lunedì 18 maggio 2015

Quel senso di Firenze per il potere

da l'Espresso Sei in: 
ANALISI

Quel senso di Firenze per il potere

Quando Renzi dice «mi possono sempre mandare a casa», afferma una cosa che per ogni cittadino di Firenze è evidente: ci sono mille interessi possibili e immaginabili, ma alla fine, compito di chi detiene il potere è trovarne una sintesi e decidere. Quel decidere è il primato della politica, che 
in questa città non è mai venuto meno


DI WLODEK GOLDKORN
Quel senso di Firenze per il potere
Era la prima metà degli anni Cinquanta quando Giorgio La Pira, sindaco democristiano di Firenze, si presentò davanti al consiglio comunale, dicendo: «Avete nei miei confronti un solo diritto: quello di negarmi la fiducia». La vicenda riguardava la requisizione, ordinata dal primo cittadino, delle case sfitte per alloggiarvi gli sfrattati. Vale la pena di citarla oggi, in questa primavera del 2015, perché è emblematica di quello che è l’essenza e la forma di potere nel luogo che vide la formazione politica e da dove cominciò la scalata verso Palazzo Chigi 
di Matteo Renzi e della nuova classe dirigente d’Italia. Intanto, fare il nome di 
La Pira aiuta a ricordare un fatto spesso dimenticato: Firenze non è mai stata una città rossa, anche se per certi periodi l’hanno governata sindaci comunisti ed ex comunisti. Ma l’insistenza di La Pira nel dare un segnale di rottura con il passato e nell’assunzione di responsabilità da parte di chi governa, ricorda, anche se gli scopi sono ben diversi, le parole che ama ripetere l’attuale premier rispetto al suo rapporto con il parlamento. Quando Renzi dice «mi possono sempre mandare a casa», afferma una cosa che per ogni cittadino di Firenze è evidente: ci sono mille interessi possibili e immaginabili, ma alla fine, compito di chi detiene il potere è trovarne una sintesi e decidere. Quel decidere è il primato della politica, che 
in questa città non è mai venuto meno.

C’è un aneddoto che spiega bene la natura di Firenze, ma anche il metodo 
di lavoro del suo ex primo cittadino. Nell’ottobre 2009 Renzi aveva portato a termine il suo progetto di pedonalizzare Piazza Duomo. Fin ad allora da quella piazza passavano quasi tutte le linee di autobus urbani. La rivoluzione aveva un lato simbolico forte: restituire sacralità 
al Duomo e prima di tutto al Battistero accanto, vero riferimento spirituale 
di ogni fiorentino. Ma la pedonalizzazione ha avuto conseguenze pratiche pesanti. Molti cittadini rimasero disorientati, 
i tempi di percorso di alcune linee si sono allungati e il traffico era nel caos. Conclusa dunque la cerimonia (con tanto di diretta Rai), Renzi, camminando da piazza Duomo verso Palazzo Vecchio si imbatteva in due intellettuali che conosceva bene. «Avete visto», disse, «l’ho combinata grossa. 
Ora tutti mi daranno addosso, ma so che dovevo dare un segnale forte. E resisterò. La gente capirà alla fine che ho fatto una cosa bella per il bene della città». Ecco: 
il potere che crea bellezza e opera per 
il bene della gente. E la gente mugugna, critica, ma alla fine si convince.

Dicono operatori culturali, uomini politici, manager e osservatori, tutti anonimi perché il potere a Firenze è pervasivo ed 
è meglio non urtare nessuno, ma anche perché raccontare le beghe tra personalità sconosciute a livello nazionale può risultare noioso, dicono dunque le fonti interpellate che il consenso in questa città ha sempre operato bene perché si muoveva in due sensi: dall’alto in basso certamente, ma anche dal basso in alto. Ora la direzione dall’alto in basso è prevalsa. Aggiungono maliziosamente che l’ex sindaco aveva recuperato le vecchie famiglie nobili, messe da parte dalle sinistre. Ma forse la colpa non è di Renzi, Forse lui, con la sua diabolica capacità 
di cogliere ogni opportunità per rafforzare la propria presa sulle leve del potere ha saputo approfittare del generale declino dei corpi intermedi. Una volta la mappa del potere era (fino a un certo punto) leggibile. C’erano Confartigianato e Camera di Commercio con il loro pubblico di bottegai del centro e di artigiani dell’Oltrarno; c’era la Cassa di Risparmio con i suoi molteplici interessi; esisteva la rete delle Case 
del Popolo e avevano voce in capitolo 
i sindacati; i presidenti dei quartieri erano presenze forti; così come contava la rete delle parrocchie, le Misericordie e le varie opere pie con le radici che risalgono fin 
al Medioevo. E c’era ovviamente la massoneria. Firenze era un luogo dove i corpi intermedi erano in perenne dialettica di scontro e ricomposizione di interessi 
e anche di ambizioni personali, e i partiti stessi, spesso, trasversali. Ma, attenzione, i sindaci erano rispettati non tanto perché riuscivano a mediare, quanto perché mediavano rimanendo al di sopra del “particulare”. Quel rimanere al di sopra del “particulare” qualcuno lo definisce come “il primato della politica” appunto.

Ora il primato della politica rimane, ma tra Palazzo Vecchio e la popolazione non ci sono più mediazioni. Il centro della città è in mano ai grandi marchi internazionali; 
gli artigiani sono il ricordo degli anni che furono, la Cassa di Risparmio è stata inghiottita da Intesa; dei consigli dei quartieri ci si ricorda giusto il giorno 
delle elezioni. Della massoneria si parla pochissimo. Resistono le Misericordie, le opere pie, le parrocchie. Resiste insomma il mondo del cattolicesimo sociale, quello da cui, in fin dei conti, vengono Renzi 
e i suoi collaboratori. E che, dato non indifferente, è oggi, ai tempi della crisi, l’unico corpo sociale che si occupa della povertà e del disagio. L’universo cattolico declinato nei modi fiorentini e toscani 
è anch’esso di non facile lettura perché 
è un cattolicesimo in apparenza ribelle. 
A Firenze, appena si dice la parola Chiesa l’interlocutore risponde Elia Della Costa. 
Ci si riferisce all’anno 1938. Hitler venne in visita. Il Duce fece aprire (nel senso che ne modificò la struttura) una finestra sopra il Ponte Vecchio. Il cardinale Elia Della Costa ordinò invece che le imposte 
e le finestre del Vescovado rimanessero chiuse. È da quel gesto che nasce la notevole opera di soccorso agli ebrei ai tempi del nazismo, nonché i molteplici fermenti politici e spirituali del dopoguerra tuttora presenti. Ma, attenzione, i gesti 
di ribellione raramente arrivano all’aperta contestazione delle autorità ecclesiali. Si discute, si parla, si elabora, si stampano 
le riviste. Ma il potere è appunto potere. Lo si combatte davvero, solo quando diventa nemico dell’umanità.

La proverbiale litigiosità dei fiorentini non va scambiata per anarchismo. È invece un riflesso di una società civile, di un territorio (la Toscana) in cui è esistito quello che a detta dei viaggiatori dell’epoca del Grand Tour, era uno degli Stati meglio amministrati del continente: il Gran Ducato dei Lorena. Era una specie di monarchia illuminata, senza tortura né pena di morte. E in proposito è anche sbagliata l’idea di un Renzi e di una classe politica populista. Il luogo prediletto del premier è la stazione Leopolda, un nome che rimanda immediatamente al Gran Duca Leopoldo, modernizzatore e costruttore di una delle prime ferrovie della Penisola. A Leopolda non ci sono balconi né predellini. Arrivano gli illuminati, coloro che possiedono 
il sapere. Espongono le loro idee; sta a colui che detiene il potere decidere quali di queste idee mettere in atto. La Leopolda 
è un metodo di governo e di conquista 
del consenso.

E poi ci sono gli echi del Rinascimento. 
In questi giorni a Palazzo Vecchio hanno aperto un’installazione di Felice Lissoni, “story teller” (così si definisce) che di solito lavora per le grandi multinazionali. Qui il racconto riguarda le grandi opere d’arte fiorentine. Il titolo “Magnificent – l’incredibile storia della bellezza che ha rivoluzionato il mondo”, la dice molto: 
la bellezza come concetto neoplatonico, al servizio del potere. Un potere che non è del tutto laico, ma che a sua volta 
è emanazione di una trascendenza. 
E prosaicamente: il sistema della moda, piuttosto presente a Firenze, lega la bellezza ai soldi e ambedue al dolce profumo di potere, così come nel mondo del calcio la Fiorentina (altra istituzione fondamentale della città) non deve solo vincere: deve dare prima di tutto un’immagine di buon governo (bilanci in nero e stadi decorosi) e di estetica legata alla forza (ma in fondo non è questa l’immagine del David di Michelangelo?). Rimane la questione della vera o presunta assenza di idee.

Due coetanei di Renzi, un politologo e un uomo di cultura la spiegano come un fatto generazionale: dicono che sono la velocità e l’efficienza le misure di successo dei quarantenni di oggi. 
I valori forti invece appartengono 
al passato, per un semplice motivo: la generazione dei sessantenni che ha cercato di costruire un mondo basato appunto sui valori è fallita. Non viviamo forse in un’epoca di crisi, disuguaglianze e guerra mondiale a pezzettini? Il potere insomma come velocità è la vera novità prodotta da una città come Firenze.

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