lunedì 18 maggio 2015

Se il carcere è vendetta, non c'è giustizia "Io perdono l'assassino di mio marito"

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LA STORIA

Se il carcere è vendetta, non c'è giustizia
"Io perdono l'assassino di mio marito"

La vedova di un carabiniere ucciso da un ragazzo di 19 anni si batte perché non resti in cella dopo la condanna, diventata definitiva il 30 aprile: «È un’altra persona adesso. Deve poter continuare il percorso di riabilitazione che ha iniziato», dice. E il dibattito diventa nazionale

di Francesca SironiSe il carcere è vendetta, non c'è giustizia 
Io perdono l'assassino di mio marito
Una cella di San Vittore
Lei porta un libro di poesie scritte da lui nella borsa. «Dietro il “mostro” ho scoperto un ragazzo, il cui dolore per ciò che ha fatto resterà per sempre, come il mio». Lei è la vedova. Lui, l’omicida. Lei è la moglie del carabiniere da lui ucciso brutalmente a 19 anni, il 25 aprile 2011. E adesso è lei a chiedere «giustizia, non vendetta» per lui. Nelle sue parole la vendetta è il carcere: quella cella di San Vittore dove è stato rinchiuso lo scorso 30 aprile, quando la Cassazione ha reso definitiva la condanna a venti anni per omicidio. Vendetta, e non giustizia, che rischia di cancellare il percorso avviato da loro dopo l’arresto.

«Ho paura. Temo la prigione disumana. L’isolamento e la povertà delle relazioni sociali che avrà», spiega Claudia Francardi, la donna che alla prima udienza gli urlava contro disperazione e fiele e all’ultima invece piangeva per l’affetto che li lega.

«La persona che oggi va in carcere non è affatto la stessa di quattro anni fa», aggiunge la madre del condannato, Irene Sisi. Non è la stessa persona perché queste due donne da sole, contro muri di convinzioni che incitavano all’odio, hanno rifiutato la rabbia, il rancore, e scelto la rarissima via della riconciliazione. Del perdono.

Entrambe madri, si sono conosciute, aiutate, hanno vissuto l’una la sofferenza dell’altra. Oggi sono amiche che si telefonano almeno una volta al giorno, e hanno fondato un’associazione che si batte per la riabilitazione dei detenuti, chiamata AmiCainoAbele . Perché la loro storia personale apra un dibattito sulla condizione del carcere in Italia, più volte sanzionata dalle autorità europee.
Irene Sisi, la madre di Matteo...
Irene Sisi, la madre di Matteo Gorelli, e Claudia Francardi insieme

L’OMICIDIO
Lui si chiama Matteo Gorelli e il 25 aprile 2011 tornava a casa da un rave party in provincia di Grosseto. Aveva 19 anni, in macchina c’erano tre amici minorenni. Alle porte di Sorano vengono fermati da due carabinieri, Antonio Santarelli e Domenico Marino. L’alcool test di Matteo risulta positivo. Iniziano i controlli.

Ma mentre eseguono le verifiche i due agenti sono colpiti alle spalle. Picchiati più volte alla testa e al corpo con pugni e bastoni, pali divelti da una recinzione vicina. Massacrati di botte. Marino perderà l’occhio destro. Santarelli entrerà in coma e morirà un anno dopo all’ospedale di Imola. Dopo l’aggressione i quattro provano a scappare, ma li bloccano subito. Dicono: «Abbiamo perso la testa».

Gorelli confessa e viene portato in carcere, dove resta fino all’autunno, quando entra in un percorso di riabilitazione. Il 7 dicembre 2012 il tribunale di Grosseto lo condanna all’ergastolo. La procura parla di «un’esplosione di ferocia inaudita». Alla corte d’assise d’appello di Firenze, il 25 settembre 2013, la sentenza viene ridotta a 20 anni, anche alla luce del disturbo di personalità diagnosticato a Matteo da tutti i periti. Il 29 aprile 2015, con la conferma della Cassazione, la condanna diventa definitiva. E Matteo viene prelevato dalla comunità in cui viveva per essere portato a San Vittore.

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LA SPERANZA
«Prima di uscire dall’aula mi ha detto: “Claudia, non conta il luogo, conta il percorso che stiamo facendo”», racconta la vedova del carabiniere: «Ma io so che conta, perché il sistema carcerario non offre le stesse possibilità». La possibilità di un riscatto, di un futuro, per Matteo Gorelli, sono stati gli arresti domiciliari, concessi dal tribunale nell’autunno 2012 e trascorsi a spese della famiglia nellacomunità Exodus di Don Mazzi a Milano.

Lì in questi anni Matteo ha vissuto, lavorato, contribuito alla gestione ordinaria, studiato per gli esami di Scienze dell’Educazione all’Università Bicocca. «È lì che l’ho visto per la prima volta», ricorda Claudia Francardi: «Non era riuscito a dormire, come me. Lo abbracciai, perché non sapevo cosa dire. Avevo solo bisogno di fargli prendere consapevolezza del mio dolore. È lì che ho capito che non invidio la sua sofferenza».
Carcere di San Vittore
Carcere di San Vittore

La comunità, spiegano le due donne, ha permesso a Matteo dimaturare e di curare la sua malattia, non solo coi farmaci ma anche con l’aiuto di persone capaci. «Il nostro obiettivo più grande è il suo recupero», spiega la giovane madre, oggi 39enne: «Siamo unite nella speranza che diventi da adulto una persona capace di onorare la memoria di Antonio, un uomo che credeva nel suo mestiere, che era al servizio degli altri».

In comunità, continua Claudia: «aveva una libertà limitata, ma immersa in relazioni sane, giuste; lui stesso era d’aiuto agli altri ragazzi; poteva riflettere e lavorare, guadagnando qualcosa. E questo non ha mai tolto nulla al peso che porta: ogni volta che mi vede ha il volto coperto di lacrime. Il dolore per quello che ha fatto non lo lascerà mai».

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LA PENA
Il 30 aprile, la reclusione. Inevitabile, perché «è in carcere che si sconta la pena nel nostro sistema giudiziario», dice  l’avvocato, Luca Tafi: «Prima che possa sfruttare permessi d’uscita passerà molto tempo». Così quel ragazzo di 23 anni, che sulle macerie dell’orrore da lui compiuto adolescente stava ricostruendo una vita, nella privazione ma anche nella vicinanza degli affetti, si ritrova dietro le sbarre. A San Vittore.

«Noi non chiediamo sconti di pena, non l’abbiamo mai fatto. Chiediamo solo che la possibilità che si stava meritando non venga distrutta», spiega la vedova del militare: «Io ci sono stata, a San Vittore, a portare con Irene la nostra testimonianza. E sono stata male».  Silenzio. Irene sussurra: «Mi ha detto; “Mamma, sono forte, non ti preoccupare”. Affronteremo insieme anche questo io, Claudia, e Matteo. Non ci fermeremo».

Come non le hanno fermate quei cori d’odio lanciati al momento della condanna: «Vent’anni non bastano, deve rimanere in galera per sempre», commentavano in molti alla caduta dell’ergastolo: «Merita i lavori forzati», «Va mandato amorte», scrivevano acrimoniosi per quel futuro che il tribunale lasciava intravedere al ragazzo.

«Non capisco, non potrò mai capire chi gode nel pensare a una persona costretta in una cella sovraffollata, sola di fronte a un muro tutto il giorno», dice Claudia: «Che me ne faccio io della soddisfazione di saperlo recluso? A cosa serve? Non alla società. Non a lui. E a me? A me toglie solo altra dignità».


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