martedì 19 maggio 2015

Si potrà lasciare prima ma con meno soldi

Si potrà lasciare prima ma con meno soldi (Roberto Mania)

I punti

Lasciare prima il lavoro con una pensione minore e dare più spazio ai giovani.

PRIMA in pensione ma con un assegno più basso. Il governo ha annunciato che con la prossima legge di Stabilità cambierà di nuovo l’età per andare in pensione. Non più la rigidità della legge Fornero (oggi l’età per la pensione di vecchiaia è di 66 anni e 3 mesi per gli uomini e le donne tranne che per le lavoratrici del settore privato per le quali servono 63 e 9 mesi) ma forme di flessibilità con penalizzazioni crescenti dell’assegno quanto più ci si allontana dall’età standard per la vecchiaia. Insomma si estenderà a tutti, anche a coloro che andranno ancora in quiescenza con il sistema retributivo e a coloro che ci andranno con il sistema misto (retributivo e pro-rata contributivo) l’effetto del calcolo contributivo: se vai prima in pensione, l’ammontare dei contributi che hai versato e che determina la pensione si spalmerà su più anni abbassando il trattamento. Dal punto di vista attuariale “l’operazione flessibilità”, dunque, dovrà essere neutra.
E questo potrebbe permettere il via libera della Commissione di Bruxelles ad un allentamento dei vincoli della Fornero. Perché in un primo tempo la modifica dell’età pensionabile produrrà deficit destinato a rientrare però nel lungo termine. La partita, dunque, dovrà essere giocata anche in Europa, come ben sanno sia a Palazzo Chigi sia al ministero dell’Economia. È bene ricordare che la legge Fornero, adottata in un contesto di emergenza finanziaria, consente un risparmio che ammonta a circa 80 miliardi in un decennio.
Finora il governo Renzi si era tenuto alla larga dal tema pensioni. Quando l’ex commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, ipotizzò un prelievo sulle pensioni d’oro (condiviso dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti), il premier Renzi stoppò subito la discussione. Troppo incandescente, politicamente e socialmente. Ora il quadro è cambiato. E per quel che si è capito il governo pensa di offrire una opportunità in più per chi è vicino all’età attuale della pensione. Con più di un obiettivo: favorire il ricambio generazionale nelle aziende; evitare nuove ondate di esodati; consentire a chi perde il lavoro in età matura di non restare senza stipendio, senza ammortizzatore sociale e senza pensione, fenomento sempre più esteso; permettere, infine, a chi lo voglia (ieri Renzi ha usato l’esempio della nonna abbia desiderio di occuparsi dei nipoti) di lasciare il lavoro per la pensione.
Le opzioni allo studio sono diverse. E l’esecutivo non ha effettivamente ancora scelto. Entro giugno, come annunciato dal presidente dell’istituto Tito Boeri, l’Inps presenterà una sua proposta organica al governo e al Parlamento che riguarderà anche la flessibilità in uscita. I tecnici dell’Inps stanno simulando diverse ipotesi, tra queste quella di raffreddare la quota di assegno calcolata con il vecchio metodo retributivo.
Sul tappeto c’è anche la proposta di applicare il metodo contributivo a chi decida di anticipare la pensione. Si tratterebbe di una sorta di estensione dell’”opzione donna” che già oggi permette alle lavoratrici con 57 anni di età e 35 di versamenti di lasciare il lavoro con il trattamento pensionistico calcolato interamente sulla base dei contributi versati.
Rimane tra le opzioni possibili anche quella avanzata dall’ex ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, di introdurre il prestito pensionistico a favore dei lavo- ratori vicini alle pensione, ma senza aver maturato ancora i requisiti, che perdano l’occupazione. In questo caso i lavoratori riceverebbero in anticipo una quota dell’assegno pari a circa 700 euro mensili che restituirebbero poi con mini-rate una volta andati in pensione. Nell’operazione potrebbero essere coinvolte anche le aziende per sostenere una parte del costo. D’altra parte la spinta a modificare la legge Fornero viene pure dal mondo delle imprese che dopo aver approvato l’innalzamento dell’età pensionabile si ritrovano in difficoltà a realizzare il turn over del personale, legato anche ai mutamenti tecnologici.
C’è poi la proposta presentata in Parlamento dal presidente della Commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, e firmata anche dal sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta: possibilità di andare in pensione a partire dal compimento dei 62 anni di età con 35 di contributi con una penalizzazione però dell’8 per cento.
Da La Repubblica del 19/05/2015.

Nessun commento:

Posta un commento