mercoledì 20 maggio 2015

RENZI NON È IL CAIMANO, VIENE SOLO DOPO DI LUI

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RENZI NON È IL CAIMANO, VIENE SOLO DOPO DI LUI (di Oliviero Beha)

È vox se non populi o Dei almeno di molti osservatori che “se Berlusconi avesse fatto la metà di quello che sta facendo Renzi ci sarebbe stata una sollevazione”. Non so se sia del tutto vero, anche se sembra solare che il comportamento pubblico e mediatico dell’attuale premier ricalchi moltissimo modalità berlusconiane. L’ultima “gilettata” televisiva, per esempio, aveva molto nella tempistica e nella forma del Berlusconi vespaiolo. Quello che invece mi sentirei di escludere è che Renzi sia un altro Berlusconi, sia pure con le differenze che saltano all’occhio, dall’età alla differente guasconeria.
Renzi viene semplicemente dopo Berlusconi, non lo duplica. A partire dalle caratteristiche originali. Il Caimano scende in campo per difendere le sue aziende grazie al compromesso storico tra lui e il Pds, benedetto da Violante e soci in Parlamento. Gli interessano i soldi, e il potere viene di conseguenza. È un uomo d’affari, casualmente calato a destra ma che non avrebbe certo disprezzato una candidatura nel campo opposto. È vero, ammicca ai moderati e al ceto medio come fa persino ora, a oltre un ventennio di distanza mentre tramonta di sbieco: ammiccamento palese anche in Renzi.
Che però vede gli affari in funzione del potere, e non viceversa. Fosse per lui, vorrebbe decidere tutto, anche il colore dei calzini degli uscieri di Palazzo Chigi. È serissimo. Berlusconi ci scherzava. Se l’ex Cavaliere era un affarista autoprestato alla politica, l’attuale caposcout è un politico nel vuoto della politica contemporanea. Lo riempie di sé e delle sue decisioni ovvero annunciazioni a getto continuo. È un uomo di centro non politicamente, ma logisticamente, perché ha una formidabile tenuta centripeta e cerca di far passare tutto da lui. Ha perfino ragione quando dice che tutto quello che fa viene usato pretestuosamente contro di lui. Ma è lui ad aver cominciato, da pretesto di se stesso.
Qual è dunque il vero ponte tra le due figure, dove risiedono le analogie in mezzo a tante differenze? Nel fatto che Renzi, e la sua corte dai ministri e le madonne a scalare, è un perfetto caso di berlusconizzazione, un principio attivo della medesima. Lui riesce almeno in parte e all’apparenza dove Berlusconi aveva fallito perché si avvale di quel processo di berlusconizzazione dell’Italia che il famoso ventennio ha portato a compimento, nel vuoto dei valori e nel precipizio di ogni forma meritocratica invocata oggi da Renzi come acchiappamosche.
La società odierna dopo essere passata per la trasformazione del Caimano è omologata sui segni distintivi di Renzi, che ne è l’interprete più efficace. Quindi Renzi non è Berlusconi ma ne è l’erede antropologico assai più che politico in senso stretto, nel buco nero della politica circostante. È lui stesso addirittura la misura di questa berlusconizzazione, che ha mutato pelle e identità agli italiani, di destra, di sinistra, di centro, di sopra e di sotto.
È uno straordinario contemporaneo che probabilmente ha saltato a piè pari il passaggio della modernità… Quindi quando si dice che non piace Renzi, il suo protagonismo, la sua “democrazia esecutiva” secondo la vulgata scalfariana che con qualche ritardo deve averlo capito un po’ di più, in realtà si sta semplicemente notificando che non piace il Paese, in gran parte renziano consapevolmente o a propria insaputa. Un Paese che – ennesimo paradosso – ridotto com’è, all’anno zero della decenza, rende inattuabile qualunque programma conclamato dal premier, per l’insussistenza delle basi su cui costruire qualcosa. Il tratto precipuo di Berlusconi, ovvero la sua amoralità, ha unificato l’Italia: Renzi, sentitamente, ringrazia.

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