sabato 23 maggio 2015

Uno strano decreto omnibus

da il manifesto
POLITICA

Uno strano decreto omnibus

Pensioni. Nella premessa del testo il governo cerca di dimostrare di aver seguito le indicazioni della Consulta. Confermate le percentuali di rimborso, ma caos interpretativo sulle indicizzazioni future: dall’anno prossimo ci sarà un leggero aumento. Ora la conversione. Damiano: non escludo modifiche per dare segnali di flessibilità

 
Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti


DOpo gli ormai soliti giorni di attesa rispetto all’approvazione di lunedì in con­si­glio dei mini­stri, ieri mat­tina il decreto pen­sioni è diven­tato legge. Fir­mato dal pre­si­dente della repub­blica — ed ex com­po­nente della Corte costi­tu­zio­nale — Ser­gio Mat­ta­rella è stato pub­bli­cato sulla Gaz­zetta uffi­ciale. Non senza sor­prese e incongruenze.
La prima è che il solo arti­colo 1 riguarda l’indicizzazione delle pen­sioni, anne­gata in altri sei arti­coli che trat­tano altre emer­genze: rifi­nan­zia­mento degli ammor­tiz­za­tori in deroga per 1.020 milioni, con­tratti di soli­da­rietà per 70 milioni, annul­la­mento della sva­lu­ta­zione dei mon­tanti con­tri­bu­tivi dovuti al per­du­rare del calo dei Pil, uni­fi­ca­zione della data di paga­mento delle pen­sioni tutte al primo del mese, faci­li­ta­zione del pas­sag­gio del Tfr in busta paga.
Il ten­ta­tivo — per nulla scon­tato — di rispet­tare la ratio della sen­tenza 70 della Con­sulta è rac­chiuso nella pre­messa del primo arti­colo: «Nel rispetto del prin­ci­pio dell’equilibrio di bilan­cio e degli obiet­tivi di finanza pub­blica, assi­cu­rando la tutela dei livelli essen­ziali delle pre­sta­zioni con­cer­nenti i diritti civili e sociali, anche in fun­zione della sal­va­guar­dia della soli­da­rietà inter­ge­ne­ra­zio­nale».
Con­fer­mate invece le per­cen­tuali di rim­borso: 40 per cento per le pen­sioni tra 3 e 4 volte il minino (1.200–1.700 euro netti), 20 per cento per quelle da 4 a 5 volte il minimo (2.000 euro netti), 10 per cento per quelle da 5 a 6 volte il minimo (2.400 euro netti). Niente rim­borso per le pen­sioni supe­riori a que­sta cifra. C’è poi un mec­ca­ni­smo per tute­lare le pen­sioni ecce­denti que­sti valori per «il limite mag­gio­rato»: soglia più riva­lu­ta­zione stessa.
Più com­pli­cato e assai arzi­go­go­lato il pas­sag­gio sulle indi­ciz­za­zioni future. Il testo parla per gli anni 2014 e 2015 di una riva­lu­ta­zione del 20 per cento, men­tre per il 2016 lo fissa nel 50 per cento. L’interpretazione — per niente chiara — che dà il governo è che que­sta riva­lu­ta­zione si vada a som­mare a quella già pre­vi­sta dal governo Letta: 100 per cento fino a 3 volte il minimo a sca­lare fino al 50 per cento da 5 a sei volte. Insomma, sarebbe un pic­colo aumento che difatti costerà al governo poche cen­ti­naia di milioni di euro per gli anni a venire.
L’altra sor­presa riguarda il comma 2 che esclude il rim­borso per chi gode di «altri trat­ta­menti pen­sio­ni­stici, inclusi gli asse­gni vita­lizi deri­vanti da uffici elet­tivi»: i par­la­men­tari e con­si­glieri regio­nali, dunque.
La grossa incon­gruenza riguarda ciò che suc­ce­derà nel 2017. Il mini­stro Padoan ha assi­cu­rato un nuovo sistema di indi­ciz­za­zione che però sarà migliore rispetto all’attuale. Una norma non richie­sta dalla Con­sulta. Tanto che il pre­si­dente della com­mis­sione Lavoro della Camera Cesare Damiano non esclude di modi­fi­carlo. Così come non esclude di modi­fi­care il decreto stesso che comin­cerà da Mon­te­ci­to­rio l’iter di con­ver­sione. «Ad esem­pio si potrebbe intro­durre l’estensione della cosid­detta «opzione donna» (donne in pen­sione a 57 anni di età e 35 di con­tri­buti con asse­gno inte­ra­mente cal­co­lato col con­tri­bu­tivo e quindi decur­tato, ndr) per anti­ci­pare la fles­si­bi­lità con­fer­mata da Renzi», pro­pone Damiano.
Un’altra sen­tenza della Corte però rischia di minare i conti dello Stato. Riguarda sem­pre un blocco, seb­bene assai più pro­lun­gato dei due anni di pere­qua­zione. Si tratta dei sei di blocco della con­trat­ta­zione nel set­tore pub­blico. La sen­tenza è pre­vi­sta per il 23 giu­gno e in ballo ci sono fra i 12 e 13 miliardi: i soldi rispar­miati dallo Stato avendo con­ge­lato con­tratti e scatti di anzia­nità per buona parte dei 3,3 milioni di dipen­denti pubblici.
Le ana­lo­gie con le pen­sioni dovreb­bero però suo­nare sini­stre per il governo. Anche in que­sto caso la Con­sulta negli anni scorsi si è pro­nun­ciata appro­vando la tem­po­ra­neità del blocco, pro­prio come approvò quello delle indi­ciz­za­zione delle pen­sioni. Gli anni intanto sono diven­tati sei, una cifra molto alta e dif­fi­cil­mente spie­ga­bile. Porte aperte ad una revi­sione par­ziale del blocco e richie­sta di rim­borso per i lavoratori?
I sin­da­cati intanto con­ti­nuano a chie­dere al mini­stro Marianna Madia di rin­no­vare il con­tratto e pre­pa­rano la piat­ta­forma unitaria.

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