lunedì 18 maggio 2015

QUEI PENSIONATI CHE NON VOGLIONO I RIMBORSI

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QUEI PENSIONATI CHE NON VOGLIONO I RIMBORSI (di Chiara Saraceno)

Dopo l’articolo pubblicato su Repubblica di commento alla sentenza della Corte Costituzionale sulle pensioni [clicca qui per leggerlo] temevo di essere inondata da lettere di dissenso. Ed invece sono stati molti i messaggi di consenso dello stesso tenore di quelli di cui si dà qui una piccola raccolta.
Sono messaggi pacati, anche quando dissentono e rivendicano di “avere già dato”. Ben diversi dal linguaggio esagitato di certi politici e sindacalisti. Sono messaggi che testimoniano l’esistenza di cittadini che, uscendo dall’ottica del proprio interesse individuale, si pongono in quella del bene comune e dell’equità: verso le generazioni più giovani o verso le persone più svantaggiate. Non tutti hanno pensioni particolarmente generose, al contrario. Ma ritengono di non poter aumentare il proprio livello di consumo o di risparmio a spese di bisogni più essenziali, che ciascuno nomina secondo le proprie priorità ma al di fuori del proprio interesse privato: il lavoro per i più giovani, gli incapienti che non hanno gli ottanta euro e tanto meno una garanzia di reddito minimo, la scuola.
È una lettura consolante, che dà voce a una cultura civile e ad un interesse per il bene comune. Costituisce una lezione per tutti, al di là dell’ingenuità di alcune proposte volontaristiche, del tipo rinuncia individuale. Questa, infatti, non cambierebbe nulla, salvo fare stare in pace con la propria coscienza; mentre darebbe un alibi a chi deve decidere, non tanto per non fare nulla, ma per farlo solo sulla base di criteri contabili, senza interrogarsi a fondo sulle argomentazioni addotte da chi vorrebbe rinunciare — equità, bene comune, sistema di priorità — e neppure su quelle di chi invece non vuole rinunciare — lo Stato deve mantenere i propri patti, la pensione spesso è l’unico ammortizzatore sociale per intere famiglie allargate.
La presenza di cittadini che protestano non per avere qualche cosa in più, ma per continuare a ricevere qualche cosa in meno, non offre solo qualche spunto di riflessione sia a chi ha promosso il ricorso alla Corte Costituzionale, sia ai giudici della Corte che hanno approvato la sentenza in oggetto e in particolare le sue motivazioni un po’ sconcertanti, là dove si dice che «la decisione del governo Monti non era sufficientemente argomentata sul piano finanziario», come se si trovassero in un altro mondo in quel terribile autunno 2011 (e negli anni successivi). Affida anche una grande responsabilità al governo che dovrà decidere come applicare la sentenza, rispettando i “criteri di ragionevolezza” e di salvaguardia del diritto dei pensionati ad una vita decente, ma anche i criteri di equità tra generazioni e tra cittadini, che pure sono principi costituzionali.
Ciò significa in primo luogo individuare — e argomentare in termini non solo di spesa, ma appunto di equità e ragionevolezza — quale sia la soglia da salvaguardare e con quale progressività. L’assenza di progressività è stato l’errore più grande fatto dal governo Monti, insieme all’aver ignorato la questione degli esodati. A proposito di questi ultimi, va ricordato che anche loro, come i pensionati, avevano fatto un patto con lo Stato (tema ripreso dalla sentenza della Corte a difesa della propria condanna del blocco delle indicizzazioni), la rottura del quale ha avuto per loro effetti ben più gravi che la mancata indicizzazione delle pensioni. Ma erano e sono una categoria troppo debole per trovare qualcuno che facesse un ricorso alla Corte, anche se molti li hanno usati e li usano per la propria propaganda politica.
Le motivazioni addotte da chi vuole rinunciare a ricevere il rimborso affidano a chi deve decidere che cosa fare anche la responsabilità di agire in un modo che sia equo tra cittadini. Per evitare che siano solo i pensionati in quanto tali a dover concorrere all’opera di risanamento e ad essere costretti alla solidarietà e non anche altri soggetti ed ad altre forme di ricchezza. E per evitare che si tratti ancora una volta di pure e semplici questioni contabili e non anche, o soprattutto, di equità. I pacati, ma appassionati, messaggi di chi dice “non restituiteci quanto ci spetta”, l’impegno civile da cui sono mossi, richiedono politici all’altezza, non solo ragionieri, pur apprezzabili e necessari, tantomeno arruffapopoli di qualsiasi colore.

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