martedì 5 maggio 2015

UNA CERTEZZA DALLE URNE

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UNA CERTEZZA DALLE URNE (Claudio Tito)

Ricordate il governo Monti? E il governo Letta? Ecco, dal prossimo anno le larghe intese che hanno generato coalizioni contronatura tra Pd e Forza Italia, quelle strambe alleanze trasversali — compreso l’attuale patto tra Renzi e Alfano — non saranno più possibili. L’Italicum è destinato a determinare sul nostro sistema politico una serie di conseguenze. Questa ne è sicuramente la principale e la più positiva.
Al di là delle modalità con cui questa legge è stata approvata, il nuovo sistema elettorale contiene degli elementi di chiarezza che erano rimasti sconosciuti all’impianto partitico della nostra democrazia. Il ballottaggio tra le due liste che hanno ottenuto più voti (se nessuno supera la soglia del 40%) rappresenta una clausola di salvaguardia rispetto ai rischi di “inciuci” o “governissimi” che troppo spesso hanno accompagnato la vista istituzionale italiana. Non si tratta solo della certezza di avere una maggioranza e un governo appena chiuse le urne, ma anche di allontanare quella tendenza tutta italiana a non decidere, a lasciare le cose in sospeso e a traguardare le riforme — e purtroppo il riformismo — in un futuro, prossimo o peggio ancora remoto.
Certo questa riforma non è esente da difetti: i capilista bloccati, le candidature multiple, le soglie di sbarramento. Soprattutto il nesso indissolubile con una riforma costituzionale ancora lontana da venire. Ogni legge è perfettibile, anche questa lo è. Ma probabilmente anche in Gran Bretagna, chiamata al voto giovedì prossimo, molti iniziano a pensare — basta leggere sempre su questo giornale Timothy Garton Ash — che persino il modello maggioritario uninominale presenta talune controindicazioni. A cominciare dal fatto, ad esempio, che per 50 anni chi votava per i liberali ha avuto la netta sensazione di esprimere una preferenza del tutto inutile e che quando le formazioni radicali crescono nel loro consenso, l’intero sistema entra in crisi. Come potrebbe appunto accadere dopodomani.
Gli effetti dell’Italicum, però, non saranno solo di tipo istituzionale. L’impatto sul sistema politico sarà persino maggiore. Spingerà in primo luogo verso un assetto bipolare, se non bipartitico. È una leva che non potrà rivelare la sua carica in occasione del primo voto, ma in fasi successive. Secondo il principio della “sconfitta pedagogica”, le forze ininfluenti e sistematicamente escluse dal ballottaggio via via si sgonfieranno. Il risultato: due grandi aggregazioni e pochi partiti di testimonianza votati dal cosiddetto elettorato “incoercibile”, indisponibile a adottare le “seconde scelte”. Tipico dei sistemi a due turni, dove la massa degli elettori si orienta in occasione del ballottaggio verso il ”second best” nella consapevolezza che in gioco non c’è solo un voto di opinione, bensì la scelta di un governo. Una vera propria rivoluzione. Per la prima volta nel nostro Paese il sistema elettorale è in grado di determinare il sistema politico.
Di sicuro il centrosinistra, in questo momento, costituisce il blocco più attrezzato ad affrontare questo cambiamento. In campo, infatti, c’è sostanzialmente un solo soggetto — il Pd — e probabilmente un’altra formazione minoritaria legata alla sinistra radicale.
I risvolti, semmai, saranno soprattutto sul centrodestra. Questa legge rappresenta infatti uno stimolo verso una nuova aggregazione. Il fronte berlusconiano sarà costretto dai fatti a riunirsi attorno ad un nuovo progetto. L’idea del “Partito Repubblicano” di stampo americano, diventerà la logica conseguenza di chi fino ad ora ha costituito il nocciolo duro di Forza Italia. In questa fase la Lega di Salvini appare non assimilabile in questo percorso, ma i risultati elettorali spingeranno entrambi ad una scelta. Se divisi, le chance del centrodestra cresceranno solo al ballottaggio. Al primo turno dovranno infatti misurarsi con la concorrenza del Movimento 5Stelle. Se si presenteranno uniti, invece, la molla bipolarista scatterà immediatamente. E in quel caso gli elettori grillini dovranno scegliere con chi stare al secondo turno subendo così la dinamica della “sconfitta pedagogica” e il probabile ridimensionamento.
Ma c’è un altro fattore che va tenuto in considerazione e che in larga misura modifica sia la natura dei partiti per come li abbiamo visti dal 1994 a ieri, sia il comportamento elettorale dei cittadini. Si tratta delle preferenze. Il partito vincente avrà almeno 240 deputati su 340 eletti con le preferenze (se i leader si presentano in più circoscrizioni, la quota sale ulteriormente). Finalmente i cittadini potranno indicare gli eletti, i partiti torneranno a selezionare la classe dirigente e le “correnti” si peseranno sui successi o gli insuccessi elettorali e non solo sul tesseramento. Certo, qualche rischio non manca: il voto di scambio o quello legato alla criminalità. Basti pensare alle recenti elezioni regionali: in Lombardia hanno espresso la preferenza il 14% dei votanti, in Calabria circa il 90%.
Questa riforma, comunque, può funzionare ad una condizione: che davvero si corregga il bicameralismo perfetto. Se si tornasse alle urne con il Senato ancora nel pieno delle sue attuali funzioni, la certezza di avere una maggioranza e un governo svanirebbe in un momento.

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