domenica 17 maggio 2015

SALSICCE&SENTENZE

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SALSICCE&SENTENZE (di Marco Travaglio)

L’altro giorno, commentando lo scoop di Antonio Massari sulla denuncia di alcuni giurati popolari a proposito delle pressioni dei giudici togati nel processo alla Montedison per la discarica di Bussi, abbiamo ricordato un vecchio detto: “Le sentenze sono come le salsicce: meglio non sapere come si fanno”. Una massima che entra in crisi dinanzi alla scoperta che – se sarà confermata la testimonianza, raccolta dal Fatto, di due giurate della Corte d’assise di Chieti – dietro un verdetto che salva (in parte con l’assoluzione e in parte con la prescrizione) gli ex dirigenti del colosso industriale accusati di aver avvelenato il territorio e le falde acquifere all’insaputa dei cittadini, si nascondono uno o due giudici che, anziché incoraggiare il collegio a fare giustizia, lo intimidiscono con frasi del tipo: “Se li condanniamo, quelli vi denunciano e vi portano via tutto”.
A dispetto di chi vede nel giudice la semplice “bocca della legge”, cioè una specie di macchinetta sforna-sentenze priva di passioni, di raziocinio e soprattutto del diritto-dovere di interpretare le leggi, la giustizia è umana. Dunque, fallibile. Ma non sempre nel senso che può sbagliare condannando un innocente: anzi, il più delle volte l’errore giudiziario è proprio l’assoluzione del colpevole.
Solo che in quel caso non si lamenta nessuno, o meglio: lo fanno le vittime, che però in Italia non hanno voce e non trovano ascolto. E naturalmente non possono fare causa allo Stato contro l’errore giudiziario che ha salvato il colpevole di averle danneggiate e offese. Per convenzione, si è stabilito che l’ultimo verdetto (di solito quello della Cassazione) è quello giusto. Il che è comprensibile: i processi, dopo tante fasi e gradi di giudizio (l’Italia ne ha il record mondiale), devono concludersi con un punto fermo e finale. Ma, se uno viene prima condannato e magari arrestato, e infine assolto, ha il diritto di chiedere i danni allo Stato, anche se non è affatto detto che non siano stati proprio i giudici di Cassazione a sbagliare, e che dunque non sia la sua vittima ad aver diritto a un risarcimento. Però la convenzione “ultima sentenza uguale verità” e l’equazione “ultimo giudice uguale ragione”, già limitate di per sé, hanno un senso soltanto se le sentenze sono state emesse in piena libertà, sine spe ac metu. Cioè se la camera di consiglio, oggi segretissima, non è stata condizionata da pressioni esterne (di amici dell’imputato, per esempio) o interne (di uno o più degli stessi giudici). Altrimenti il sistema salta.
Un tempo, quando la Giustizia era avvolta da un’aura tanto sacrale quanto ipocrita, era impensabile penetrare nel segreto della camera di consiglio, molto simile alla camera caritatis. Oggi che persino i conclavi lasciano trapelare indiscrezioni sugli schieramenti dei vari cardinali e addirittura sul numero di voti ottenuti dal nuovo Papa e dai suoi concorrenti sconfitti, è forse il caso di rivedere il segreto della camera di consiglio.
La società della comunicazione e dell’informazione totale, che allunga il suo occhio dappertutto anche grazie alle nuove tecnologie (gli smartphone immortalano qualsiasi segreto, per non parlare dei marchingegni di ascolto globale di servizi segreti & affini), rischia di lasciare soltanto l’opinione pubblica all’oscuro di segreti che “chi di dovere” trova sempre il modo di conoscere. E magari di usare a scopo di ricatto. Ieri, su La Stampa, Vladimiro Zagrebelsky, ex pm ed ex giudice della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo, proprio questo propone: “Via il segreto sul voto dei giudici”, tanto per quelli di tribunale, quanto per quelli della Corte costituzionale. Anch’essa decide a maggioranza, ma da qualche anno i suoi membri trovano il modo di far sapere chi vota come.
Dell’ultima sentenza che ha spazzato via la legge Fornero, per esempio, è noto che 6 giudici erano per cassarla, 6 per salvarla e alla fine è stato decisivo il voto del presidente Criscuolo. E la cosa, anziché fisiologica, è stata considerata la prova di un verdetto “politico” o “meno valido” soltanto perché la Corte – come innumerevoli altre volte, ma a nostra insaputa – si è spaccata quasi a metà. Senza contare che l’ultimo libro dell’iperattivo ex giudice Sabino Cassese sulla sua esperienza alla Consulta aggira abilmente il segreto per farci sapere come la pensava lui e come la pensavano altri, nel palese tentativo di seguitare a condizionare un’istituzione di cui (per fortuna, a nostro modesto avviso) non fa più parte.
Quanto ai giudici togati, basta pensare alle polemiche che hanno accompagnato le sentenze su Berlusconi. Il presidente della Corte d’appello di Milano Enrico Tranfa, messo in minoranza dai giudici a latere nel processo Ruby chiuso con l’assoluzione del Caimano, abbandona polemicamente la magistratura. E il relatore del processo Mediaset in Cassazione, Amedeo Franco, prima firma con gli altri 4 colleghi la condanna del Cavaliere dopo una camera di consiglio infuocata, e poi scrive un altro verdetto che sembra contraddire quello su B. Un giorno, forse, sapremo quali e quante pressioni subì il collegio presieduto da Antonio Esposito nell’estate rovente del 2013, anche se possiamo già immaginarle.

E allora bando alle ipocrisie: è venuto il tempo che i cittadini sappiano cosa c’è dentro la salsiccia di ogni sentenza. Si tratterà di trovare un equilibrio fra il dovere di trasparenza e il diritto alla sicurezza di chi giudica (pensiamo soltanto ai processi di mafia e alle conseguenze della pubblicità su chi ha deciso di condannare un boss e chi invece voleva assolverlo). Ma il dibattito – su cui nei prossimi giorni raccoglieremo i pareri degli esperti – è doverosamente spalancato. E siamo felici che sia nato sulle pagine del Fatto.

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