lunedì 18 maggio 2015

PRESCRIZIONE, IL BALLETTO DEGLI AMICI DEGLI AMICI


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PRESCRIZIONE, IL BALLETTO DEGLI AMICI DEGLI AMICI (di Peter Gomez)er essere ottimisti verrebbe da pensare che sono dei cretini. A voler essere pessimisti viene invece da dire che le scelte cervellotiche in materia di prescrizione dei reati contro la Pubblica amministrazione (prima aumentata e poi diminuita), che il Parlamento si accinge ad approvare dopo un accordo di massima tra Pd e Ncd, sono frutto di un conflittoal d’interessi preciso: i troppi mascalzoni che popolano le file dei partiti e ne condizionano la linea. Gente che, come dimostrano le candidature di tanti impresentabili alle prossime Regionali, non può sopportare l’idea di veder funzionare la giustizia penale, perché in caso di processi e inchieste celeri correrebbe il rischio di venir individuata e condannata.
Qualunque sia il vostro punto di vista, un fatto è comunque certo: in Italia la giustizia non funziona perché vengono celebrati troppi dibattimenti. Il codice di procedura penale prevede che la prova si formi in aula. Per questo vengono ascoltati decine e decine di testimoni, molte delle indagini dei pm vengono ripetute davanti al giudice. Questa è una buona cosa per il cittadino imputato che così riduce di molto il rischio di venir condannato da innocente. Ovviamente i processi così durano a lungo e i tribunali si intasano.
Nel 1989, chi aveva scritto il nuovo codice sapeva bene di andare incontro a questo rischio. E infatti aveva previsto che di processi se ne celebrassero pochissimi: come accade negli Usa dove l’85 per cento degli imputati, quando le prove sono forti, si dichiarano colpevoli e patteggiano la condanna ottenendo così degli sconti di pena. O in Inghilterra, dove addirittura solo il 10 per cento delle persone sotto inchiesta arriva al processo. Negli Usa, però, la prescrizione smette di decorrere dal momento del rinvio a giudizio (in Inghilterra addirittura non esiste) e la pena è effettiva. Se ti condannano a 4 anni vai in prigione, punto e basta. In Italia accade l’esatto contrario. Da una parte, se l’imputato è incensurato ha probabilità quasi nulle di scontare in carcere una condanna sotto i 4 anni (grazie all’affidamento in prova ai servizi sociali e la liberazione anticipata per buona condotta). Dall’altra, la prescrizione continua a correre in primo, secondo e terzo grado. Risultato: a quasi tutti conviene andare in aula e tirarla il più possibile per le lunghe. Se va bene, tutto viene cancellato dal colpo di spugna del tempo. Se va male si arriverà a un verdetto in gran parte virtuale che pure nei casi più gravi finisce per far scontare dietro le sbarre metà della pena alla quale si è stati apparentemente condannati. Il patteggiamento e il rito abbreviato, insomma, in Italia convengono poco e i processi si paralizzano.
Se fossimo di fronte a un Parlamento normale, la soluzione più logica per reagire alla corruzione dilagante e far fronte all’aumento dei reati che si è registrato dopo gli ultimi svuota-carceri (borseggi più 12%, furti più 6%, truffe più 20%) sarebbe quella di copiare in materia di prescrizione ciò che accade all’estero e costruire qualche casa circondariale finalmente dignitosa. Ma visto che siamo in Italia, ci muoviamo a modo nostro. Il Parlamento, su pressione dell’opinione pubblica, aumenta le pene per la corruzione, ma quando si accorge che così aumentano pure i termini di prescrizione subito interviene un accordo di maggioranza per stabilire il modo di ridurla. E intanto si modifica pure il sistema con cui viene calcolata: smetterà di decorrere per due anni dopo la condanna di primo grado e per un anno dopo quella in secondo. Ma se in appello l’imputato è assolto, il bonus iniziale di due anni viene a cadere. Roba da Ufficio complicazione affari semplici o, se preferite, da amici degli amici.

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