giovedì 21 maggio 2015

“Non ho mai istigato a lanciare molotov”

“Non ho mai istigato a lanciare molotov” (OTTAVIA GIUSTETTI)

Erri De LucaNo Tav, Erri De Luca in tribunale a Torino risponde alle accuse di sabotaggio, circondato da una piccola folla di sostenitori Con i pm minimizza e usa toni pacati: “Non sono un tribuno o un capo partito, ho solo prestato ascolto a cause giuste e necessarie”.

TORINO – «Evidentemente no. Non ho mai inteso dire che il sabotaggio della Tav dovesse passare attraverso il lancio di molotov. Ho usato il termine sabotare nel suo significato più ampio. Come sinonimo di ostacolare, intralciare, impedire. Le cesoie? Anche le cesoie non servono». «Sono utili a tagliare le reti?». «È evidente. Ma che questo sia un atto di sabotaggio no, e se le reti sono state messe in modo illegale, le cesoie che le tagliano ripristinano la legalità». Lo scrittore Erri De Luca siede sul banco degli imputati la mattina del suo sessantacinquesimo compleanno. La piccola aula del Tribunale di Torino è gremita di fotografi e giornalisti. Il pubblico è tutto No Tav.
Ci sono una ventina di sostenitori che hanno risposto all’appello lanciato durante il Salone del Libro e indossano la t-shirt #iostoconerri. C’è l’amico e musicista Gianmaria Testa, e lo scrittore Fabio Geda. Ci sono gli editor di Feltrinelli. Le porte dell’aula restano aperte anche dopo l’ingresso del giudice per evitare che buona parte del pubblico sia costretto a rimanere fuori. Ma chi ha viaggiato fin qui per ascoltare dichiarazioni esplosive rimarrà, alla fine, deluso. Lo scrittore napoletano interpreta la parte di un imputato qualunque. Le sue parole sono misurate, il tono di voce pacato. Minimizza il peso specifico delle sue dichiarazioni. Fa del suo meglio, nonostante tutto, per lasciarsi alle spalle questo processo in cui è accusato di istigazione a delinquere in relazione alle violenze No Tav per un’intervista rilasciata all’Huffington Post il primo settembre del 2013. «La Tav va sabotata — dichiarava allora lo scrittore napoletano — ecco perché le cesoie servivano: sono utili a tagliare le reti. Hanno fallito i tavoli del governo, hanno fallito le mediazioni: il sabotaggio è l’unica alternativa ». Ieri, invece, quelle «parole proibite» sono rimaste sullo sfondo. Fuori dal tribunale. Guardando sempre fisso davanti a sé De Luca si è difeso: non c’è nesso tra le dichiarazioni e gli episodi di violenza intorno al cantiere. «Non sono un tribuno o il capo di un partito. Sono semplicemente uno scrittore che presta il suo piccolo diritto di ascolto ad alcune cause che ritiene giuste e necessarie, dalla Valle di Susa a Lampedusa». Come dire: quella No Tav equivale a quella dei pescatori che disobbediscono alle leggi per salvare i migranti, dei lavoratori in sciopero che sabotano la produzione — lui che, ricorda, è stato operaio vent’anni — così come dei volontari in Bosnia che hanno «sabotato » la guerra. I pm gli fanno due sole domande. Cosa intende per sabotaggio. E a cosa servivano le cesoie e le molotov. Lui risponde asciutto. Non si volta verso i magistrati né verso il giudice.
È più disinvolto quando sono i suoi avvocati a chiedere: «Ho istigato qualcuno a commettere reati? Non mi risulta. Nessuno mi ha mai attribuito questo potere. A parte, naturalmente, la procura di Torino. Se istigo, istigo semmai alla lettura. Al massimo alla scrittura». Dal pubblico si leva qualche applauso. «Si ricorda di aver mai detto che il cantiere andava abbattuto?» «Al contrario: io ho espresso l’idea che quello non è il Palazzo d’Inverno, che va preso con la forza, espugnato e cancellato. Quel cantiere è come la città di Gerico, assediata da un coro di voci, ed è quel coro di voci che farà crollare le mura». I pm riprendono. Gli ricordano di aver preso parte ad altre iniziative dei No Tav, in passato. Lo incalzano, ma lui minimizza ancora. Alberto Mittone, l’avvocato di parte civile per Ltf, gli mostra le foto di un graffito che è comparso di recente sui muri della città: è il disegno di una bottiglia incendiaria con su scritto «Sabotav». «Non ho mai visto questa immagine — risponde lo scrittore — è un acronimo che non conosco ». Il nodo del processo non è stabilire se le opinioni dello scrittore siano giuste o sbagliate, ma è stabilire se con le sue dichiarazioni abbia avuto un ruolo nelle strategie dei No Tav in quel 2013, quando gli attacchi al cantiere erano continui ed energici. Ma lo scrittore non ci sta: «La parola esce dal controllo di chi la pronuncia».
Da La Repubblica del 21/05/2015.

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