere così anche in questa tornata di votazioni. E il paradosso è che la dissoluzione di una fitta rete di partecipazione e rappresentanza, cioè l’assenza di un setaccio democratico, ha finito per favorire l’estendersi della corruzione e della criminalità organizzata anche in aree che ne sembravano fino a ieri immuni, come Emilia, Veneto, Lombardia.
Nemmeno il più grigio dei gufi poteva arrivare a immaginare che il sacrosanto rifiuto di una politica fatta di egoismi e di piccoli e grandi affari riducesse i partiti tradizionali a vani testimoni del tempo incapaci di arginare l’arroganza montante di piccoli ras di periferia, cacicchi che controllano il territorio e il consenso condizionando sia quanto resta delle macchine-partito conosciute finora, sia certi capetti che ai capataz di provincia devono spesso la loro permanenza nella nomenklatura.
Insomma, si voleva evitare il disastro, lo si è alimentato. Oggi nuovo teatro della commistione insana tra politica e affari sono diventate proprio le amministrazioni regionali, disegnate pensando al federalismo all’italiana, istituite negli anni Settanta per bilanciare il consolidato potere democristiano con quello comunista tenuto fino ad allora in frigorifero e divenute invece ricchi centri di spesa, sanità innanzitutto, sui quali si intrecciano interessi di ogni genere. Di quell’antico disegno politico è rimasto poco o nulla. E davvero sorprende, fa perfino venire i brividi, che nessuno seriamente se ne preoccupi e che l’argomento non sia tema di discussione né tantomeno oggetto di riforme istituzionali. Per i politici, almeno. Perché i cittadini se ne sono resi conto benissimo e, ahimè, si allontanano sempre più.

P. S. Qualche sera fa i tg hanno dato notizia della decisione del presidente della Repubblica di rinunciare al vitalizio di docente universitario e di estendere tale scelta all’intero staff dirigente del Quirinale: niente cumulo per tutti. E vabbè. Però mi ha colpito un dettaglio. Le immagini del servizio mostravano Sergio Mattarella alla scrivania, seduto su una poltrona imbottita dal colore e dalla foggia molto poco presidenziali, mentre firmava documenti brandendo una penna a sfera Bic, sì, una di quelle trasparenti con il cappuccio azzurro. Ora, i cultori della stilografica d’oro e dell’inchiostro royal blue ci resteranno male; gli italiani invece, anche alla luce delle indegnità di cui sopra, dovrebbero riflettere un po’ su questo gesto di quotidiana semplicità. Spontaneo, non dettato da astuti maghi della comunicazione. E pensare quali siano i valori, gli atti anche minimi, non solo simbolici, nei quali potremmo e dovremmo riconoscerci. Tutti. Per provare a ricominciare.

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