giovedì 21 maggio 2015

Scuola, non buona la prima

da il manifesto
Mentre la piazza si fa sentire, dalla camera arriva il primo sì alla «buona scuola» di Renzi. Ma non è quello buono. Alla maggioranza mancano quasi novanta voti, una trentina dei deputati Pd non partecipano e girano la richiesta di modifiche al senato. Dove ora anche il governo è disponibile a cambiare. Quanto? 

Scuola, non buona la prima

Riforma. Alla camera il primo sì alla «buona scuola», al governo mancano novanta voti e la partita è rinviata al secondo tempo, quando la riforma arriverà al senato. Tanti assenti, proteste fuori e dentro il palazzo. L’esecutivo riscopre le virtù del bicameralismo che sta cancellando: adesso faremo le modifiche
 
I banchi del M5S ieri alla camera 
«La mag­gio­ranza asso­luta. Il voto è andato bene anche sta­volta». Ha ragione la mini­stra Maria Elena Boschi che è la più rapida a festeg­giare il primo sì al dise­gno di legge sulla scuola, alla camera. È così, ma il voto finale è il primo e l’unico in quat­tro giorni di vota­zioni sul quale il governo sia riu­scito a rag­giun­gere la mag­gio­ranza asso­luta, pre­ciso all’unità: 316 sì, 137 no. Man­cano dal conto delle forze di governo più di ottanta depu­tati, dei quali 56 del Pd. E di que­sti metà sono assenti giu­sti­fi­cati o in mis­sione, l’altra metà invece non par­te­cipa al voto per non votare con­tro la legge. Che — spiega l’apposito docu­mento dif­fuso dalla sini­stra interna del par­tito — andrà cam­biata al senato. Dove i numeri della mino­ranza Pd sono un po’ più con­te­nuti, ma assai più rilevanti.
«Al senato la mag­gio­ranza si regge in piedi per sette voti, abbiamo perso una bat­ta­glia ma non la guerra. Sarà un Viet­nam», sin­te­tizza Luigi Di Maio del Movi­mento 5 Stelle. Tra i 28 demo­cra­tici che non hanno votato tutto lo stato mag­giore anti­ren­ziano, da Ber­sani a Fas­sina, da Spe­ranza a D’Attorre e Cuperlo. Subito in prima fila nel chie­dere modi­fi­che al pros­simo pas­sag­gio. Che nem­meno il governo nega. «Ovvia­mente riaf­fron­te­remo alcuni punti che sap­piamo sono ancora discussi», dice la mini­stra Boschi. E sep­pure la tito­lare dell’Istruzione Ste­fa­nia Gian­nini si mostri più cauta — «i pila­stri del prov­ve­di­mento non saranno toc­cati» — vale di più quello che anti­cipa il vice di Renzi nel Pd, Lorenzo Gue­rini: “Il senato potrà essere la sede giu­sta per even­tuali aspetti da miglio­rare”. Nes­sun dub­bio che andrà così, caso­mai si potrebbe notare la stra­nezza di un governo e di una mag­gio­ranza che descri­vono il bica­me­ra­li­smo come il male asso­luto quando si tratta di pro­porre la riforma costi­tu­zio­nale, poi siste­ma­ti­ca­mente vi si rifu­giano. E se diret­ta­mente il pre­si­dente del Con­si­glio ieri ha ripe­tuto la sua pro­messa (che però vale anche come ammis­sione) che «la scuola non è l’Italicum e non posso dire “pren­dere o lasciare”», l’impressione è che quando la legge tor­nerà alla camera per l’approvazione defi­ni­tiva il governo non resi­sterà alla ten­ta­zione di met­tere ancora una volta la fidu­cia. Del resto, non è stato pro­prio Renzi a defi­nire que­sto stru­mento «il mas­simo della demo­cra­zia» quando lo ha uti­liz­zato per la legge elettorale?
Un attimo dopo il voto finale, che hanno accom­pa­gnato scan­dendo in aula lo slo­gan «scuola pub­blica, scuola pub­blica» i depu­tati di Sel sono usciti in piazza Mon­te­ci­to­rio e si sono uniti alla pro­te­sta di sin­da­cati e stu­denti. Ma l’attenzione è già tutta sul senato. Le richie­ste della mino­ranza Pd sono rias­sunte dal sena­tore Gotor: «La chia­mata diretta degli inse­gnanti da parte dei pre­sidi, sep­pur attu­tita, è ancora troppo den­tro ad una logica mono­cra­tica, dall’alto». E poi «la discri­mi­na­zione dei pre­cari di seconda fascia, che sono rima­sti esclusi dal piano assun­zioni nono­stante abbiano svolto corsi di for­ma­zione e tiro­cini selet­tivi e abbiano alle spalle anni di ser­vi­zio». Infine le «detra­zioni fiscale che saranno garan­tite anche alle scuole supe­riori pri­vate e pari­fi­cate che sono in gran parte dei diplo­mi­fici. Era stato il governo a dire che sareb­bero stato escluse pro­prio per que­sto motivo e invece alla camera sono state rein­se­rite». Un elenco pro­ba­bil­mente troppo lungo per­ché il governo possa ade­rirvi total­mente. E allora alcuni espo­nenti della mino­ranza Pd di ten­denza «lea­li­sta» già con­cen­trano le richie­ste. «Con­si­de­riamo in par­ti­co­lare una vera e pro­pria ingiu­sti­zia la deci­sione di lasciare fuori tan­tis­simi docenti dal piano di assun­zioni pre­vi­sto dallo stesso dise­gno di legge, per­sone che hanno gli stessi titoli e gli stessi diritti ad essere assunti dei loro col­le­ghi che hanno avuto solo la for­tuna di essere arri­vati prima», dichia­rano il depu­tato Stumpo e la depu­tata Bruno Bos­sio. Men­tre il mini­stro Mar­tina che è il più ren­ziano dei non ren­ziani pre­fe­ri­sce con­cen­trarsi sui risul­tati già otte­nuti, come «lo stral­cio del 5 per mille», che però il governo ha deciso solo per ragioni di coper­tura finan­zia­ria e che Renzi annun­cia di voler recu­pe­rare. Per la mini­stra Gian­nini infatti con­sen­tire ai con­tri­buenti di indi­riz­zare una parte delle loro tasse alla scuola pre­fe­rita non è fonte di disu­gua­glianze ma «un’idea inno­va­tiva». Ed è la stessa tito­lare dell’Istruzione che festeg­gia il pas­sag­gio di ieri alla camera come un suc­cesso su quel «dis­senso che è distrut­tivo e che fini­sce per ledere vio­len­te­mente i diritti di base».

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