sabato 9 maggio 2015

Serra e la tribù del meno peggio

Serra e la tribù del meno peggio (Andrea Scanzi)

Michele serraVizi di sinistra Voto utile (a chi?)

È sempre un piacere leggere Michele Serra, dai tempi di Cuore. Due giorni fa, su Repubblica, ha scritto una lettera a Civati così riassumibile: mi stai simpatico, però continuerò a votare Pd. “È da una vita che preferisco quelli come te, gli irrequieti, i curiosi, i movimentisti, li sento più affini, più liberi, perfino più convincenti, ma alla fine butto il mio voto, per sicurezza, nel calderone più grande a disposizione, quello del partitone di massa”. Verrebbe quasi voglia di pensare a Serra come a uno dei tanti nati incendiari e divenuti pompieri. Sarebbe un errore: Serra è sempre stato così. Già 35 anni fa, pur affettuosamente, accusava Gaber (su L’Unità) di prendersela con tutti e dunque di indebolire il “partitone di massa”.
Serra incarna al meglio la figura dell’intellettuale critico ma organico, che si arrabbia ma poi vota sempre gli stessi: “Non mi pongo come esempio, magari sono speculare a Montanelli quando, da destra, invitava a votare Dc turandosi il naso (certi giorni bisognerebbe averne due, di nasi da turare, per votare Pd)”. Con il consueto tono apparentemente autocritico ma in realtà autoconsolatorio, Serra scrive: “Ormai mi conosco, voglio bene a Vendola ma l’ho votato una volta sola, mi piaceva lo Psiup ma votavo Pci, leggevo con devozione Luigi Pintor ma votavo Pci, lavoravo con Grillo ma votavo Berlinguer, dirigevo Cuore ma votavo Occhetto, non c’è niente da fare, forse è un morbo, forse un vizio, il mio amico di penna Vittorio mi sgrida, «sei il tipico italiano di mezzo, incapace di ribellarsi al presente»”. Serra non arriva certo a improvvisarsi ultrà renziano come Sergio Staino: “Vogliamo disegnare Renzi col fez? Complimenti ! Così poi strabordano grillini e leghisti”. Staino esplicita la grande paura di molti intellettuali di sinistra: il “grillismo”, di fronte al quale è preferibile tutto. Ma proprio tutto. Persino la Boschi.   L’ATTEGGIAMENTO di Serra, in fondo, è quello dei bersaniani: un malpancismo tenue, di chi reputa Renzi un bullo caricaturale ma sopportabile. Uno che va votato: “Per cercare di vincere (ogni tanto) oppure di perdere un po’ meno (quasi sempre)”; “Preferiamo rassegnarci in compagnia che ribellarci da soli. Spiegaci (Civati) come si fa a ribellarsi in molti, rimanendo popolo, rimanendo massa, e giuro che ti voto”. Serra sorvola su un aspetto dirimente: lo scenario attuale non c’entra nulla con quelli passati. Non si tratta più di preferire Berlinguer a Capanna, Prodi a Diliberto o Bersani a Vendola. Quello era il classico voto utile (già, ma utile poi a chi?). Oggi no, e fingere da intellettuali che il “partitone” sia quello di sempre è colpa grave. Significa, per dirla con De André, “essere per sempre coinvolti” (“per quanto voi vi crediate assolti”). Votare il Pd attuale “per cercare di vincere” è un approccio calcistico che va bene per Serra (Davide, il broker commendatore) ma non per Serra (Michele). Civati gli ha risposto: “Davvero il compito storico della sinistra è di adeguarsi, di cedere, di rinunciare a se stessa e di portare i suoi voti dentro un calderone?”. Certo che no. E Serra lo sa (la satira è da sempre minoritaria). Come sa bene che Renzi ha portato il “partitone” a quella “mutazione antropologica che va addirittura oltre tutti gli scandali che l’hanno coinvolta nel passato” (ieri Travaglio). Votare Renzi è naturale per Porro, non per chi ha combattuto il berlusconismo (che continua anche dopoBerlusconi). Davvero Serra, dopo avere criticato per una vita la mancanza di meritocrazia delle Gelmini, intende ora votare con zelo zdanovista le Picierno? Davvero Serra non prova imbarazzo, e anzi dolore, quando Renzi sfascia scuola, diritti dei lavoratori, Costituzione? Davvero Serra non soffre quando vede lo zozzume che insozza il Pd campano e che ha fatto dire al suo amico Saviano che “in Campania Gomorra è nel Pd”? Caro Michele, votare oggi (questo) Pd non significa votare ancora “il partitone di massa”: vuol dire, esattamente, votare quello contro cui uno come te ha sempre combattuto.
Da Il Fatto Quotidiano del 09/05/2015.

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