mercoledì 20 maggio 2015

UNA DIRIGENZA DA BUTTARE

calcio

UNA DIRIGENZA DA BUTTARE (di Aligi Pontani)

Che succeda tutto nello stesso giorno è già una risposta a quanti si chiedono (e sono sempre di più): perché il calcio italiano si è ridotto così? Perché, tutto insieme, succede questo. Succede che la punta della piramide, l’eccellenza del sistema, la ricca serie A, veda messa in discussione la legittimità della spartizione dei miliardi delle tv, prima e a volte unica fonte di sostentamento; e che la base, il reticolato delle piccole e piccolissime società della Lega Pro e dei dilettanti, fornisca invece materiale per le carceri. Due operazioni distinte, eppure così evidentemente figlie di una stessa malattia: il malgoverno di un’azienda che appena due giorni fa si vantava di essere tra le prime dieci produttrici di ricchezza del Paese.
Il malgoverno, unito all’affarismo e all’invasione di uomini sempre più privi di scrupoli e attratti da quella ricchezza così ostentata, ha reso possibile il pasticcio dei diritti tv: una gigantesca operazione di spartizione che l’anno scorso impegnò per mesi i vertici della Lega di A, l’organismo privato che gestisce gli interessi dei 20 club migliori. La Lega è da molti anni guidata da Maurizio Beretta: dirigente di una banca e presidente di quella che si autodefinisce “la confindustria” del pallone. Il suo ruolo è stato riassunto da Claudio Lotito, presidente della Lazio e della Salernitana, nell’ormai celebre telefonata diffusa da Repubblica: «Beretta conta zero. Qua decidemo tutto noi». E decidono parecchio, lui in particolare, l’uomo forte scelto da Adriano Galliani per controllare che tutto nel calcio vada come deve. Anche nella faccenda dei diritti tv, che lo stesso Lotito ha rivendicato come un successo personale. Per assicurarsi questo tipo di potere basta poco: garantirsi i voti dei club medio piccoli, o bisognosi, magari legati allo stesso procacciatore di sponsor. I voti in Lega non si pesano, si contano, quello del Carpi varrà come quello della Juve. «Nel calcio si fa così: prendi la maggioranza e comandi », disse un giorno Lotito. Sorvolando su come si fa a prenderla: promesse, favori, scambi, pressioni. Ed è meglio fermarsi qui.
Il malgoverno del calcio ha molto a che fare anche con l’ennesima puntata del calcioscommesse, scandalo seriale che torna ogni stagione con nuovi attori. Dalla mafia orientale alla ‘Ndrangheta, anche la malavita cambia protagonisti: c’è da immaginare lo stupore dei criminali vicini e lontani di fronte alla facilità con cui si possono fare soldi truccando le partite in Italia, dove invece di stringere le maglie di controlli e sanzioni, si è allargata la possibilità di scommettere anche sulla serie D, territorio senza vigilanza alcuna. La Federcalcio ha sulla coscienza la gestione della prima puntata dello scandalo, quello che toccò la A. Una reazione stereotipata: promessa di pugno di ferro a bufera in corso, stangate nei processi di primo grado, condono di fatto alla fine. Il Tnas, tribunale di ultimo grado, ha cancellato 71 anni di squalifiche. Una sorta di impunità garantita a giocatori e dirigenti sleali, che unita alla mancanza di controlli, agli stipendi bassi delle serie minori, all’avidità di uno Stato che consente di puntare su qualsiasi partita, ha provocato il disastro di oggi.
Ora la Federcalcio torna a promettere tolleranza zero e annuncia che sarà parte civile nei processi contro i ladri di polli che imbrogliano tra i dilettanti. Anche questo fa un po’ sorridere, ripensando al suo presidente, Carlo Tavecchio, che ha speso la sua credibilità in pochi mesi tra gaffe sulle banane, sospensioni Uefa, libri scritti e fatti comprare dalla federazione, strane operazioni immobiliari, fino alla gestione disastrosa della crisi del Parma. Ma fa sorridere amaramente, pensando anche a Felice Belloli, presidente della Lega dilettanti coinvolta nello scandalo, che ha definito il movimento femminile (che amministra), uno sport per quattro lesbiche; oppure pensando a Mario Macalli, il capo della Lega Pro, altrettanto compromessa, un signore ultrasettantenne sospeso dalla Figc (di cui è vicepresidente) per aver agevolato interessi di parte, decidendo chi doveva fare calcio a Crema, la sua città.
Ecco, la classe dirigente che gestisce la decima o nona o ottava azienda del Paese è fatta di questa pasta. Cosa diavolo succede, nel calcio italiano. Ma davvero poi qualcuno può ancora stupirsi?

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