sabato 23 maggio 2015

Rimborsi, la grande abbuffata dei partiti Un tesoro incassato coi contributi pubblici

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ESCLUSIVO

Rimborsi, la grande abbuffata dei partiti
Un tesoro incassato coi contributi pubblici

Nella Seconda Repubblica le campagne elettorali sono costate 727 milioni. Ma alle formazioni politiche sono andati 2 miliardi e mezzo di “rimborsi”. Anche se il referendum del ’93 ha teoricamente abolito il finanziamento statale

Rimborsi, la grande abbuffata dei partiti 
Un tesoro incassato coi contributi pubblici
di Paolo Fantauzzi - dati OpenpolisIl vocabolario Treccani non lascia dubbi sulla definizione di "rimborso": "Il fatto di venire rimborsato di quanto si è speso". Evidentemente il concetto non è altrettanto chiaro alla politica italiana, che chiama "rimborsi elettorali" anche erogazioni assai superiori ai costi sostenuti. Tanto da aver consentito, da quando è nata la Seconda Repubblica, che nelle casse dei partiti affluisse un utile di 1 miliardo e 753 milioni. Una "cresta" che in 21 anni è costata ai contribuenti 230 mila euro al giorno compresi i sabati, le domeniche e i festivi.

A mettere nero su bianco questa incredibile situazione è il Collegio di controllo sulle spese elettorali della Corte dei conti, che verifica consuntivi e fonti di finanziamento dei partecipanti alle consultazioni politiche, regionali ed europee. E i numeri parlano da soli: a fronte di 727 milioni per le campagne elettorali dal 1994 a oggi, i partiti hanno incassato 2 miliardi e mezzo. Per ogni 100 euro impiegati, in pratica, lo Stato ne ha “rimborsati” 341: quasi tre volte e mezzo la somma effettivamente utilizzata. Con il caso-limite delle politiche del 2001 che riportarono Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, quando i contributi furono addirittura dieci volte superiori alle spese e i partiti ebbero un attivo di oltre 400 milioni.

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Somme che per la loro entità spiegano gli scandali più recenti, da Lusi a Belsito, e che sembrano avere poco a che fare con la necessità di risorse statali per assicurare la buona salute della democrazia. Tanto più che l'assetto istituzionale nato dalle macerie fumanti di Tangentopoli aveva come mito fondatore proprio l'abolizione del finanziamento pubblico, sancito a furor di popolo da un referendum promosso dai radicali nel 1993.

A leggere le cifre appare invece evidente che quel verdetto non solo non sia servito a nulla ma che la volontà degli italiani è stata aggirata grazie a un trucchetto facile facile: cambiare nome al meccanismo. Niente più contributi ma semplici “rimborsi”. Prima estesi a tutte le tornate elettorali, poi spalmati su cinque anni anche nei casi di scioglimento anticipato della legislatura, erogati a chiunque superava l’asticella dell’1 per cento e soprattutto lievitati anno dopo anno: 1.600 lire per ogni cittadino maggiorenne (1994), divenute 4 mila lire nel 1999 e infine, grazie all'introduzione della nuova moneta, convertite molto generosamente in 5 euro per ogni voto ricevuto (2002).

La pacchia, già ridotta significativamente, durerà solo un altro paio d’anni: i rimborsi spariranno del tutto nel 2017. Non a caso, alle prese con la contrazione dei cordoni della borsa, già da tempo quasi tutti i partiti denunciano bilanci in rosso e la necessità di mettere i dipendenti in cassa integrazione. Eppure non si può certo dire che arrivare a piangere miseria fosse scritto negli astri.

Sulla base dei dati Openpolis, l’Espresso ha infatti ricostruito i principali finanziamenti dal 2000 in poi e l’ammontare delle erogazioni è impressionante. Ad esempio solo negli ultimi 15 anni Silvio Berlusconi ha incassato quasi 700 milioni grazie a Forza Italia e al Pdl (ma in quest’ultimo caso una quota minoritaria è andata ad Alleanza nazionale).Ma ancora più ricco si rivela il patrimonio dell’attuale Partito democratico: considerando anche i fondatori (Ds e Margherita) e il progenitore Ulivo si arriva infatti alla bellezza di 770 milioni. A seguire, dopo la Lega, una serie di partiti ormai agonizzanti (come l’Udc) o spariti del tutto dalla scena politica (An, la sinistra radicale, i Verdi, l’Italia dei valori, l’Udeur di Clemente Mastella). Tutti premiati con decine di milioni per i loro risultati elettorali.





DAI PARTITI AI GRUPPI
Ma non è questo l’unico ingrediente della ricca torta. Una volta entrati a Palazzo infatti, sulla base della loro consistenza, i partiti ricevono anche risorse per il funzionamento dei gruppi parlamentari. Soldi che diventeranno ancor più fondamentali quando cesserà l’attuale sistema di finanziamento pubblico. Del resto le cifre sono di assoluto rilievo: ben 40 milioni solo nel 2013 (e la legislatura è iniziata a metà marzo), quasi quanto la rata annuale dei rimborsi elettorali. Solo che quest'altra fetta di contributo statale, forse perché meno nota, è finora risultata immune a qualunque sforbiciata.

CONTRIBUTI AI GRUPPI PARLAMENTARI


E non finisce qui, perché il grande fiume dei contributi alla politica è nutrito da numerosi affluenti. E quel che vale in Parlamento si ripete anche nelle Regioni, non a caso pure loro protagoniste di innumerevoli scandali proprio per le generose iniezioni di denaro pubblico. Prendendo in considerazione soltanto il 2013, ai partiti sono andati a livello locale altri 30 milioni. Una cifra di tutto rispetto eppure assai inferiore al bengodi precedente: nel 2011, calcolò l'Espresso, la cifra si aggirava sugli 80 milioni l'anno. E solo la Regione Lazio, poco prima che scoppiasse il caso Fiorito, superava i 13 milioni.

TOP TEN DEI CONTRIBUTI AI PARTITI NELLE REGIONI (2013)


Non tutti gli enti sono ugualmente munifici però. A guidare la classifica è la Sicilia, che in virtù della sua autonomia chiama “deputati” gli eletti all’Assemblea regionale (che dei parlamentari nazionali hanno anche l’entità del trattamento economico): 6 milioni e mezzo scarsi, grosso modo la metà di quanto eroga il Senato della Repubblica.

Ma ripartendo la spesa per il numero dei residenti, si scopre che i partiti non pesano sulle tasche dei cittadini allo stesso modo. E se i lombardi, con un contributo di appena 5 centesimi a testa, possono ritenersi i più fortunati, non altrettanto si può dire per il piccolo Molise. Fra Isernia e Campobasso, senza considerare gli stipendi dei consiglieri, solo i partiti costano 3 euro l’anno a ogni abitante. Neonati inclusi.






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