sabato 30 maggio 2015

Regionali rischiatutto: le mille sfide di un voto dalle implicazioni poco locali. Anche per Renzi

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ELEZIONI

Regionali rischiatutto: le mille sfide di un voto dalle implicazioni poco locali. Anche per Renzi

Il gradimento del premier dopo un anno di governo. L'esistenza di uno spazio a sinistra del Pd. Il prevedibile balzo in avanti della Lega. Il futuro del centrodestra. L’incognita dei Cinque stelle. Ecco perché il 31 maggio potrebbe segnare gli equilibri politici dei prossimi anni

Regionali rischiatutto: le mille sfide di un voto dalle implicazioni poco locali. Anche per Renzi
di Paolo FantauzziLa luna di miele fra Matteo Renzi e gli italiani è finita o dura ancora? C’è spazio a sinistra del Pd? Il centrodestra unito è ancora in grado di vincere? Bisogna rassegnarsi all'ineluttabile ascesa di Matteo Salvini quale anima nera della politica italiana? Sono alcune delle incognite che incombono sulle regionali del 31 maggio. Una consultazione che, coi 18 milioni di elettorali chiamati alle urne in sette regioni (quasi il 40 per cento del totale), assume un assoluto rilievo nazionale per una serie quasi unica di coincidenze.

Non è la prima volta. Nel 2000 Massimo D’Alema si dimise da presidente del Consiglio per aver perso quattro regioni e nel2005 il cappotto del centrosinistra fu il preavviso di sfratto da Palazzo Chigi per Silvio Berlusconi. Oggi la differenza è significativa: in una fase di completa transizione, gli assetti sono a geometria variabile. Così, in questa messe di sperimentazioni, saranno proprio i risultati migliori a indicare la via da seguire. E checché ne dica il ministro Maria Elena Boschi, convinta che non ci saranno ripercussioni sull'esecutivo, è vero esattamente il contrario.

A rischiare più di tutti è infatti proprio Matteo Renzi, che mette sul piatto il 40,8 per cento ottenuto inaspettatamente alle europee lo scorso anno. Perché se allora - dopo appena tre mesi di governo - quel consenso era un'apertura di credito, adesso gli italiani hanno avuto modo di vedere il bimbaccio fiorentino all'opera. E i cambi di pronostico in corsa stanno a confermarlo: dall'ottimista «vinciamo 6 a 1», il premier è passato al più cauto «4 a 3 sarebbe comunque una vittoria». Se si considera che si parte da 5 a 2 per il centrosinistra, pare il segno che a Palazzo Chigi negli ultimi giorni le preoccupazioni sono cresciute.

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Quanto le forzature e le spaccature, non di rado cercate e volute e messe in atto sul fronte interno (dalla minoranza interna ai sindacati, dalla riforma istituzionale al Jobs act, dall'Italicum alla scuola) peseranno sul voto? Difficile dirlo. Di certo un risultato inferiore alle attese ridarebbe fiato agli oppositori; ma se stravincerà il segretario-premier, senza più rivali, potrà dedicarsi alla definitiva "normalizzazione" del partito. Ed è facile prevedere che il processo non sarà incruento, in un senso né nell'altro.

DUELLO A SINISTRA (E DESTRA) 

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Ma qui arriva la prima subordinata: è possibile non limitarsi alla mera testimonianzaa sinistra del Pd? Molto dipenderà dal risultato dellaLiguria, dove il deputato fuoriuscito Luca Pastorino, sostenuto apertamente dalla minoranza dem, corre contro il candidato ufficiale del partito,Raffaella Paita. Iper-renziana e vincitrice di contestate primarie in cui il sostegno sarebbe venuto niente meno che dai voti del ras forzista Claudio Scajola. Un test, dunque, per capire quanto gli addii di Sergio Cofferati e Pippo Civati siano casi isolati o quanto potrebbero essere l'inizio di uno smottamento più ampio. Tale da segnare, magari, l'avvio dellareconquista della Ditta da parte degli avversari del segretario, che la ritengono vittima di una mutazione genetica.

Di certo, a giudicare dagli anatemi contro gli "scissionisti" («Vogliono far vincere la destra», «Civati è un Bertinotti 2»), la tensione è palpabile. Anche perché proprio la Liguria è l'unica regione dove il Pd va da solo e il centrodestra, da Salvini ad Alfano, si presenta unito dietro il nome del consigliere politico di Silvio Berlusconi, Giovanni Toti. E per far scattare il premio di maggioranza e vincere serve raggiungere il 35 per cento.

La sfida “fratricida” che dilania la sinistra in Liguria è speculare a quella che spacca la destra in Puglia. Dove, più che vincere, si gioca per il secondo posto: Alfano, Fitto e la Meloni sostengono il chirurgo Francesco Schittulli, Berlusconi candida l’ex sindaco di Lecce Adriana Poli Bortone. Un banco di prova soprattutto per l’europarlamentare leccese, che dopo l’addio a Forza Italia presenta la lista civica Oltre con Fitto. Ma anche un modo per stabilire i rapporti di forza con l’altro “parricida” del Cavaliere, Alfano, ex nemico tornato ora amico.

Il ministro dell'Interno, dal canto suo, è chiamato a una nuova prova di sopravvivenza: il terzo polo messo su in Veneto dietro il nome di Flavio Tosi rischia di annegare precocemente. Mentre il lungo e triste autunno del patriarca Berlusconi (che ha promesso il big bang nel centrodestra dopo il voto e un partito repubblicano all’americana) deve fare i conti col rischio di una débâcle che rischia di accelerare la diaspora.

ONDA VERDE
C'è poi la Lega, consacrata dalle regionali del 2010: sfondò anche nelle regioni rosse e si piazzò al terzo posto dietro Pd e Pdl. La marea, che pareva inarrestabile, scemò con lo scandalo Belsito sulla gestione allegra dei soldi del partito. Cinque anni dopo, sulla scorta della destra radicale di Marine Le Pen (no euro, no immigrazione), Matteo Salvini ha la storica occasione di realizzare il sorpasso sugli azzurri per poter rivendicare il primato della coalizione (o di quel che ne resta) e aspirare alla leadership del centrodestra.

La forza che al Nord ha incanalato gran parte dei voti leghisti in uscita, il Movimento cinque stelle, pare invece ancora una volta destinata a non toccar palla. Da sempre penalizzata alle amministrative, nemmeno le rimborsopoli che hanno travolto le regioni e le liste piene di impresentabili sembrano preludere alla possibilità di una vittoria grillina. Una questione locale fino a un certo punto, perché conferma che sul territorio il M5S, senza il megafono di Grillo, continua a non essere percepito come quella novità che gli ha permesso di essere il partito più votato d'Italia alle politiche del 2013. Con un risultato in larga parte prevedibile: l’elezione di qualche decina di consiglieri, sufficiente per poter affermare di essere in crescita.

Solo che, rispetto alle sette regioni in cui si vota oggi, nel 2010 i grillini si presentarono solo in Campania e Veneto: raccolsero rispettivamente l’1,3 e il 3,1 per cento (a Napoli era candidato l’attuale presidente della Vigilanza Rai, Roberto Fico) e non riportarono neppure un eletto. Insomma, non proprio un risultato ineguagliabile.

DO YOU REMEBER ROTTAMAZIONE?
In Campania alla fine il riluttante Renzi si è piegato a sostenere (con tanto di bacio pubblico) l’ex sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, sul quale pende la spada di Damocle della legge Severino per la condanna per abuso d’ufficio riportata in primo grado. E quanto la rottamazione sia ormai solo un ricordo lontano e un ferro vecchio del passato, lo dimostra l’alleato dell’ultimo minuto ingaggiato dal convertito renziano De Luca: il sempiterno Ciriaco De Mita, classe 1928, che porta in dote il feudo irpino dell’Udc. Anche per questo, si sussurra, Renzi preferirebbe perdere in Campania piuttosto che in Liguria.

Ma quanto a trasformismi, neppure Forza Italia scherza: nelleMarche candida il governatore uscente Mario Spacca, per dieci anni a guida del centrosinistra.

Così, nell’incognita dei risultati e dei suoi riflessi nazionali, al momento pare esservi una sola certezza: l'astensione vertiginosa. Difficilmente però porterà al mea culpa: nella roccaforte rossa dell’Emilia Romagna lo scorso autunno ha votato un elettore su tre ma nessuno si è battuto il petto. Perché alla fine, partecipazione o meno, l’importante per tutti è vivere. O quanto meno per sopravvivere.

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