sabato 2 maggio 2015

Renzi l'ha sconfitta sull’Italicum. Ma la minoranza dem sogna di riprendersi il Pd

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PALAZZO

Renzi l'ha sconfitta sull’Italicum. Ma la minoranza dem sogna di riprendersi il Pd

Bersani&co pensano a come riprendersi «la Ditta». E se Renzi va al voto anticipato, «serve un congresso prima del 2017». Manca solo un leader che non parta già sconfitto, ma si valuta anche l’idea di un referendum contro la riforma, già lanciato da Civati e Sel

DI LUCA SAPPINO
Renzi l'ha sconfitta sull’Italicum. Ma la minoranza dem sogna di riprendersi il Pd
Niente. Non si muove niente». La minoranza del Pd è rimasta così, ferma, scossa, dopo la sconfitta registrata con i tre voti di fiducia che il premierMatteo Renzi ha incassato sull’Italicum, spaccando la minoranza del suo partito, dove 38 deputati, con tutti i big dell'opposizione interna, hanno fatto mancare il loro voto al governo (ben attenti però a specificare di voler mettere in crisi palazzo Chigi) ma in 50 hanno optato per una più chiara «responsabilità», mettendo nero su bianco che «far cadere il governo del Pd sarebbe una scelta irresponsabile e autolesionista».
 
Ora, però, piano piano, ci si organizza per la prossima battaglia. Prima cosa si cerca la migliore strategia per il voto finale sull’Italicum, che sarà lunedì: l’ultima idea, già testata sulla terza fiducia, e partorita insieme alle opposizioni, è di far uscire tutte le forze contrarie alla riforma di Renzi, lasciando solo la minoranza dem in aula a votare contro. Lo scontro sarebbe così ancora più evidente, e si renderebbe palese un eventuale soccorso azzurro.
 
Per il resto l’idea è sempre la stessa: riprendersi il Pd. Prima o poi. Al prossimo congresso, magari anticipato. È nelle parole diGianni Cuperlo che si certifica il desiderio: «Mi auguro con tutto il cuore» dice l’ex candidato alle primarie, «che possa essere una parentesi da chiudere al più resto, ma testimoniare questo dissenso oggi era un modo di volere bene al Pd». E poi: «Renzi è il legittimo leader fino al 2017 ma se si dovesse andare a elezioni anticipate servirà un congresso per verificare la leadership».
 
Certo, c’è il problema del nome da contrapporre al segretario. E se l’ex premier Enrico Letta per ora si tiene lontano, concentrato sul prossimo incarico alla Sciences Po di Parigi (e in una lettera alla Stampa scrive «non ho doppi fini, né mi candido a nulla. Affermo solo, con tutta la libertà intellettuale di cui sono capace, che chi ha responsabilità di guida, soprattutto su questioni che riguardano le regole condivise, deve in primo luogo convincere e coinvolgere»), è Rosy Bindia porre esplicitamente il tema: «Adesso come lo troviamo il leader di questo dissenso?» ha chiesto infatti a Civati, senza ovviamente prendere in considerazione il suo interlocutore.
 
Il nome, ancora , potrebbe essere quello di Roberto Speranza, anche se l’ex capogruppo ha subito un duro colpo con la frattura della sua corrente, con i più governisti che hanno votato la fiducia a Renzi. E se la nuova corrente che andrà organizzata si rifarà allo spirito ulivista («Non mi piace vedere oggi l'Ulivo impugnato retoricamente da leader in disgrazia che quando erano potenti facevano di tutto per affossarlo», commenta senza torto Gad Lerner), la scelta di un nome non è questione banale, perché c’è da colmare il gap fotografato ad esempio da Goffredo Bettini, influente fondatore del Pd, ora europarlamentare di maggioranza, secondo cui l’opposizione al premier è condotta da «importanti leader che però facevano parte di un'altra stagione e di un altro gruppo dirigente, battuto da Renzi».

E dal ricordo di Andrea Marcucci, deputato renziano: «Io c'ero negli anni della ditta e ricordo i caminetti, le riunioni blindate, le disposizioni di voto, inviate qualche minuto prima per sms. Io c'ero e ricordo quando nel dicembre 2012, sbagliando clamorosamente i conti, Bersani decise di conservare il Porcellum». La maggioranza del Pd, insomma, non teme confronti. Speranza o altri, non riusciranno - è la convinzione - a «riesumare la Ditta». Tant'è che si invita «a ricucire» come dice il vicecapogruppo Rosato.
 
E che riprendersi il Pd sia impossibile, è ormai convinzione diPippo Civati. Che è l’unico sulla porta, tanto che a Montecitorio si scommette sulla prossima settimana, per l’annuncio dell’addio, dopo l’approvazione dell’Italicum. Ma ancora niente dettagli. Civati rilancia l’idea di un referendum contro l’Italicum già evocata da 5 stelle e Sel («La sovranità appartiene al popolo non al governo, soprattutto quando non la esercita nei modi previsti dalla Costituzione» dice all’Espresso) e sul suo blog per il momento riporta soltanto le parole «di un’amica»: «Ci sono più renziani in spasmodica attesa della tua uscita dal Pd che inglesi della nascita del Royal Baby». Non è escluso comunque che anche la minoranza Pd possa decidere di percorrere la via referendaria. «È uno strumento da valutare» dice all’Espresso Stefano Fassina, «per quanto mi riguarda non escludo che possa essere una via percorribile da chi voterà contro la riforma».

Twitter @lucasappino
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