domenica 31 maggio 2015

Pd, siamo ai titoli di coda

da il manifesto
EDITORIALE

Pd, siamo ai titoli di coda



VINCENZO VITA
La ver­go­gna degli «impre­sen­ta­bili», su cui bene ha fatto Rosy Bindi ad inter­ve­nire (eccome, le obie­zioni non ten­gono pro­prio), equi­vale alla parola «Fine» (del Pd). Infatti, del Par­tito demo­cra­tico nato nel 2007 non è rima­sto pres­so­ché nulla. Il Pd, nell’ultima sta­gione, è cam­biato — in peg­gio — almeno tre volte. La linea poli­tica, innan­zi­tutto. E’ dif­fi­cile raf­fron­tare i due Pd: quello delle ori­gini e l’attuale. E’ fin troppo evi­dente che quell’ipotesi (ricca di spe­ranze e di attese) non è riu­scita, per sva­riate ragioni, a par­tire dalla scelta di con­si­de­rare l’attracco con il Nuovo fonte di mode­ra­ti­smo piut­to­sto che del rilan­cio di una sini­stra moderna.
Un lento, ine­so­ra­bile logo­ra­mento, fino al cedi­mento. Mat­teo Renzi ha avuto gioco facile a sca­lare un corpo pro­fon­da­mente inde­bo­lito, tenendo ini­zial­mente coperte le inten­zioni reali. Anzi. L’urgenza di rin­no­vare è diven­tata un brand pub­bli­ci­ta­rio, con lo slo­gan della rot­ta­ma­zione; la neces­sità del cam­bia­mento ha imboc­cato la strada delle «riforme». In verità, da lì a poco, il così nobile ter­mine si sarebbe capo­volto seman­ti­ca­mente nel suo con­tra­rio: in una con­creta pra­tica con­tro­ri­for­ma­trice. Gli esempi si spre­cano: dallo Sblocca Ita­lia con lo slab­bra­mento delle regole; al Jobs Act e allo sdo­ga­na­mento dei licen­zia­menti; alla revi­sione della Costi­tu­zione con la ridu­zione del Senato ad organo ad ele­zione indi­retta; all’Italicum con un pre­mio di mag­gio­ranza mai visto; al pastic­cio sulla Rai sospinta nelle brac­cia del Governo; alla cosid­detta Buona scuola, vera ferita inferta al lavoro intellettuale.
C’è un filo tra tutte que­ste misure: lo spo­sta­mento netto del bari­cen­tro dai ceti sfrut­tati nel corpo, nel fisico e nella mente ai set­tori di una bor­ghe­sia e di una pic­cola bor­ghe­sia ram­panti, con­di­zio­nati da un capi­ta­li­smo finan­zia­rio e spe­cu­la­tivo. Insomma, nel ren­zi­smo alberga un richiamo della fore­sta, all’incirca lo stesso — muta­tis mutan­dis — del primo ber­lu­sco­ni­smo. Senza le punte e le pato­lo­gie dell’ex Cava­liere. La cita­tis­sima disin­ter­me­dia­zione, vale a dire l’attacco ai corpi inter­medi ( sin­da­cali, sociali, pro­fes­sio­nali) è, in verità, la subal­ter­nità ai rap­porti di forza nel frat­tempo matu­rati in Ita­lia. In nome di una dit­ta­tura dell’immediatezza che ha preso il soprav­vento, ampli­fi­cata dai mille talk show. Con la coper­tura della reto­rica dei tweet, usati come momenti di per­so­na­liz­za­zione con­sen­suale delle scelte e non come stru­menti di coin­vol­gi­mento par­te­ci­pa­tivo. Il «Par­tito della nazione» è, dun­que, un cen­tro mode­rato che via via imbri­glia la dia­let­tica demo­cra­tica. Non è nep­pure la rie­di­zione della Dc.
Il secondo motivo per cui il Pd non è pota­bile è la causa e insieme l’effetto della «svolta» poli­tica. Si tratta del cam­bia­mento antro­po­lo­gico in atto nel e del corpo del Pd. Non si tratta solo di un muta­mento pro­gres­sivo dei sog­getti che popo­lano i cir­coli e ani­mano — quando c’è — l’attività con­creta. In verità, ancora una volta la linea gene­rale pla­sma pure i tratti di coloro che la sor­reg­gono. Non tutti, ci man­che­rebbe. Anzi, forse ci sarebbe vir­tual­mente una «mag­gio­ranza silen­ziosa» non omo­lo­gata. Ma via via sva­ni­sce. Chi dis­sente, del resto, è eti­chet­tato come un un gufo, un resi­duato. Nel breve vol­gere di un bien­nio, ciò che in pre­ce­denza era solo il sin­tomo di una ten­denza è dive­nuto pro­gres­si­va­mente la realtà. E’ avve­nuto un ricam­bio sociale e cul­tu­rale che riflette ed ampli­fica l’impostazione della lea­der­ship. La moda­lità in cui avviene simile tra­smi­gra­zione è piut­to­sto sem­plice: la «linea» è dele­gata al livello nazio­nale — ristret­tis­simo — men­tre local­mente si orga­niz­zano feudi ine­spu­gna­bili. Atten­zione a sot­to­va­lu­tare le corag­giose zone di resi­stenza o i casi posi­tivi valo­riz­zati, ad esem­pio, dall’impegno di Fabri­zio Barca. Tut­ta­via, è altret­tanto dove­roso cogliere il trend in atto, senza alibi o infingimenti.
Il terzo motivo si con­nette stret­ta­mente al pre­ce­dente. La «que­stione morale» è esplosa, tra­gi­ca­mente faci­li­tata dal con­te­sto politico-organizzativo. «Mafia capi­tale», gli «impre­sen­ta­bili», i casi di coin­vol­gi­mento in vicende non com­men­de­voli sono una pato­lo­gia nient’affatto occa­sio­nale. Fino al disa­stro attuale.
La parte destruens è accla­rata. Quella costruens è assai com­plessa e non pre­vede scor­cia­toie. Il disa­gio e l’abbandono del campo sono diven­tati la nor­ma­lità per nume­rosi mili­tanti delusi. Si inse­ri­sce qui, senza scioc­che bana­liz­za­zioni, il capi­tolo del cosid­detto popu­li­smo, con cui ogni ipo­tesi di «Altra sini­stra» dovrà fare i conti. Con quel ter­mine si sono indi­cate dina­mi­che assai diverse, alcune delle quali sono genuini momenti di oppo­si­zione. Così, è urgente com­pren­dere il ter­ri­to­rio arato dal Mov5Stelle, che l’«aristocratica» vec­chia gau­che ha guar­dato senza coglierne la natura, essendo pre­valsi schemi inter­pre­ta­tivi logori. Insomma, si tratta di avviare un cam­mino, for­ti­fi­cato dalla defi­ni­zione in fieri di un «pro­gramma fon­da­men­tale», vale a dire una visione e una stra­te­gia. Non dall’alto verso il basso, bensì in maniera aperta e coin­vol­gente. Dob­biamo pro­vare a coniu­gare le due metà del cielo: la difesa dei diritti e l’immersione nei lin­guaggi di que­sta era, quelli digi­tali, pro­ta­go­ni­sti e vit­time del capi­ta­li­smo cognitivo.
Pippo Civati, con corag­gio, ha rotto gli indugi dopo la penosa sto­ria dell’Italicum. E pro­prio da lui viene il lan­cio dell’Associazione «Pos­si­bile», utile rife­ri­mento per set­tori inte­res­sati al dia­logo sul «che fare». Ste­fano Fas­sina ha annun­ciato una scelta ana­loga. Sini­stra, Eco­lo­gia e Libertà si è resa dispo­ni­bile a stare den­tro un iti­ne­ra­rio all’altezza dei tempi. Ser­gio Cof­fe­rati bat­tezza un’Associazione. Sullo sfondo sta la signi­fi­ca­tiva ini­zia­tiva pro­mossa da Mau­ri­zio Lan­dini. Segni di avvi­ci­na­mento si col­gono nel tes­suto delle anime della Sini­stra che sono rima­ste al di fuori del peri­me­tro del Pd. Per dire, poi, di mondi asso­cia­tivi e di movi­menti che hanno tenuto il punto su sva­riati argo­menti, non attratti dai cal­coli stru­men­tali del ceto poli­tico. E M5S non va rimosso. Insomma, tra il cielo e la terra ci sono più cose di quanto si supponga.
E’ dove­roso, però, guar­dare gli avve­ni­menti senza pre­con­cetti e con ritro­vata pas­sione. La ricetta si tro­verà sul campo, strada facendo e così si sele­zio­ne­ranno i gruppi diri­genti. Pode­mos o Syriza costi­tui­scono rife­ri­menti inte­res­santi e fer­tili, da inqua­drare nella spe­ci­fi­cità ita­liana. In Europa ci sono fer­menti — quelli belli, con­trari ai nazio­na­li­smi egoi­sti vogliosi solo di respin­gere pro­fu­ghi ed extra­co­mu­ni­tari — da stu­diare. Sarà deci­sivo, a comin­ciare dalle pros­sime ore, l’atteggiamento sog­get­tivo: umiltà e ascolto potreb­bero fare la differenza.

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