martedì 19 maggio 2015

SCUOLA, LA RIFORMA SI FA CON B. E FASSINA (PD) RESTA SOLO

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SCUOLA, LA RIFORMA SI FA CON B. E FASSINA (PD) RESTA SOLO (di Salvatore Cannavò)

Bocciato in un’aula semideserta l’emendamento dell’esponente dem. In soccorso arriva Forza Italia. Oggi i prof protestano a Montecitorio
Il succo della riforma è un voto congiunto tra Pd e Forza Italia. Ma anche la commedia degli equivoci. Il voto che respinge l’emendamento di Stefano Fassina, storico dissidente del Pd, per rivedere il potere dei presidi di chiamare direttamente in servizio gli insegnanti, è respinto da Pd e Forza Italia e sostenuto solo da quattro voti della minoranza democratica. Che, evidentemente, sceglie di dileguarsi da questo scontro. L’equivoco è animato da Mariastella Gelmini, Forza Italia, ma soprattutto la ministra che nel 2008, tagliò come mai prima i fondi alla scuola. È stata lei, ieri, a presentare un emendamento per assumere più precari. Da qui la reazione nervosa del Pd che con Manuela Ghizzoni ha urlato: “È la prima volta che Gelmini si interessa di precari. Aspettavo questo emendamento da anni per poter votare contro”. E così, in un’aula semideserta, si è assistito alla ex ministra più odiata dagli insegnati votare a loro favore e a un Pd che per ripicca ha bocciato la sanatoria per i precari.
Fassina ha illustrato con trasporto il suo emendamento chiedendo anche alla ministra Stefania Giannini di dimettersi per favorire un clima “più positivo nel mondo della scuola”.
Ma la proposta ha ottenuto solo 84 voti contro 276. Solo M5S, Sel e Fratelli d’Italia hanno votato a favore di Fassina contro la maggioranza, Lega e Forza Italia.
L’uscita di Fassina dal suo partito è cosa fatta, la decisione l’ha già presa e l’ha confidata ai suoi colleghi più stretti. Uscirà dal partito dopo l’approvazione definitiva della legge contestata. Non sembra che a seguirlo saranno in molti visto che la minoranza dei Dem non ha reputato di condurre sulla Scuola la stessa, accanita battaglia condotta sull’Italicum.
Al di là delle tattiche politiche, il provvedimento prosegue la sua tabella di marcia con modifiche marginali e che non sembrano costituire alcuna apertura. Nell’approvare il potere dei presidi, ad esempio, è stata accolta la proposta del M5S di vietare l’assunzione di parenti o affini.
Molto più rilevante, invece, la nascita delle “reti di scuole”, istituite all’interno degli ambiti territoriali (gli ex provveditoriati ma di dimensione sub-provinciale) che potranno utilizzare gli stessi insegnanti e accorpare le segreterie amministrative. Per i docenti si tratta di poter girare su più scuole quindi con un grado elevato di mobilità mentre le segreterie potranno essere accorpate con riduzione del personale scolastico. Quindi, ancora risparmi.
Altro provvedimento contestato è quello che consente di delegare il 5xmille alle singole scuole, creando disparità tra gli istituti. A protestare, però, sono anche le associazioni di volontariato: “Nel testo proposto la scelta non è aggiuntiva rispetto a quella di un Ente non profit” dice al Fatto Cecilia Strada di Emergency: “Se fosse confermato questo testo, vanificherebbe lo stanziamento dei fondi per le attività e i progetti del Terzo Settore. Il sostegno al mondo dell’istruzione non può andare a discapito del Terzo settore”.
Senza aperture e disponibilità del governo, la tensione resta alta. Oggi, dalle 11, Montecitorio vedrà una manifestazione di insegnanti e studenti con la presenza dei sindacati e delle stesse forze politiche di opposizione (M5S e Sel). Ieri pomeriggio si sono svolti alcuni cortei in varie città come a Torino e altri se ne terranno oggi. L’Unione degli studenti ha proclamato tre giorni di “sciopero bianco” con sit-in, lezioni in piazza e tutto quello che servirà a mobilitare l’opinione pubblica.
Ma l’attenzione è tutta rivolta al blocco degli scrutini dopo la decisione dei Cobas di indire due giorni di sciopero. Ieri, il portavoce, Piero Bernocchi, ha spiegato che la decisione è perfettamente a norma di legge. Secondo l’accordo che regola le proteste nella scuola, infatti, “ gli scioperi proclamati e concomitanti con le giornate nelle quali è prevista l’effettuazione degli scrutini finali non devono differirne la conclusione nei soli casi in cui il compimento dell’attività valutativa sia propedeutico allo svolgimento degli esami conclusivi dei cicli di istruzione”. E comunque non devono “comportare un differimento delle operazioni di scrutinio superiore a 5 giorni rispetto alla scadenza programmata della conclusione”. Quindi, secondo Bernocchi, si può scioperare a patto di non bloccare gli scrutini delle classi “terminali” evitando di spostare la conclusione degli scrutini per più di 5 giorni. “Ma noi abbiamo convocato lo sciopero per due giorni”.

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