lunedì 4 maggio 2015

UN GIORNO AL LUNA PARK EXPO (CON CROLLO DI TETTO INCLUSO)

UN GIORNO AL LUNA PARK EXPO (CON CROLLO DI TETTO INCLUSO) (Gianni Barbacetto e Marco Maroni)

Expo

L’ESPOSIZIONE È APERTA, MA NEL RETRO DETRITI E LAVORI INCOMPIUTI. UNA FERITA NELLO STAND TURCO. CHIUSO IL RISTORANTE PECK: INAUGURAZIONE COL CATERING.

Milano – Ha guidato il suo veliero attraverso molte tempeste, ha sbattuto la chiglia contro gli scogli delle inchieste, durante il lungo viaggio ha perso qualche uomo della sua ciurma finito in galera, ma alla fine Giuseppe Sala è arrivato in porto. Expo ha aperto i cancelli. Un grande luna park colorato, Gardaland multinazionale (Naviglioland?), una versione 2.0 della Fiera Campionaria degli anni Sessanta. Le prime cifre fornite dagli organizzatori sono entusiastiche (anche se un po’ gonfiate, dice qualche esperto): 200 mila visitatori il 1 maggio, 220 il secondo giorno.   IERI PERÒ l’aria di festa è stata rovinata dal primo incidente: una ragazza di 24 anni è rimasta leggermente ferita dal crollo di una placca metallica all’interno del padiglione turco ed è stata portata all’ospedale San Carlo, codice verde precauzionale. La Turchia, sconfitta dall’Italia nella gara a Expo (Milano nel 2008 ha battuto Smirne 86 a 65), è stato uno degli ultimi Paesi ad aderire e il suo padiglione è stato costruito in fretta (e senza i collaudi).
Ma la corsa finale è stata comune a tutta l’esposizione, tanto che nel sito, in cui a regime dovevano lavorare 6 mila persone, negli ultimi giorni (e nelle ultime notti) ce n’erano 9 mila. Il risultato è stato ottenuto: all’apertura tutto sembrava pronto, la facciata era lustra ebrillante, malgrado la pioggia. Percorrendo il decumano, il lungo viale che l’attraversa tutta, Expo mostra le sue meraviglie. Bisogna svoltare nelle vie laterali e arrivare nel retro dei padiglioni per vedere i cumuli di detriti, i materiali di scarto abbandonati, i cantieri ancora aperti con le betoniere e le gru (tra il bel Padiglione Zero e quello del Nepal).   Ma la prima cosa che si vede, arrivando a Expo, è lo stand della Technogym, l’azienda di macchine per fitness fondata da Nerio Alessandri, l’Oscar Farinetti di Cesena. Dentro il sito, la Tecnogym ha disseminato una decina di stand più piccoli e un’area, tra la Corea e la Moldavia, dove abbiamo visto una cinquantina di ciclisti pedalare furiosamente sulla cyclette, maltrattati dal coach microfonato come sulle spiagge romagnole: “Dai, sento che ce la puoi fare”, “Forza!”, “Ora ti sto chiedendo il massimo sforzo”… Il renzianissimo Alessandri ha preso sul serio, a suo modo, il tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita” e offre la sua soluzione all’ipernutrizione dell’Occidente: pedalare sulla cyclette. Per fortuna le urla del coach sono presto coperte dai suoni della parata: come a Disneyland, ma senza Minni, qui c’è Foody, la mascotte. Tra una “Parade” e l’altra, ci pensa il corteo dei musicanti coreani a creare un incanto orientale con il suono dei timpani, dei piatti etamburi. I padiglioni offrono le loro meraviglie, quasi tutti pronti. Ancora chiusi quelli della Romania e dell’Ungheria, qualcuno con allestimenti ancora non completati. Per niente pronti alcuni cluster tematici (quelli del riso, delle spezie e dei legumi…). Ma la ferita più grande è nel cuore dell’Expo, al Palazzo Italia. I rivestimenti bianchi si sono fermati a metà altezza, tra le proteste dei progettisti. L’auditorium è chiuso. Il ristorante di Peck, all’ultimo piano, non è pronto, tanto che la cena ufficiale d’inaugurazione è stata fatta con catering esterno (ma senza farlo sapere agli ospiti). E il piano interrato? È ingombro di materiali, scatoloni, pannelli. L’accesso è vietato, ma i cronisti del Fatto lo hanno visitato, indisturbati, per una ventina di minuti, accedendo anche ad aree delicatissime per la sicurezza come i locali di servizio con i quadri elettrici e le strumentazioni informatiche.   A POCHI METRI, il padiglione della Lombardia: chiuso serrato. Di fronte, quello dell’Unione Europea, di cui l’Italia si è fatta carico: aprirà – si spera – solo il 9 maggio, festa dell’Europa. E il business corner della Sicilia, che doveva aprire al quarto piano di Palazzo Italia? Non c’è.   Non è agibile – allagato e sporco di fango – neppure lo spazio per la Sicilia dentro il cluster Bio-Mediterraneo. L’assessore regionale all’Agricoltura Nino Caleca è infuriato: “Se le cose non vengono sistemate, noi non pagheremo i 3 milioni di euro previsti”. Non ci sono ancora, a causa di una gara malfatta, neppure i punti vendita Ovs ed Excelsior, con le t-shirt e i gadget Expo che avrebbero dovuto essere una fonte di guadagno per far quadrare i conti.   Meno male che c’è l’Albero della Vita. Piace a tutti, specie ai bambini. Ricorda tanto quella giostra delle sagre di paese che viene chiamata “calcioinculo”, ma è più grande e si anima di luci e colori, con le voci di Dalla e Pavarotti che fanno zampillare i getti d’acqua della fontana. “Di giorno sboccia”, dice il suo progettista, Marco Balich, “e di notte fa sognare”.
Da Il Fatto Quotidiano del 03/05/2015.

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